Prediche coinvolgenti, vere, forti!

Quando la domenica mattina esco verso le 7,20 dal “don Vecchi” per iniziare il giorno del Signore nella mia piccola diocesi, composta da due parrocchiette – quella della vecchia pieve, oltre la cancellata di ferro battuto, e quella nuova, la cattedrale che sta aldilà della mura sulla quale sono fissate delle anime sante di bronzo che salgono al cielo (opera del caro amico scultore Gianni Aricò), mi capita di sentire, sempre nella radio della mia auto, la musichetta della sigla del culto della Chiesa Evangelica.

La durata di tempo che impiego a percorrere il tratto di strada dal “don Vecchi” al cimitero, mi permette di ascoltare per intero il sermone del mio “concorrente”, il pastore valdese. Di solito sono sermoni puliti, ben curati, pieni di riferimenti biblici, condivisibili in tutto, ma tutto sommato appartengono al cliché delle prediche dei nostri preti buoni, che preparano con scrupolo la parola del Signore. Per me sono come la “dolce pioggerella di marzo” del poeta della nostra infanzia Angelo Silvio Novaro.

Io sento però il bisogno di quel qualcosa di più robusto, ciò che scosse e infervorò gli apostoli racchiusi, paurosi e rassegnati, nel Cenacolo. Ho bisogno anch’io del vento gagliardo della Pentecoste, del globo di fuoco che scende dal tetto. Per due o tre anni ho ascoltato ogni domenica le prediche di quel prete alla don Camillo, dagli occhi vivi e dalla voce tonante e persuasiva, propria di Mons. Aldo Da Villa, il cappellano della battaglia dei nostri soldati ad El Alamein. Egli, ogni volta che scendeva dal pulpito, grondava di sudore, ma ogni volta pareva che prendesse per il bavero ad uno ad uno i fedeli che gremivano la chiesa e che non fiatavano di fronte alle sue argomentazioni oneste e franche. Ogni volta pareva che mettesse i fedeli con le spalle al muro dicendo a ciascuno: «questa è la salvezza!»

Io ormai ho vissuto un tempo così lungo da sentire gli esperti parlare di prediche bibliche, prediche catechistiche, prediche liturgiche, però rimango del parere che la predica deve essere un “Kerrima”, ossia un annuncio, sicuro senza sbavature, senza perplessità o incertezze di sorta.

Qualche domenica fa toccava parlare sulla madre di tutte le preghiere, il Padre Nostro. Io neppure mi inoltrai nel sentiero invitante del susseguirsi di questa saggia e dolce preghiera. Mi fermai al “Padre”, la cara e struggente parola con cui Cristo ci invita a rivolgerci a Dio, e tentai di incorniciare il padre del prodigo. Confessai pubblicamente che da quando “scoprii” questo volto e questo cuore, sento il rimorso d’aver pensato e parlato di Dio secondo certi schemi ecclesiastici, perché quello del prodigo è il solo vero Dio, quello che capisce, perdona, accetta i nostri limiti e le nostre rivolte assurde.

M’è parso che, finito di parlare, la gente sentisse quasi l’abbraccio forte e tenero di Dio. Come vorrei che fosse così!

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