La Biennale

Io non ci sono stato e non ci vado alla Biennale, benché si trovi a due passi da casa, perché cerco ciò che è bello, che educa e che propone qualcosa di positivo. Di porcherie purtroppo ne incontro ogni giorno senza dover pagare il biglietto dell’ACTV per andarle a vedere ai Giardini di sant’Elena.

Ho letto che Galan, il ministro della cultura, che fino a ieri s’era occupato dell’agricoltura, s’è detto ammirato. Sono certo che l’intellighenzia internazionale parlerà con interesse di questa mostra d’arte moderna. Prendo atto che, avendo abolito i manicomi, ora i matti si possono incontrare ovunque e pare che alla Biennale se ne sia riunito un gran numero, grazie ai soldi dello Stato italiano, estremamente prodigo per certi versi e pidocchioso ed avaro per certi altri – vedi le pensioni – capace di imporre i più svariati balzelli in nome della “cultura” e della emancipazione dei valori della tradizione.

Ho letto, qualche tempo fa, la “critica” della giornalista del Gazzettino Alda Vanzan. Questa cara signora, che io conosco bene perché era una mia parrocchiana fino a qualche anno fa, con fine ironia fa la critica, quella vera, non quella che normalmente s’intende con questo termine tecnico che vuol significare: interpretazione, scoperta dei valori dell’opera d’arte. Da persona sana, che proviene dalla gente del nostro retroterra, indica qualcuna delle stramberie assurde e blasfeme – nel vero senso della parola, perché profanano la natura ed insultano l’intelligenza – e con penna veloce, intinta talvolta nell’ironia e talaltra nel sarcasmo – irride le “opere d’arte” che si incontrano in questo percorso ma che, a mio parere, non ha nulla, proprio nulla a che fare con il bello, il vero, l’armonia.

Di stramberie alla Biennale ce ne sono sempre state, ma quest’anno s’è superata ogni misura. Dalla consegna del dépliant esplicativo, tutto bianco, senza neppure una lettera, al carro armato rovesciato con i cingoli che girano, ad una miriade di piccioni impagliati, alla chiesa con un coniglio sull’altare, alle centinaia di bastoncini per pulirsi le orecchie, all’artista che passa un rullo bianco di pittura su una parete già bianca, alla pornostar nuda che accompagna Sgarbi, ad un artista che rimane impalato per dieci ore per celebrare Garibaldi.

Dire manicomio è poco, troppo poco, ma è ancor più pazzesco che si siano accreditati 4300 giornalisti, che ministri, sindaco, vip e critici insigni si siano precipitati a visitarla e che siano stati spesi milioni di euro per questa porcheria. La pazzia dell’arte è cominciata con un caso singolo: la deturpazione della figura umana di Picasso, ma ora è diventata una pestilenza, per salvarsi dalla quale Venezia dovrebbe far voto di costruire un nuovo e più grande tempio alla Madonna della Salute mentale.

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