Un’altra scelta faticosa all’orizzonte

Quando sei anni fa insistetti col Patriarca per poter lasciare la parrocchia, avendo sorpassato di un anno l’età canonica fissata dalla Chiesa per chi ha responsabilità dirette nel campo della pastorale, lo feci per tre motivi.

Primo: avevo timore che tutto l’impianto organizzativo, allora complesso, mi cadesse addosso per mancanza delle forze fisiche e psicologiche necessarie per svolgere il ministero così complesso ed articolato qual’era quello della mia parrocchia.

Secondo: ritenevo di avere un’età e quindi una mentalità che difficilmente potesse comprendere ed accettare quei processi evolutivi che nel nostro tempo sono assai veloci, che caratterizzano l’evoluzione sociale, culturale e psicologica di ogni stagione della storia ed in specie di quella attuale.

Terzo: ritenevo di dover far posto alle nuove generazioni che devono fare esperienze, misurarsi con i problemi reali della vita e perciò occupare i posti di responsabilità.

Penso che pochi abbiano compreso e condiviso queste mie motivazioni d’ordine razionale e di coscienza. I superiori perché hanno difficoltà di rincalzi e gli altri perché abituati a vedere qualcuno che “tira la carretta” e vogliono illudersi che sia facile e doveroso continuare a farlo.

In fondo però alla mia coscienza, ero turbato da due motivi più reconditi: temevo che fosse un atteggiamento di superbia vedermi crollare addosso una bella impalcatura che avevo creato con tanta fatica e che, in fondo, mi dava lustro. Poi temevo che nel mio animo ci fossero solamente stanchezza e bisogno di riposo.

A distanza di sei anni mi ritrovo nella stessa situazione esistenziale, avendo accettato la presidenza della Fondazione Carpinetum che gestisce i Centri “don Vecchi” e che, tutto sommato, procede a gonfie vele.

Sento inoltre il peso e la responsabilità del periodico “L’incontro” che, sorprendentemente, si è affermato, ed è certamente il periodico della diocesi più diffuso e più capace di creare opinione pubblica. E c’è pure il polo solidale del don Vecchi, così solido e promettente, che comporta responsabilità, fatica e richiede nervi saldi, pazienza e coraggio.

Oggi sento, come allora, nuova stanchezza, stress, paura di non farcela, preoccupazione che l’avvenire promettente di queste realtà trovi un inciampo nella mia fragilità in fase di aumento. Soprattutto sono preoccupato che la mia presenza, in un settore così significativo nella vita della Chiesa veneziana, impedisca lo sbocciare di giovani sacerdoti che prendano il testimone e sviluppino ulteriormente l’aspetto solidale della nostra diocesi.

Rimando di giorno in giorno la decisione sul da farsi, perché difficile e faticosa, aspettando e sperando che il Signore mi dia un segnale forte ed incontrovertibile. Se poi i confratelli e i superiori mi dessero una mano, sarei loro molto grato. Vorrei continuare a servire la Chiesa e la città con le mie forze residue, ma senza responsabilità.

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