Un incontro quotidiano che mi aiuta a sentire l’umanità ancora cara ed accettabile

Io sono tanto riconoscente al Signore che spesso mi fa incontrare delle persone che mi riconciliano con l’umanità e m’aiutano a credere ancora nell’uomo nonostante tutto.

Per me, credere nel buon Dio non è un problema, perché lo vedo da mane a sera in ogni angolo del mondo in cui vivo e il suo volto m’appare splendido, il suo cuore caldo ed amorevole. Per me credere è un dono meraviglioso, che mi dà speranza, coraggio, fiducia nel domani e volontà di camminare ogni giorno verso l’incontro che sarà certamente un fatto meraviglioso.

Quanto condivido la testimonianza della monaca di clausura di un convento di Bologna che, intervistata dal nostro famoso reporter, Sergio Zavoli, che le domandava se lei e le sue monache avessero paura della morte, rispose: «Anche noi siamo povere creature e temiamo la morte, essa però ci permetterà di incontrarci con quel Signore che abbiamo amato e che abbiamo messo sopra ogni interesse; sarà veramente meraviglioso poterlo incontrare, vedere la bellezza del suo volto, abitare nella sua casa!»

Io però faccio un’enorme fatica a credere nell’uomo. Ogni mattina i quotidiani impiegano il novantanove virgola nove del suo spazio e delle sue parole per descrivermi dettagliatamente le miserie, la cattiveria, i soprusi, l’egoismo, la volontà di dissacrazione, la profanazione del corpo e del creato. Forse per questo il Signore tanto di frequente mi fa incontrare delle belle figure di uomo che mi riconciliano con l’umanità.

Don Mazzolari, nel magnifico prologo al suo volume “Impegno con Cristo” afferma che bisogna impegnarci comunque, anche se gli altri non s’impegnano, perfino se il nostro impegno non risolve nulla. Io però, che sono un povero diavolo e non ho l’animo nobile ed alto di don Mazzolari, ho bisogno di incontrare sulla mia strada testimoni di umanità per trovare il coraggio di credere nell’uomo.

Ogni giorno incontro verso mezzogiorno un mio coinquilino dal volto aperto e sorridente che parte di buon mattino dal “don Vecchi” e rimane al capezzale della figlia, che vive in uno stadio pressoché vegetativo, non comunica ed è nutrita con una sonda. Da due anni e più ogni giorno sta accanto a questa figlia per tutta la lunga mattinata, eppure mai una sola parola di rammarico, mai il volto buio, mai perfino una preghiera perché il buon Dio sollevi la figlia da questa condizione disperata. Il suo volto sereno e il dono di sé senza recriminazioni, si sovrappongono a tutti i titoli e la cronaca buia della nostra società e, grazie a Dio, mi rendono l’umanità ancora cara ed accettabile.

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