La Festa del Lavoro

Quest’anno non c’era tanta gente alla mia messa del 1° Maggio, ma l’atmosfera era però di una dolcezza straordinaria. La splendida cornice della primavera, che si avverte tra i cipressi del camposanto, il clima di intimità universalmente avvertito per il calore delle basse capriate e della copertura del tetto della povera chiesa prefabbricata nelle regioni gelide e boscose della Romania, han fatto sì che la cinquantina di fedeli uniti attorno all’altare creassero una atmosfera di profonda partecipazione al divino mistero e di viva partecipazione alla festa del lavoro. Nella breve omelia sviluppai due concetti: il lavoro come contributo dell’uomo a far sì che la creazione offra il meglio di sé per rendere confortevole e bella la vita e il lavoro come servizio ai fratelli, ossia segno di fraternità concreta.

Tutto quello che noi fruiamo oggi è dono di creature del mondo intero, come il nostro lavoro può diventare segno di solidarietà per tutti quando è concepito e vissuto come servizio ai fratelli.

Mentre parlavo, i vecchi ricordi del primo maggio vissuti mezzo secolo a San Lorenzo, nella mia vecchia chiesa che s’affaccia su Piazza Ferretto, mi giungevano a dar calore e forza alle parole che tendevano ad esprimere la ricchezza del lavoro.

Cinquant’anni fa, nella piazza del partigiano ucciso dai fascisti, sembrava, tra il mare di bandiere rosse, di pugni chiusi e di discorsi che sapevano di lotta del proletariato contro le classi padronali, di essere alla vigilia della rivoluzione d’ottobre.

Quei cupi ricordi mi hanno aiutato a godere della festa e a pregare convinto che ci sia lavoro per tutti e che il lavoro sia festa e non lotta amara.

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