La ricchezza degli uomini di Chiesa dovrebbe andare ai poveri, non in un forziere!

Ci sono delle notizie che mi deprimono e fanno tremare la mia fiducia nella Chiesa.

Qualche settimana fa “Famiglia Cristiana” ha fatto un bellissimo servizio sulle fontane che ci sono, a decine, nei parchi della Città del Vaticano. Io non sono Attila e perciò, già che ci sono, lasciamole, però non ne farei altre e non mi inebria proprio il fatto che Paolo ics, o Benedetto ipsilon, abbiano fatto costruire una o l’altra fontana! Credo che la reggia papale possa passare come un vecchio peccato che si spera che la misericordia di Dio abbia perdonato ma, per carità, non gloriamoci di queste “miserie umane”.

Mi spiace che una rivista cattolica che spesso fa prediche di sinistra non si sia accorta che i tempi del Papa re o del triregno sono passati e che dobbiamo sforzarci non solo di dimenticarli, ma pure di tornarci sopra con una certa disinvoltura.

Queste convinzioni me le porto nel cuore da sempre, le mie letture e le testimonianze cristiane che amo, hanno sempre preso le distanze dalla ricchezza, memori delle parole forti ed inequivocabili di Cristo: «Non si può servire Dio e contemporaneamente mammona», «E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno”. E se non bastasse questo, la parabola di Lazzaro e del ricco Epulone è là come una lapide a perpetua memoria.

Questi pensieri e questa malinconica tristezza si è rinnovata qualche giorno fa quando un amico estremamente credibile, mi ha confidato che un prelato, che io dovrei certamente conoscere, possiede in una banca – di cui m’ha fatto il nome e spiegato l’indirizzo – un’autentica fortuna. Io non immagino neppure il nome e non desidero saperlo! Però confesso che mi ha veramente turbato il pensiero che un prete della mia città, con tutti i poveri, con tutta la carenza di servizi, preferisca al loro benessere e alla loro riconoscenza, il gusto di andare in banca a rimestare il denaro come l’avaro di Molière.

Lo scorso anno la Chiesa universale ha presentato all’attenzione del mondo intero, e in particolare al clero cattolico, il povero Curato d’Ars, il quale bolliva una pentola di patate che doveva bastargli per una quindicina di giorni.

Ho l’impressione che neppure l’anno sacerdotale, con l’accolta finale di dieci-quindicimila pretini in piazza San Pietro sia servito a molto.

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