La storia della nostra Patria

Da un lato mi ha sorpreso alquanto il patriottismo del nostro Presidente della Repubblica; so che l’area culturale in cui s’è intriso nella sua giovinezza, nella maturità e anche nell’incipiente vecchiaia, considerava la vera patria la Russia, ove prosperava il modello di “democrazia” tanto caro al suo partito, mentre i discorsi patriottici erano avversati e bollati di fascismo da parte della stessa parte politica. Ma da un altro lato mi fa alquanto felice prender atto di questa “conversione”. Ciampi ha riscoperto il tricolore e l’inno nazionale, “Fratelli d’Italia”, Napolitano la Patria! Questo recupero mi fa ritornare alla mia infanzia in cui queste parole e questi ideali letteralmente imperversavano!

Ora però ho veramente paura della retorica, del patriottismo formale e dello spreco di denaro per qualcosa che arrischia d’essere più apparenza che sostanza! Siccome non mi pare d’essere il solo a pensarla così ho fatto un serio esame di coscienza nella preoccupazione di aver preso un’influenza oggi abbastanza diffusa che non si chiama più “asiatica” o “suina” ma “influenza leghista”. No! La mia preoccupazione nasce da altri motivi. Già una trentina d’anni fa mi è capitato per caso, di leggere una storia dell’unità d’Italia vista non con gli occhi del Piemonte, del fascismo o del liberalismo anticlericale, ma con gli occhi dei soccombenti, dei vinti. Quella lettura mi ha fatto nascere i primi dubbi sulla retorica risorgimentale. Ora i dubbi sono diventati certezza; la storia è ben diversa, lo confessano anche i “patrioti” dell’ultima ora: la politica britannica, l’appoggio della mafia, la corruzione pagata abbondantemente da Cavour, i plebisciti farsa, gli interventi espansionistici dei Savoia sono elementi che hanno poco a che fare con l’ideale di Patria, di risorgimento!

Ora, “cosa fatta capo ha!”, ma almeno tentiamo di evitare la commedia o peggio la farsa e tentiamo di fare quello che non s’è fatto per non manomettere la storia o meglio ancora per fare spazio a quella autonomia di cultura, di tradizioni che è ancora possibile fare e per togliere spazio a quelle “animosità” che continuano a creare incomprensioni e dissapori tra i vari ceppi culturali della nostra nazione. Io sono italiano e ci resto, ma sono italiano veneziano, come spero che Napoli sia abitata da italiani napoletani.

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