Due bellissimi incontri in un mattino: Agostino e il Pope

Stamattina (alcune settimane fa, NdR) sono andato al cantiere del “don Vecchi”. Era da tanto che non vedevo una squadra di operai intenti al lavoro: muratori, idraulici, elettricisti e fabbri, ognuno esercitava il proprio mestiere con una serietà tale che sembrava quasi un’équipe in sala operatoria. Mi guidò nella visita Agostino, un capomastro intelligente, cordiale e capace. M’è sembrato, pur sporco di malta dai piedi ai capelli, un capitano sulla tolda di un transatlantico, che tracciava la rotta con assoluta sicurezza.

Sono ormai certo che anche la nuova struttura, per cui sto mettendo da parte mobili, quadri, tappeti e lampadari, sarà bella e funzionale, degna dei nostri anziani.

Prima di tornare, mi venne voglia di fare una visita al pope della chiesa copta che sorgerà a pochi passi dal “don Vecchi”. Fortunatamente l’ho trovato in casa; egli è un monaco di mezza età con la sua veste nera fino ai piedi ed una specie di copricapo con bordature dorate che tanto assomiglia al camauro che Benedetto decimo sesto ama portare d’inverno.

Questo “parroco” di nazionalità egiziana, segue pastoralmente una comunità di diecimila cristiani copti a Milano e quella molto più piccola di Venezia. Si è dimostrato già fratello concedendoci lo spazio per il cantiere e, più ancora, nel colloquio cordiale e caro. Si è preoccupato di dirmi che avevamo quasi tutto in comune a livello di fede, ma di questa informazione m’ero già convinto, tanto che gli ho detto che ci aiuteremo in ogni modo, e se non riuscirà a riempire le sua nuova chiesa, gli anziani del “don Vecchi”, che non hanno una cappella, andranno a pregare nostro Signore da lui.

Se costruiranno il carcere, come è previsto, e il centro per gli stranieri a Campalto, faremo concorrenza a piazza Ferretto e a San Marco.

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