Mio padre, un uomo, e un cristiano

Io ho una famiglia numerosa, mi ci vorrebbe una Treccani per ricordarmi i compleanni, gli onomastici e le varie ricorrenze. Ricordo bene però la data di nascita di mio padre, 2 agosto 1905. Se fosse vivo avrebbe compiuto 104 anni.

Per me però i volti di papà e mamma rimangono sempre gli stessi, mesto e malinconico quello della mamma, che era una donna riservata e taciturna, sorridente ed espansivo quello del babbo, che era invece chiacchierone, socievole ed estroverso, tutto sommato ottimista.

Durante quest’estate, vivendo più spesso in casa e incontrando più frequentemente la foto di papà, che mio fratello, don Roberto ha fatto stampare in occasione della sua morte in centinaia e centinaia di copie con una scritta lapidaria: “Attilio Trevisiol, un uomo, e un cristiano”. Papà è ritratto con la sua insuperabile “Guzzetti”, con il pullover tutto pieno di segatura e di trucioli (l’eterno cruccio di mamma!). Vedendo la foto sono riandato a riflettere al ritratto spirituale di mio padre.

Papà aveva fatto la sesta e per i suoi tempi si riteneva, scherzosamente quasi un intellettuale!

Era un bravo falegname secondo un’accezione del passato, cioè passava con disinvoltura dai serramenti, alla carpenteria e non rifiutava neppure il mobile se glielo commissionavi, il suo orgoglio era soprattutto la carpenteria dei tetti.

Volle una famiglia numerosa, sette figli, che crebbe ai sani principi della vita con la parola ma soprattutto con l’esempio. Era schierato senza tentennamenti e senza dubbi con la chiesa, i preti e per la democrazia cristiana.

Portava in tasca una lettera di De Gasperi, che lui diceva essere autentica, ma che sarà stata stampata in milioni di copie per una delle campagne elettorali!

Quando poi mio fratello prese in mano le redini della bottega, perciò lui poteva prendersi permessi ordinari e straordinari, prendeva la sua “Guzzetti” ed andava all’ospedale di San Donà, ogni settimana, a trovare gli ammalati del paese, conosceva tutti e dispensava a piene mani le sue preghiere, e a nostra insaputa anche quelle dei suoi due figli preti. Era un modo per manifestare l’orgoglio d’aver donato alla chiesa due figli.

A noi poi, per metterci in pace, ci tacitava dicendo che nel ritorno diceva qualche Ave Maria in nostra vece. Spesso invidio mio padre perchè non ebbe mai dubbi, incertezze e perplessità, si impegnò per il bene, un bene certo, assoluto, mentre noi figli del nostro tempo, abbiamo mille tarli che rodono anche le certezze più sicure!

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