Il Quinto Vangelo, secondo De André

Io deliberatamente mi lascio coinvolgere dal messaggio che emerge dalle letture che vado facendo. Mi turba e mi sconvolge tutto quello che fa traballare la sistemazione ideale che mi sono fatto delle cose della vita, dell’oggi, del domani e di Dio, però ritengo onesto non conservare come un tesoro certe visioni che col tempo sono state superate, ormai fuori corso o sono strumentazioni ideologiche arcaiche.

Ho già confessato le mie grosse riserve nei riguardi di don Gallo, il prete genovese di cui, in questi giorni, sto leggendo un volume, però ci sono delle affermazioni, forse esagerate, guascone, ma che mi offrono la lettura, il recupero di strumenti ideali per comprendere una religiosità reale, difforme e forse opposta a quella formale, fasulla e di comodo.

Nel passato ho più di una volta scritto il mio entusiasmo e la mia profonda attenzione a quello che Pomilio ha chiamato “il quinto Vangelo”, ossia il messaggio che il buon Dio ci fa pervenire mediante i segni dei tempi, gli eventi ed anche la cronaca quotidiana; si tratta sempre di un messaggio semplice, immediato, comprensibile e soprattutto vero ed attuale.

Riporto alcune righe stupende di don Gallo, amico del cantautore Fabrizio De André, con le quali questo prete protestatorio ci fa comprendere come anche le parole e le note talora sarcastiche e talora tenere del novelliere ligure seducano e mettano in luce la solidarietà, il riscatto e la liberazione delle quali il Vangelo di Gesù è fonte fresca ed inesauribile.

Scrive don Gallo:
“Ad un rinfresco incontrai un cardinale, il quale colse subito l’occasione per insinuare: «Tu sei sempre in giro per l’Italia, ma li studi i Vangeli?» «E certo!» «E quanti sono?» «Cinque: Marco, Luca, Matteo, Giovanni…» «E il quinto?» incalzò preoccupato. «Il Vangelo secondo De André.»
In fondo, “in direzione ostinata e contraria”, non è la sintesi del Vangelo di Gesù? La poesia musicale diventa coscienza civile, comprensione umana, preghiera smisurata, guerra alle ipocrisie, amore per i perdenti e i derelitti, quelli che la gente perbene lascia a terra nella sua inarrestabile corsa verso il trionfo materiale. Ecco che il poeta con il suo genio trova ispirazione indagando nei bassifondi, nei vicoli ombrosi, tra i viados, barboni, rom, artisti libertari, e da lì scatta la sua insofferenza verso il potere, verso il clero moralista, verso l’intolleranza. Tutta la sua opera si libera negli anfratti, corre su due binari: ansia per la giustizia sociale e speranza di un mondo nuovo. Nell’affresco di anime salve Fabrizio tornava a sfidare un mondo dove, coltivando tranquilla l’orribile varietà delle proprie superbie, sta la maggioranza. E sotto, o ai margini, le minoranze, disobbedienti alle leggi del branco, stanno come una svista, come un’anomalia, una distrazione.”

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