Spero che qualcuno curi l’”Angelo”!

Sono arrivato a Mestre nel pomeriggio di una fredda giornata di febbraio del 1956. Monsignor Da Villa, l’epico cappellano militare dei nostri soldati del fronte libico, mi aveva notato durante uno dei miei interventi liberi e appassionati, ad un incontro di preti e pensò che quel giovane prete irruente potesse andar bene per la gioventù di San Lorenzo, ove lui era parroco.

Quindi da più di mezzo secolo sono partecipe delle vicende del “borgo” che per tanti anni visse, quasi in torpore, ai margini della “capitale” e che dopo la guerra, quasi per incanto, si scoprì città: povera, poco importante, ma città!

Devo confessare che mi sono sempre lasciato coinvolgere dalle vicende di Mestre, mai sono stato alla finestra a guardare, ma sempre mi sono buttato nella mischia degli eventi. L’esser stato poi accanto e l’aver strettamente collaborato con don Vecchi, che tenne a battesimo la “nuova Mestre”, ha fatto si che io senta Mestre come la mia città e che l’ami profondamente.

Non so quanti decenni servano a Mestre per arrivare alla pienezza di vita cittadina come le consorelle: Padova, Vicenza e Treviso, ma sono convinto che perlomeno ora lo stia tentando.

Il nuovo ospedale credo che sia un tassello significativo di questa crescita. Sono orgoglioso della “torre maya”, della splendida collinetta trapuntata di cipressi, del laghetto e dello splendido giardino pensile, meno entusiasta delle vicende gestionali che la stampa denuncia un giorno si e un giorno no.

Il mio amore però mi rende esigente, tanto da non essere capace di temperare il mio sdegno quando mi accorgo che questa splendida impresa corre il rischio di fallire e di diventare una patacca. Mi reco due volte la settimana al “pronto soccorso” che in realtà è pochissimo “pronto” e forse altrettanto poco “soccorso”.

Ho letto e riletto che ogni anno ottantamila persone vi accedono, che c’è gente che vi si reca per un foruncolo o uno starnuto. Sta di fatto però che suonano come una beffa le corse a sirene spiegate delle ambulanze e poi le attese interminabili nelle affollate sale di attesa. Se la cosa si fosse verificata nei primi mesi, pazienza; ma ora pare sia un male endemico e che quindi ci sia assoluta necessità di un farmaco o di un intervento chirurgico d’urgenza, ma risolutivo!

Mestre di fiori all’occhiello non ne ha troppi, io mi sto dando da fare perché il “don Vecchi” resti tale, però spero che ci sia chi faccia altrettanto per il nostro “Angelo”!

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