Angeli dalle trombe d’argento

Più di una volta ho citato un passaggio di una preghiera di don Zeno Saltini, il prete romagnolo che fondò Nomadelfia, la città dei fratelli. Questo prete ha realizzato, vicino a Grosseto, una comunità che ha come costituzione e codice civile solo il Vangelo. Gli abitanti di questo borgo di 300 anime hanno scelto di avere come regola per tutti gli aspetti della vita ciò che Gesù ha detto nel Vangelo.

Faccio questa premessa per inquadrare la preghiera di questo sacerdote che mi sta ispirando una scelta di vita e un nuovo metodo pastorale. La preghiera di don Saltini recita pressappoco così: “Angeli dalle trombe d’argento suonate l’accolta degli uomini di buona volontà, voci che conoscete i loro nomi, ove abitano e il loro numero di telefono, invitateli a mettersi assieme perché promuovano un mondo nuovo fondato sulla solidarietà e sull’amore”.

Mosso da queste parole, ho deciso che quando il mio o qualsiasi angelo custode mi fa incontrare uno di questi “uomini di buona volontà”, di arruolarli per aiutare la nostra città ad essere più solidale, a diventare, nonostante tutte le difficoltà e le resistenze, una città composta da fratelli che si vogliono bene e si aiutano. Il mio archivio che contiene i nomi degli uomini di buona volontà sta crescendo fortunatamente di giorno in giorno. Finora ho registrato ogni settimana i loro nomi e le loro opere buone nelle pagine di questo periodico. Però penso che sia bene che d’ora in poi informi i miei cittadini di certi gesti particolari che documentino l’inventiva e le gesta belle di questa gente che gli “angeli di buona volontà” me li fanno incontrare e che io inserisco nella mia sognata Nomadelfia, la città ideale della solidarietà e dello spirito evangelico.

Alla vigilia della Quaresima, è giunta al Centro don Vecchi una telefonata in cui si chiedeva che suor Teresa si recasse al supermercato In’s che si trova giusto a due passi da noi in viale Don Sturzo. Giunta suor Teresa al supermercato, le fu consegnato da un signore un carrello stracolmo di ogni ben di Dio e fu invitata a ritornare perché gliene sarebbe stato preparato un secondo. Ritornata la nostra suora in quel negozio, trovò un secondo carrello altrettanto pieno di ogni ben di Dio, con sopra un foglio bianco con scritto: “alla prossima volta!”

Chiesi alla mia collaboratrice il nome del benefattore, ma non trovò verso per farselo dire. Nel mio registro scriverò al numero 13.200: “xy”, però ritengo doveroso che tutti sappiano che a Mestre non ci sono solamente lestofanti, fannulloni e imbroglioni, ma pure uomini di buona volontà come questo del supermercato In’s. Questa sera nella mia preghiera ripeterò “agli angeli dalle trombe d’argento” che continuino a suonare con tutte le loro forze, perché finalmente gli uomini di buona volontà si mettano assieme a dare vita a un mondo migliore e più fraterno.

Dipendenti pubblici spesso arroganti ed inefficienti

Io sono assolutamente analfabeta per quanto riguarda l’informatica; il massimo che ho raggiunto è quello di rispondere quando suona il mio telefonino. Pure nel chiamare, pur avendo davanti agli occhi i numeri grandi, mi sbaglio di frequente. Sono arrivato alla conclusione che questi sono gli inghippi causati abbastanza di frequente dalla vecchiaia.

Fatta questa premessa, vengo a una recente esperienza, che credo non riguardi solo me. Quando mi si chiede qualche articolo scrivo a mano però non so inserirlo in computer. Uno scout incontrato negli anni verdi del mio sacerdozio, sentito questo, s’è gentilmente offerto d’aiutarmi digitando questi testi in computer. Avendo egli poi una moglie maestra, mi fa pure lei il favore di metterci qualche punto, qualche virgola e di aggiustare certi periodi malconci e prolissi.

Questi cari amici abitano però in centro città e non volendo disturbarli ulteriormente facendoli ritirare i testi, ho trovato la soluzione di spedirli per posta. In linea d’aria tra il don Vecchi, ove abito, e via Tergolina, ove abitano loro, penso che non ci siano più di due chilometri di distanza, quindi ho pensato che le mie lettere sarebbero giunte in due tre giorni, poi loro che sono giovani ed esperti mi avrebbero potuto rimandare i testi via posta elettronica e quindi in tre quattro giorni avrei potuto mandare i miei articoli in redazione.

Le cose però non sono andate così. Sono occorse più settimane perché le mie lettere giungessero a destinazione. M’è parso quindi giusto scrivere alla direzione delle poste di via Torino, pregando di fare un’inchiesta per scoprire il perché di questi ritardi eterni e chiedendo comunque di essere aggiornato sull’andamento della verifica, ma non m’è giunta risposta alcuna. Ho sempre pensato che un datore di lavoro, che paga regolarmente e perfino in anticipo un servizio, abbia almeno il diritto di pretendere una spiegazione e delle scuse. La risposta m’è arrivata dopo un paio di settimane, informandomi che non è possibile controllare i percorsi e i tempi del recapito.

Scrivo queste cose, pur convinto che siano risapute da tutti, perché credo che noi cittadini non dobbiamo presentarci col cappello in mano nei riguardi di “questi nostri dipendenti”, ma dobbiamo pretendere da loro cortesia ed efficienza. Credo pure che se fossimo in molti a protestare le cose andrebbero diversamente. E’ giusto votare, ma è troppo poco; bisogna partecipare attivamente alla vita del Paese: protestare, intervenire, sollecitare affinché la burocrazia dello Stato, del parastato e del Comune compia il proprio dovere e sia più rispettosa e cortese verso i suoi cittadini.

Libero e fedele

La Chiesa, corpo mistico di Cristo, non è formata solamente dal capo ma anche da tutte le altre sue membra.

Più volte ho affermato che nei riguardi dei radicali ho sempre avuto un rapporto di “amore e odio”. “Odio” per le loro campagne a favore del divorzio, dell’eutanasia, dell’anticlericalismo radicale ed altro ancora; “amore” invece per le loro campagne a favore del terzo mondo, per la “giustizia giusta”, per l’umanizzazione delle carceri, per la “laicità” dello Stato e altro ancora!

Col passare del tempo però mi pare che stia crescendo “l’amore” e diminuendo “l’odio”; un po’ per la scomparsa di Marco Pannella e per la malattia di Emma Bonino che hanno fiaccato la capacità di denuncia da parte di questo partitino lillipuziano ed un po’ perché vado scoprendo che anche nelle loro denunce più “radicali” c’era sempre qualcosa di sano e questo mi sta sempre più convincendo che vale ancora il detto popolare che non è giusto “buttar via il bambino con l’acqua sporca”.

Faccio questa premessa per dire che un tempo mi infastidiva e da cattolico mi irritava che i radicali l’undici settembre di ogni anno, giorno della breccia di Porta Pia, andassero “in processione” a portare una corona al monumento di Giordano Bruno. Oggi forse ci andrei anch’io pensando al bene che ha fatto alla Chiesa chi si è opposto “al Papa re” dello Stato pontificio. Specie ora, che a Papa Francesco gli sono di troppo perfino i sacri palazzi tanto che è andato a vivere a Santa Marta. Tutto questo gode perfino della “benedizione papale”! Questa testimonianza mi spingerebbe a far fare una lapide in ricordo dei bersaglieri e del generale Cadorna che ha ordinato l’assalto di Porta Pia.

Qualche giorno fa ho visto su Rai Storia un servizio che trattava questo evento e Papa Pio IX ne è uscito, almeno per me, alquanto malconcio. Questo discorso mi fa concludere che anche oggi noi preti, ma pure i fedeli laici, ci rendiamo colpevoli di queste gravi ferite alla Chiesa perché priviamo le gerarchie ecclesiastiche di un rapporto filiale, ma franco, leale, onesto, dialettico, preferendo spesso ad esso un ossequio formale, codino e servile.

Sono sempre più convinto che il rapporto, la collaborazione e l’obbedienza ai “superiori” debbano avere sempre la componente della franchezza e del dissenso che nasce però da un vero amore. Io sono tanto grato a don Primo Mazzolari, che per queste scelte subì mortificazione e condanna, per avermi donato la massima a cui si rifece sempre: “libero e fedele”.

Non sono in grado di dire se i miei vescovi abbiano apprezzato questo mio comportamento, però sono contento di non averli mai traditi e mai privati del mio apporto di pensiero, sempre nato, di volta in volta, dalla mia coscienza di uomo e di figlio di Dio.

Centro don Vecchi di Marghera

A fine febbraio ho terminato la visita e la benedizione ai residenti del Centro don Vecchi di Marghera in via Carrara.

Ho sempre ritenuto che chi è incaricato della cura pastorale debba visitare il più frequentemente possibile i residenti dei 400 alloggi gestiti dalla fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi, ma non debba lasciar passare al massimo un anno senza fare una visita ad ognuno dei nuclei familiari che risiedono nei sei centri. Ritengo opportuno riferire in relazione a quest’ultima visita fatta al centro di Marghera, portando a conoscenza della città qualche impressione ricevuta in questa esperienza.

Il Centro don Vecchi di Marghera si trova accanto alla chiesa parrocchiale della comunità cristiana dei Santi Francesco e Chiara. E’ stato costruito sul terreno di quest’ultima mediante un accordo tra le parrocchie di Carpenedo e quella di Marghera. La parrocchia di Carpenedo ha offerto 750 milioni di lire perché fosse terminata la costruzione della chiesa parrocchiale, mentre la parrocchia di Marghera in cambio ha messo a disposizione 4000 metri quadrati di terreno, superficie sulla quale s’è costruito il centro su progetto dell’architetto Giovanni Zanetti.

Era da qualche tempo che non entravo in quella struttura, ma l’impatto è stato come sempre quanto mai gradevole da ogni punto di vista. Il fabbricato sorge al centro di un grande prato verde, che a sua volta è delimitato da un “muro” in arbusti squadrati come la lama di un rasoio. Dopo l’entrata luminosa del centro una vecchina ordinata e sorridente dalla guardiola mi ha accolto con un affettuoso saluto. Sulla sinistra ho potuto ammirare una bella mostra di acquerelli della galleria San Valentino collocata nella hall del fabbricato. Poi ho cominciato a bussare ad una ad una alle 57 porte che si aprono nel lungo corridoio di ogni piano, le pareti del quale sono tappezzate di quadri non di gran pregio artistico, ma quanto mai piacevoli e armoniosi.

Quasi tutti gli appartamenti sono arredati con buon gusto e taluni perfino con signorilità. L’accoglienza è sempre estremamente cordiale, riconoscente, i colloqui affettuosi, mediante cui ho avuto modo di apprendere le vicende spesso tristi della vita di ogni inquilino: vedove, divorziati, persone sole, pensioni sempre misere e talvolta non adeguate, figli disoccupati, comunque tutti estremamente felici per aver trovato un rifugio confortevole e fraterno. Ho rilevato qualche situazione veramente precaria da un punto di vista economico, alla quale fortunatamente potrò offrire un aiuto mediante la bella somma messa a disposizione dall’associazione “Vestire gli ignudi”.

Dalla visita poi ho avuto la riconferma che la mente e il cuore di quella piccola comunità di anziani sono i coniugi Teresa e Luciano Ceolotto, che da volontari la gestiscono come fosse la loro famiglia. A questi cittadini, quanto mai generosi e benemeriti, giunga la riconoscenza della Chiesa mestrina e dell’intera città.

Samaritani oggi

Per istinto, per educazione e per scelta mi sono sempre interessato, anzi, sono sempre stato fortemente coinvolto dai doveri che ho verso il prossimo, qualsiasi sia la sua condizione di vita.

Faticosamente sono arrivato a delle conclusioni che ho avuto modo, anzi che ho sentito il bisogno e il dovere di renderne compartecipi sia le persone con le quali vivo la mia vita, ma anche con quelli che vivono nella mia comunità cittadina.

Talvolta m’è parso che le mie conclusioni, sulle quali molto ho riflettuto e sulle quali spesso mi sono pure confrontato con gli altri a livello umano e religioso, fossero finalmente definitive e tranquille; in realtà debbo constatare che non è proprio così. So di certo che per molti altri miei colleghi le cose non stanno così e che han risolto questo problema con alcune battute: “Ci pensino i servizi sociali del Comune”, o “vadano alla Caritas o alla San Vincenzo” oppure in maniera più sbrigativa: “Si diano da fare!” Per me, non so se fortunatamente o sfortunatamente, le cose non stanno così e quel “ama il prossimo come te stesso” oppure “avevo fame, ero ammalato” ed anche “ero in carcere e tu…” mi rimangono come dei chiodi infissi nel cuore e nella coscienza e che, non appena incontro una persona in difficoltà e che mi chiede aiuto, cominciano a farmi male e a sanguinare.

Ripeto ancora una volta che mi sono ripromesso di dare uno o due euro ai mendicanti ormai endemici, di offrire un’offerta più consistente tramite il parroco del richiedente per situazioni più gravi e dedicare tutto il resto dei miei risparmi alla realizzazione di strutture, che, a detta del mio maestro monsignor Vecchi, aiutano seriamente tante persone in difficoltà non per un giorno, ma per decine d’anni e forse per secoli!

Fatta questa premessa, voglio raccontare al riguardo due casi emblematici. Circa un paio di mesi fa s’è presentata al Centro Don Vecchi una giovane donna, che ha domandato di me perché aveva una cosa urgente da dirmi. Mi disse che aveva fissato per una certa ora dello stesso giorno un esame a livello tumorale, ma non aveva gli 86 euro che le occorrevano. Ebbi subito la sensazione che l’anno scorso una signora della stessa età mi abbia presentato una situazione pressoché simile e lo stesso urgente, dicendomi che il giorno dopo mi avrebbe reso il debito, ma poi non s’è fatta più viva. Rimasi perplesso, ma poi prevalse in me il dubbio che non fosse lei. Le diedi i soldi richiesti, somma che lei mi disse che me l’avrebbe restituita il giorno dopo prima della Messa delle 10:00 che celebro ogni domenica nella chiesa del cimitero. Ella però non si fece più viva.

Eccovi la seconda storia. Ieri dalla segreteria del Don Vecchi mi telefonarono che un signore desiderava parlare con me. Andai e questi mi raccontò che era disoccupato da un paio d’anni e non riusciva a trovare lavoro, bollette ed affitto da pagare. Gli dissi che doveva rivolgersi al suo parroco, perché sono ancora convinto che ogni comunità cristiana deve farsi carico dei suoi poveri, anche se so che in realtà le cose non vanno così. Replicai: “Chi l’ha mandato da me?” Mi rispose che era stata una signora. Purtroppo è vero che ci sono signore e pure colleghi che trovano quanto mai comoda questa soluzione. Infine non sapendo che dirgli ancora, gli chiesi che professione facesse ed egli gelido ed un po’ beffardo mi rispose: “Il mendicante!”. Gli diedi 5 euro e se ne andò senza protestare. Ho chiesto lumi al mio angelo custode, ma pure lui rimane perplesso e mi sta lasciando tormentare nel mio dubbio.

Oggi mi rendo conto che è ben difficile fare il samaritano! Comunque quello della parabola del Vangelo sta là a ripetermi che egli è sceso da cavallo, ha curato il malcapitato disteso per strada, l’ha portato nella locanda e si è fatto carico della spesa! Mi chiedo: “Posso io far diversamente?”.

In ricordo di Marisa

Marisa era una mia coetanea, classe 1929, che abitava come me presso il Centro don Vecchi di viale Don Sturzo. La signora Marisa aveva fatto la “fruttarola” per tutta la sua vita, motivo per cui aveva grande esperienza nel rapporto che si deve tenere con gli altri, ella era una veneziana che più veneziana non si può, motivo per cui aveva una parlata simpatica, scorrevole e vivace; profumava di laguna nella mentalità, nel pensiero, nell’approccio col prossimo: spiritosa, sorniona nella battuta ed accattivante nel rapporto, tanto che interloquiva sempre con i suoi “tesoro, amor mio”.

Marisa non amava troppo ritirarsi in casa, difatti passava tutti i pomeriggi tenendo banco presso un crocchio di coetanee che passavano il tempo e godevano delle sue battute. Marisa, innamorata del figlio ed innamoratissima dei nipoti che ce li dipingeva come dei portenti di ragazzi, con me aveva un feeling particolare essendo, come ho detto, mia coetanea.

Sono veramente addolorato per questa perdita, però in quest’occasione mentre sento il bisogno di salutare ed affidare al buon Dio questa donna, debbo rivelarvi un piccolo segreto. Marisa era felicissima di abitare al Don Vecchi, struttura che considerava la più bella delle soluzioni per anziani e diceva un po’ a tutti questa sua felicità.

Al Don Vecchi bazzicano di frequente giornalisti, operatori televisivi per inchieste e soprattutto per la novità circa la domiciliarità degli anziani poveri; normalmente chiedono a me come ideatore del Don Vecchi le notizie che possono interessare ai lettori circa questa struttura decisamente innovativa. Poi per esigenza del mestiere chiedevano di poter interrogare pure qualche vecchio residente. Allora con aria e previsione certa della risposta, dicevo al crocchio di amiche, tra le quali non mancava mai la signora Marisa: “I signori avrebbero piacere che diceste anche voi come vi trovate in questa casa di riposo”. Ella puntualmente e per me in maniera prevista e desiderata, balzava in piedi e con gli occhi spalancati ed in atteggiamento di stupore sbalordito affermava: “Cosa? Questa casa di riposo? Ah cari signori, questo è un centro benessere!” E snocciolava quindi di seguito le meraviglie del Don Vecchi!

Marisa è morta nel sonno dopo un paio di settimane di malessere. Ci mancherà perché era una persona particolare, ma nel contempo rimaniamo felici perché cento, mille volte ci ha confidato e detto a tutti che al Don Vecchi ha vissuto i più begli anni della sua vita. (d.A.)

Il 5xmille: grazie, ma si può fare di più?

In questi ultimi giorni apprendo i risultati quanto mai brillanti ottenuti dall’associazione Avapo (assistenza domiciliare agli ammalati oncologici in fase finale) nei riguardi del 5 per mille. Infatti mi pare che quest’anno abbiano raggiunto i 120.000 euro, mentre noi della Fondazione, pur essendomi io impegnato a fondo nell’invitare i concittadini a ricordarsi anche di chi si occupa della domiciliarità degli anziani in disagio economico, abbiamo realizzato solamente un quinto in merito a questo contributo dello Stato.

A scanso di equivoci, affermo pubblicamente e con estrema onestà che l’Avapo si merita questo consenso poiché è un’associazione seria, efficiente, che svolge un’attività innovativa e quanto mai umana e quindi sono felicissimo del consenso che ha ottenuto. Tuttavia, sono pure convinto che l’impegno e il servizio svolto dalla nostra Fondazione nei riguardi degli anziani e dei poveri a Mestre non sia molto meno meritorio e ciò nonostante nell'”ultimo esercizio” ha realizzato soltanto 32.000 euro.

Sono immensamente riconoscente al consistente numero di concittadini che ci hanno aiutato e incoraggiato con la loro offerta però confesso, con molta amarezza, che rimango deluso da quella moltitudine di concittadini che si sono dimenticati delle nostre sei strutture, innovative e quanto mai signorili, che abbiamo offerto agli anziani più poveri di Mestre. Non sono poche le persone e gli amministratori del nostro Comune che hanno affermato che i Centri don Vecchi sono uno dei fiori all’occhiello di Mestre.

La mia speranza è che io, non essendo per nulla esperto in questo settore, ho impostato male la campagna per ottenere il 5 per mille a favore della Fondazione dei Centri don Vecchi. Dato poi che non sono uno che se la metta via facilmente, mi rivolgo ai concittadini, esperti di questo settore, perché mi aiutino a non fare ancora una volta flop.

È vero che quest’anno da 22.000 euro siamo passati a 32.000 euro, ma a mio parere è ancora troppo poco. Chiedo quindi agli esperti in pubblicità di offrirsi ad aiutare la nuova redazione de L’Incontro e particolarmente il nuovo direttore, don Gianni Antoniazzi, ad impostare la “campagna” di quest’anno! Grazie.

Dateci il marciapiede

Quattro anni fa avevo già fatto domanda all’allora assessore alla Mobilità Ugo Bergamo di studiare e realizzare un percorso pedonale tra il Centro don Vecchi 4 e il centro del paese. Questa richiesta nasceva dal fatto che gli anziani, data la pericolosità di via Orlanda, rimanevano reclusi nell’area di residenza. Il discorso sembrava che andasse avanti, tanto che il Comune aveva fatto fare uno studio di fattibilità.

Con l’arrivo della nuova amministrazione ho ripreso i contatti con il nuovo assessore Renato Boraso, ottenendo rassicurazione che l’opera era possibile e che il Comune avrebbe fatto suo il progetto, anche per il fatto che quel tratto di strada sarebbe passato dalla competenza dell’Anas a quella del Comune. Peraltro, l’Anas ha un cantiere nei dintorni tanto che gran parte del verde del don Vecchi è stato espropriato: motivo per cui la soluzione sembrava di vicina realizzazione.

Nel frattempo, però, i giorni e i mesi continuavano a passare, nonostante l’ex dirigente delle strade gestite dalla Provincia e quindi esperto della materia, Lanfranco Vianello, a nome mio avesse preso contatto con l’assessore ottenendo sempre promesse, che sono rimaste solo promesse!

Essendo passata la “luna di miele” dopo il primo anno e mezzo di governo della giunta Brugnaro ed essendo pure convinto che quando si parla per il bene della collettività e soprattutto delle persone più deboli, al Comune non si debba presentarsi con il cappello in mano, ma coscienti d’essere cittadini, m’è parso di dover informare l’opinione pubblica di questo stallo, visto che di dipendenti da impegnare ne avrebbe perfin troppi. Mi auguro che a questo scritto, al quale ne seguirebbe uno alla settimana se necessario, arrivi finalmente una risposta concreta.

Addio a un testimone di solidarietà

La stampa cittadina ha segnalato con un certo rilievo la morte del dottor Vittorio Coin, già presidente della notissima impresa d’abbigliamento della nostra città. I quotidiani locali hanno parlato della competenza e dei meriti di questo imprenditore che giustamente devono essere sottolineati. Dal canto mio, vorrei aggiungere una nota per esprimere stima e ammirazione a questo nostro concittadino. In proposito, di primo mattino m’è giunta una telefonata della figlia del dottor Vittorio Coin, informandomi che suo padre era mancato durante la notte aggiungendo poi che, avendo avuto egli molta stima su quanto andiamo facendo con i Centri don Vecchi e con le nostre varie attività caritative, ha ritenuto doveroso darmi la dolorosa notizia. Questa telefonata ha fatto emergere dalla mia memoria alcuni episodi della vita di questo concittadino, che non solo ha ben meritato nei riguardi della città con la sua attività commerciale dando lavoro e benessere a tanta gente, ma pure ha avuto attenzione per i poveri e chi si occupa di loro.
Eccovi alcuni episodi degni di nota.

  • Un paio di anni fa, invitato dal signor Danilo Bagaggia, ex dipendente della Coin e attuale direttore del più grande ipermercato di carattere solidale del Triveneto, ha visitato i nostri magazzini, ha partecipato alla cena dei 110 volontari, ci ha offerto una cifra notevole e ci ha promesso il suo aiuto.
  • L’attuale associazione “Vestire gli ignudi” gestisce un enorme ipermercato di vestiti, per metà usati e per metà nuovi, offerti dalla Oviesse. È certo che una volta è stato lui a fare questa scelta e poi, quando è uscito dall’azienda, ha certamente presentato favorevolmente la nostra attività, tanto che continuiamo a ricevere una gran quantità di indumenti nuovi.
  • Lo scorso anno, in occasione delle sue nozze d’argento, ha invitato gli amici a non fargli regali ma a offrire il corrispondente alla nostra Fondazione. In quell’occasione abbiamo incassato ben euro 27.000.

Mi piace indicare questi lati nascosti della personalità di questo imprenditore, lati che dimostrano la sua bravura di gestore di una grande azienda ma soprattutto la sua alta statura umana.

San Martin Lutero?

Qualche volta la storia condanna un uomo che può essere compreso dopo qualche secolo. Prima di esprimere un giudizio bisogna avere una grande pazienza

Durante tutta la mia infanzia, ma pure durante la mia giovinezza, m’era stato dipinto Martin Lutero, l’autore della Riforma protestante, come un traditore della fede, un crapulone dalla vita disordinata che ha spaccato la Chiesa. Da qualche anno però sto facendo marcia indietro, anzi una conversione ad “u”! Sto leggendo un bel volume di Graziella Lugato, dal titolo “Visite pastorali antiche nella parrocchia di San Lorenzo di Mestre. Dal Concilio di Trento alla bolla papale Ob Nova”.

Per me, che ho speso in quella parrocchia quindici anni di esaltante vita pastorale, queste notizie mi incuriosiscono quanto mai. Ho appena letto che il parroco d’allora, don Camillo, che aveva ereditato dallo zio don Andrea il beneficio (cioè la rendita inerente al titolo) viveva normalmente a Venezia perché “l’aria di Mestre non gli conferiva”, e veniva a Mestre, in parrocchia di San Lorenzo, due o tre volte all’anno e vi rimaneva uno o due giorni al massimo!

Questa era la parrocchia del Duomo al tempo di Martin Lutero, c’è da figurarsi come fosse il Vaticano a quei tempi! Mi vien da pensare che il buon Dio abbia scelto il monaco tedesco per la necessaria riforma della Chiesa e non certo per la contro riforma e quindi dovremmo trovare pure un altare anche nella nostra chiesa di San Lorenzo da dedicare a Martin Lutero!

Sono ormai molti anni che sto rivedendo e correggendo certa cultura che mi hanno propinato a buon mercato! Mi spiace solamente che sono arrivato troppo tardi in questa verifica e rilettura dell’apologetica ecclesiastica.

È vero: una revisione critica del nostro pensiero e delle nostre convinzioni è sempre faticosa perché fa traballare e scombina l’architettura della struttura mentale nella quale abbiamo inquadrato la nostra visione del mondo e del messaggio cristiano. Tuttavia ritengo doveroso, che pur con pacatezza e pazienza, dobbiamo mantenerci in costante verifica del nostro modo di pensare e di vivere se vogliamo essere onesti con noi stessi e con le persone con cui viviamo.

Fortunati noi che abbiamo l’opportunità, grazie all’insegnamento di Papa Francesco, di veder tutti noi non come dei nemici o dei competitori, ma sempre e comunque come fratelli.

Natale 2016, un bimbo non può nascere in un garage senza acqua né luce

Quarant’anni fa un racconto su una famiglia meridionale e su un parto sopra una stalla fece arrabbiare la Mestre `bene’. Adesso l’emergenza e il grido di aiuto sono reali: di nessuno abbandoni questo `San Giuseppe’ immigrato. Il Natale ha senso se si riconosce Cristo incarnato nei poveri, nei sofferenti che rinnovano la grotta di Betlemme.

Dei natali della mia infanzia, ricordo il presepio con le montagne di cartone e il laghetto fatto con un vecchio specchio, Gesù bambino e le statuine, di gesso. Nonostante la proibizione dei miei genitori, noi fratelli non riuscivamo a non toccare, facendole quindi cadere con dispiacere e rimorso, come se avessimo fatto un gran danno in famiglia. Ricordo ancora la messa a mezzanotte, con un cielo non ancora “affumicato”, in cui le stelle brillavano come perle preziose e la terra era sempre coperta di ghiaccio e spesso anche di neve.

Del tempo del Seminario, il mio Natale era liturgico, quasi che Gesù non sarebbe disceso volentieri dal cielo se le candele non fossero state dritte, le vesti del prete e dei chierichetti bianche e immacolate, i fiori ordinati e le colonne della chiesa avvolte nei damaschi rossi.

Il volto del Bambinello cambiò progressivamente ed in maniera radicale quando, da giovane prete, il Natale lo celebravo a san Lorenzo con una chiesa gremita di giovani seduti per terra, canti ritmati dalle chitarre ed un Gesù atteso come un rivoluzionario alla Che Guevara piuttosto che portato in terra da angeli osannanti. Eravamo nel sessantotto e la contestazione toccava persino il volto del Redentore. I miei ragazzi, ma pure il loro giovane prete, aspettavano più il figlio dell’uomo che il figlio di Dio: un Redentore che finalmente facesse giustizia nella società iniqua e ingiusta. Il mio Natale cominciò ad umanizzarsi ed incarnarsi nelle attese e nelle sofferenze dei poveri. In quella stagione nacque il “Caldonatale”. Un centinaio di ragazzini scouts, con tricicli e motorini presi a noleggio, cominciarono a portare nelle case dei poveri le “uova” di carbon coke che il presidente della Save, l’ingegner Re, su intercessione di monsignor Vecchi, ci donava, mentre il Cavalier Dell’Abaco ci mise a disposizione un camion di antracite e la Breda gli stampi in legno dei manufatti che produceva. A pensarci oggi, quella mi sembra una bellissima avventura, ma a quei tempi fu un dramma: la ventina di tricicli, alcuni a pedali altri a motore, montati da ragazzi tra i dodici e quattordici anni, girare da mane a sera per strade affollate da automobili; per loro fu un’impresa ma per me un’angoscia mortale. Comunque quel Gesù vestito da povero, al quale i miei ragazzi portavano legna e carbone, mi piaceva sempre di più! In quel tempo cominciavamo pure alla San Vincenzo a far Natale distribuendo “Buoni Caldo” ai più derelitti della città.

Fatto parroco a Carpenedo inventammo il pasto di Natale per “Gesù bambino e la sua famiglia”. I parrocchiani, ai quali un paio di settimane prima di Natale avevamo fornito le borse, le riportavano piene zeppe di generi alimentari. Pure a ogni negozio fornivamo le ceste per la carità. I ragazzi poi, durante la “messa della carità” accostavano davanti all’altare giocattoli, vestiti, dolci per il Gesù che qualche giorno dopo sarebbe arrivato.

La chiesa gremita di ragazzi, genitori e nonni offriva uno spettacolo veramente emozionante. Era un Natale anticipato che neppure gli angeli avrebbero potuto rendere più bello!

A quel tempo, prima invitavamo gli anziani e i poveri a pranzare, il giorno di Natale, in canonica assieme al parroco, poi, essendo i locali inadeguati perché troppo piccoli trasferimmo il pranzo di Natale al Ritrovo degli anziani in via del Rigo, nella sala capace di una cinquantina di coperti. Di quel volto di “Gesù bambino” finii per innamorarmi follemente: non avrei potuto riconoscerlo altrimenti, neppure fosse vestito come re Davide o la regina di Saba!

Il Natale dell’ultima stagione della mia vita lo sto vivendo da dodici anni al “don Vecchi” assieme a “Gioacchino e Anna”, genitori della Madonna, nonni di Gesù e suoceri di san Giuseppe. Il “don Vecchi” è già di per se stesso un presepio ogni giorno dell’anno, perché in esso c’è un Gesù vivo e reale anche dopo la sua morte.

Al “don Vecchi” la solidarietà dà volto al Risorto, motivo per cui ogni giorno si celebra sia Natale che Pasqua come dice il canto sacro: “Ubi caritas, ubi Deus”!

Comunque anche i nostri anziani sentono il bisogno di fare ogni anno un presente a Gesù bambino, infatti nella hall del don Vecchi, con l’Avvento, è stato posto un cassone che potrebbe contenere un miliardo e anche più di euro, con la scritta “ogni giorno una scodella di latte per i Gesù, bambini neri come l’ebano, che mia sorella Lucia ha scoperto dimorare a Wamba, un villaggio sperduto nella savana keniota.

Questo è il Gesù bambino che lungo le stagioni della mia vita ho scoperto e che per me ha il volto più reale e sicuro del Figlio di Dio da conoscere, amare e servire. Questo Gesù mi ha liberato dal magico, dalla leggenda, dal rito e dal folclore e ha ancorato la mia fede alla vita reale di tutti i giorni e agli uomini bisognosi di aiuto e di amore.

Senonché martedì 6 dicembre di quest’anno, giorno della seconda settimana di Avvento, mentre stavo prendendo la mia “Punto” per distribuire L’Incontro, suor Teresa, che doveva aiutarmi, prima di entrare in auto già con il motore acceso, si è fermata a parlare con un giovane sui trent’anni. Quando finalmente entrò in macchina, mi raccontò che quel giovane era venuto al don Vecchi per chiedermi aiuto, confessando che la sua giovane sposa è al terzo mese di gravidanza, vivono in un garage al freddo, senza luce e senza acqua e non riescono a trovare un alloggio perché il loro “Gesù” non nasca in quello squallore. Questo giovane fa il panettiere e quindi può pagarsi l’alloggio, ma la nostra gente non si fida di questo extracomunitario. Circa quarant’anni fa, si era di Natale anche allora, scrivessi per il periodico della San Vincenzo, “Il prossimo”, un racconto in cui narravo che due coniugi del Sud, a quei tempi c’era l’enorme salita di immigrati al Nord provenienti dal Sud d’Italia, giunti a Mestre cercavano affannosamente alloggio perché la giovane sposa aspettava un bimbo. Li inviai alla San Vincenzo, alle varie parrocchie, ma ottennero sempre un rifiuto dopo l’altro. Allora li indirizzai alla sede della Croce Rossa di Mestre, ma le Dame erano intente a preparare i regali per Natale e quindi neppure li ricevettero. Infine, deluso e disperato li mandai alla casa colonica dei Pettenò che si trova, ora restaurata, vicino al cavalcavia dei Quattro Cantoni. Sapevo che quella gente di buon cuore ospitava talvolta qualche povero offrendo di dormire nel fienile, dove pure questi due coniugi furono accolti, e Gesù nacque quindi sopra la stalla! In quel frangente il presidente della Croce Rossa, che era un ammiraglio in pensione, minacciò di farmi querela perché avevo sparlato delle sue Dame. Quella storia però era un racconto, inventato ma verosimile, mentre la richiesta di martedì 6 dicembre è tragicamente reale! Non vorrei proprio che quest’anno Gesù fosse costretto a nascere in un garage della periferia! Per scongiurare questo evento fornisco ai quindici – ventimila lettori de L’Incontro il nome di “San Giuseppe”, il futuro padre, e il suo cellulare. Cari amici, vi prego non macchiamoci quest’anno di un ulteriore rifiuto ed assieme facciamo in modo che finalmente Natale sia veramente Natale per tutti noi! Se avete dubbi, telefonatemi direttamente. Solamente dando una risposta positiva a questa richiesta di alloggio, a Mestre nascerà il vero Gesù e non quello di gesso, dei panettoni e delle luminarie allestite dal Comune nelle strade più importanti di Mestre.

La crisi del volontariato

Una trentina di anni fa, quando facevo l’assistente religioso della San Vincenzo, e questo gruppo di cristiani impegnati sul fronte della solidarietà aveva “voce in capitolo” nella nostra città, invitammo il responsabile nazionale del volontariato a parlare al Laurentianum sui problemi di questo settore della nostra società. Ricordo ancora come questo signore, che oltretutto era un cristiano convinto, sciorinava numeri su numeri di gruppi di volontari operanti in tutti i settori della vita del nostro Paese.

Oggi, purtroppo, le cose non stanno più così! Per grazia di Dio ci sono ancora volontari, davvero molti; basta rifarsi ai drammi recenti dei nostri conterranei colpiti dal terremoto, però questa schiera di volenterosi, dal cuore grande e generoso, pare che non stia crescendo come sarebbe necessario in una società così complessa e fragile come la nostra. La cultura del quotidiano e la preoccupazione per il proprio benessere hanno falcidiato questo movimento di persone che avvertono l’importanza sociale del valore della solidarietà.

Tante volte incrociando uomini e donne di tutte le età, che si lasciano trascinare dai capricci dei loro cani, pronti a mettersi il guanto per raccogliere la cacca del loro amato “amico” per mettersela poi in borsa, avverto una fitta al cuore pensando agli accorati appelli rivolti ai miei concittadini affinché mettano a disposizione di chi ha bisogno qualche ora della propria settimana, appelli che molto spesso non trovano ascolto e risposta.

Al don Vecchi e nel suo indotto, contiamo su circa quattrocento volontari, ma sono pochi, troppo pochi per quello che potremmo fare per il nostro prossimo. Abbiamo bisogno di volontari di tutte le età, di tutte le esperienze di vita e di tutti i ceti. Abbiamo bisogno di operatori per i servizi più elementari ed abbiamo ancor più bisogno di chi sappia dirigere la nostra grande impresa solidale. Garantisco che è mille volte più esaltante vivere questa magnifica avventura che portare a passeggio il proprio cane anche se simpatico ed affettuoso.

“Corsi e ricorsi” della pastorale

Ad esser vecchi, e preti vecchi in particolare, non ci sono solamente lati deboli quali la fragilità fisica e mentale, la costante sensazione d’essere superati ed ormai fuori corso, ma a pensarci bene ci sono anche dei vantaggi perché l’età ti offre un osservatorio tale per cui puoi vedere dall’alto le vicende non solo della vita, ma pure delle tensioni religiose e pastorali che si sviluppano col succedersi degli anni.

Ad essere onesto, vi confesso che sono stato fortemente tentato di usare il termine “mode” piuttosto di quello più cauto e rispettoso di “tensioni”! Comunque vada per “le tensioni”!

Io, che tutto sommato, mi trovo per età in un osservatorio naturale che abbraccia quasi un secolo, ed essendo stato per scelta un appassionato osservatore di queste tematiche, credo di poter dire che la teoria dei “corsi e ricorsi storici” di Vico ho potuto verificarla personalmente anche in questo settore pastorale.

Ad esempio, per quello che riguarda la predica, o chiamiamola più elegantemente “l’omelia” del sacerdote, ricordo bene lo stile, le argomentazioni usate dai sacerdoti della mia infanzia, come ho potuto apprendere che, in seguito, gli “esperti del mestiere” hanno parlato di predica di stile catechistico, poi biblico, quindi carismatico, ora antropologico ed altro ancora. Così dicasi per i sacramenti dell’iniziazione cristiana: prima nell’età adolescenziale, poi con san Pio X, prima comunione e cresima ai fanciulli, ora si ritorna all’età più avanzata.

A sentire i neocatecumenali, movimento oggi quanto mai diffuso, si auspicherebbe quasi di ribattezzare gli adulti, perché il battesimo ai bambini è ritenuto una scelta abnorme ed infelice. Faccio questa lunga premessa per arrivare ad un tema di scottante attualità.

Don Sandro Vigani, sacerdote intelligente e giornalista brillante, ha scritto un articolo nel quale ha ridimensionato alquanto il valore pastorale dell’attività estiva denominata “Grest”.

I sacerdoti zelanti approfittano dell’inizio della stagione estiva per prolungare in maniera seppur annacquata la catechesi dei fanciulli e degli adolescenti, puntando evidentemente a ravvivare la proposta cristiana fatta durante l’anno e a far vivere i ragazzi all’ombra del campanile, ed ammettiamo pure, a dare una mano alle famiglie, ora che papà e mamma quasi sempre lavorano, prima che i ragazzi vadano in vacanza assieme ai genitori.

Io, purtroppo, non ho letto questo articolo, ma solamente un commento di  don  Angelo  Favero  che  ne radicolizza la tesi, ed un commento di don Gianni Antoniazzi che non smentisce la tesi di don Sandro né di don  Angelo,  ma  solamente  la attutisce dicendo che queste attività, come i campi scuola, le attività degli scout, l’impegno per i vecchi e per i poveri non sono la sostanza della vita cristiana, ma solamente un qualche supporto, avvallando tutto sommato la tesi  che dovremo maturare la religiosità dei nostri ragazzi con studi di carattere teologico e biblico.

Non so proprio come andrà a finire questa diatriba, ma dall’alto del mio osservatorio quasi centenario, penso che essa rappresenta una delle tante curve della strada del vivere umano, e a poca distanza di tempo vi sarà un’altra svolta di segno opposto, che qualcuno  riterrà  provvidenziale e qualche altro esiziale.

Io, pur non volendo far polemica, non condivido questa tesi di don Sandro, di don Angelo e pure di don Gianni, pur ritenendoli dei bravi preti, che tutto sommato con la loro critica, segno di passione e di ricerca, favoriranno una presa di posizione più cosciente e più responsabile, che favorirà la messa a punto di questo strumento pastorale rappresentato da quelle attività che un famoso mistico ha definito, tanto tempo fa, le “stampelle dell’apostolato!”

Ricordo che nel `68 i cristiani che si ritenevano all’avanguardia facevano una osservazione quanto mai altisonante, ma per me, ingenua e teorica: “la Comunità fa l’Eucarestia e l’Eucarestia fa la Comunità”; evidentemente per questi cristiani era auspicabile che sbaraccasse tutto l’impianto di allora.

Ricordo che a San Lorenzo avevamo più di millecento iscritti alle associazioni di tipo religioso e questa ventata innovativa in sei mesi le ha divelte tutte, costringendo i preti meno radicali a rimboccarsi le maniche, a ricominciare da capo con tanta fatica, a costruire quel grande macchinario che, pur non essendo la quintessenza del messaggio evangelico, mantenne vivo il messaggio dei vangeli nel cuore delle generazioni che si susseguono.

Ricordo un discorso di Monsignor Bosa, che in quel tempo, mezzo secolo fa, era l’assistente diocesano dell’azione cattolica, discorso fatto a noi giovani preti: “Se seminate nel cuore dei bambini il buon seme di Gesù, essi fattosi adulti potranno pure sbattere la porta però prima o poi si potrà gettare un ponte sulla testata che noi abbiamo costruito, altrimenti non si potrà mai avere nostalgia dell’ignoto”.

Ribadisco ancora una volta, correndo non solamente il pericolo di ripetermi e poi di vantarmi di risultati per i quali tante brave persone hanno dato il contributo che, se nella mia vecchia parrocchia non ci fossero stati i cento chierichetti, i duecento scout, i gruppi di formazione, le case in montagna, le mostre d’arte, i concerti, i gruppi degli sposi, le visite alle famiglie, i periodici, penso che ben difficilmente alla messa festiva avremmo avuto il quarantadue per cento di presenze, come invece è avvenuto.

Debbo confessare che io sono per un cristianesimo dal volto umano; infatti ho sempre preferito poche verità “chiare e distinte” come, ad esempio, “Ama Dio e il prossimo” per citare Gesù e, per citare la chiesa “le opere di carità materiali e spirituali”, alle complicazioni di carattere biblico e dogmatico.

Però io sono non solo del secolo scorso, ma pure del secondo millennio!

Il domani di Dio

Mi pare di aver capito che i problemi della vita hanno di certo una loro oggettività, però nel valutarli influisce in maniera notevole la psiche personale e lo stato d’animo con i quali si affrontano.

Faccio questa premessa volendo riflettere, tenendo ben conto della mia pochezza intellettuale, su un problema che pare interessi un po’ tutti, ma in maniera particolare il prete, perché su questo problema egli ha investito tutta la sua vita e che col tempo è divenuto il motivo e il supporto più importante della sua esistenza.

Eccovi quindi il problema: il domani di Dio, o meglio ancora, il tema del futuro della religione e della fede. Hanno un domani queste realtà o sono destinate, in tempi più o meno brevi, all’estinzione?

Ai tempi del sessantotto avevo affrontato e sofferto questo problema, ma ne ero uscito vittorioso. Allora i giovani cantavano, perfino in chiesa, nelle canzoni d’avanguardia: “Dio è morto”, però si intendeva la fine di un dio della reazione, del passato e di una religiosità arretrata che sopravviveva e si muoveva faticosamente, perché aveva mani e piedi legati dalla palla di piombo di una tradizione oscurantistica, reazionaria e formale! Tutti sappiamo com’è andato a finire il sessantotto; forse era solamente il dramma di una gioventù che si sentiva soffocata da norme, mentalità, ed autorità che non avevano intuito che la vita non sarà mai un fatto statico, perché la continua evoluzione è una legge connaturale all’esistere.
In questi ultimi tempi, poi, il divenire ha accelerato in maniera esponenziale i suoi ritmi, spiazzando un po’ tutti e in tutti gli aspetti della vita, scientifici, culturali, religiosi ed esistenziali.

Ora, però, questo problema mi pare mi si ripresenti come un fatto che coinvolge non solamente le generazioni emergenti, ma riguardi pure gli adulti e perfino gli anziani, che sono ancora “vivi” e non intendono giocarsi la vita senza pensare, indagare e discutere. Provo a riferire alcune esperienze e letture che hanno riacutizzato questa preoccupazione già presente nel mio spirito.

Recentemente ho letto una inchiesta sul domani delle religioni in “Il nostro tempo”, rivista di un circolo cattolico di Torino. In quel giornale, si riporta un’inchiesta condotta da gente intelligente ed obiettiva, che ha interrogato un numero quanto mai significativo di giovani dai 18 ai 35 anni su questa tematica e il risultato emerso è che il problema religioso per loro non esiste, perché ininfluente nella vita ed ormai insignificante.
Ai miei occhi di prete questa lettura è risultata alquanto agghiacciante.

Pochi giorni fa ho letto pure l’articolo di fondo de “Il Messaggero di Sant’Antonio” di settembre, rivista, che sotto il titolo “Omelia ai banchi vuoti della chiesa”, fa una analisi per me pressoché angosciosa, perché enumera il crollo delle vocazioni maschili e femminili, la chiusura di parrocchie, asili ed opere religiose per mancanza di personale.
Constatazione questa che è poi sotto gli occhi di tutti.

Ma voglio riferire su due altri dati, che mi sono stati offerti da persone più vicine, e l’impatto con queste considerazioni diventa più sentito, quando proviene da qualcuno che conosci e che è impegnato nel campo della pastorale. Mio fratello don Roberto, parroco di Chirignago, lascia trasparire una settimana si e l’altra si, sul suo periodico, la delusione e lo sconforto nel constatare che ragazzi, con i quali ha vissuto delle esperienze formative e religiose veramente forti, scompaiono dalla pratica religiosa e nella stragrande maggioranza non si sposano né in chiesa né in municipio. Leggendo gli scritti di don Roberto, prete convinto e ricco di intelligenza e di iniziativa, mi pare di avvertire il fiato grosso e la sensazione dello smarrimento e della fatica di tirare avanti!

In un numero di “Lettera aperta”, settimanale della parrocchia di Carpenedo, di un paio di settimane fa, don Gianni Antoniazzi, mio successore in quella parrocchia, ha infilzato come nello spiedo alcuni altri fatti, tra i quali: la chiusura del convento delle suore di clausura, perché le monache sono ridotte a due, l’annunciato abbandono dei frati antoniani della parrocchia del Sacro Cuore ed altre notizie ecclesiali poco esaltanti.

Infine ho letto nel bollettino parrocchiale di Santa Maria Goretti un corsivo di don Narciso, altro mio cappellano a Carpenedo, nel quale si annuncia in tono quasi trionfale il ritorno delle suore nella parrocchia; il guaio è che esse sono suore indiane, che cercano probabilmente l’America in Italia!
Mentre le ragazze italiane pare pensino ad altre cose piuttosto che alla religione.

Quale pensate possa essere il risultato nello spirito di un prete quasi novantenne di fronte a tutto ciò!?
Tutti potrebbero pensare che mi sento distrutto!

Invece no, proprio no!
Credo che questo crollo religioso sia solo, o quasi, apparente.
Sono convinto che solo dopo la morte c’è la resurrezione più bella, più sfavillante, e più preziosa. E’ successo così per Gesù, pietra angolare della nostra fede e così sarà anche per la nostra fede, siamo vicino all’alba di un nuovo giorno, questi per me sono i sintomi della primavera!
Gli uomini avranno sempre, prima o poi, la nostalgia della Casa del Padre.
Ricordate il figlio minore della parabola, sbatte in faccia di suo padre la porta di casa, “dammi ciò che mi aspetta”, “voglio vivere la mia vita”.
I fiori del male sono sempre smaglianti, però quando si trovò a doversi sfamare col cibo dei porci, disse: “Mi alzerò e tornerò da mio Padre”. L’uomo ha bisogno di Dio, nessuno gli potrà mai dare quello che solo Dio gli ha dato e gli da ancora.

Confesso, quindi, che, nonostante questi fatti assolutamente negativi, rimango sereno e essi, anzi, mi fanno guardare al domani con esaltante speranza, con felice certezza che andiamo, non verso il peggio, ma il meglio, il positivo.

Per quanto riguarda la religione, ossia quel complesso di pratiche, di istituzioni, di culture e di prassi di vita, sono ancor più sereno per quello che riguarda la fede.

Qualche giorno fa, preparandomi per il commiato di un concittadino, chiesi alla moglie se egli fosse stato praticante?
Ella, con onestà, mi rispose che di certo era credente, ma non praticava, però viveva da vero cristiano; e che cosa di diverso possiamo desiderare noi preti?
Don Gino, uno tra i migliori collaboratori del mio passato di parroco, si doleva nel suo periodico perché una coppia dei suoi ragazzi, felice e positiva, non s’era sposata in chiesa; leggendolo mi sono detto: “E’ più importante un matrimonio con la corsia e la marcia di Mendelssohn, o una coppia di giovani felici che vivono con ebbrezza il meraviglioso dono dell’amore?
Io, vecchio prete, opto per questa seconda ipotesi!

Concludo dicendo: non vorrei che qualcuno mi pensasse un nuovo Martin Lutero che affigge le sue tesi contro la Chiesa; rimango invece un povero prete che cerca il bene vero.

In questo versante mi pare di vedere, in lontananza, una luce tenue, luce che ci garantisce una uscita da questo tunnel, il quale preoccupa giustamente vescovi, preti e credenti.
Per me, oggi più che mai, la fede ha un domani!

Preti, come!

Domenica 11 settembre è scoppiata una piccola “bomba” nella chiesa veneziana; don Marco Scarpa già mio cappellano nella parrocchia di Carpenedo, alla fine della messa celebrata nella sua parrocchia di San Pantalon della quale era parroco, ha comunicato ai suoi fedeli e alla Chiesa veneziana che da quel momento smetteva di fare il prete.

Don Marco ha inquadrato la sua scelta con l’armamentario proprio del politichese cattolico, rinnovando il suo affetto per i fedeli e colleghi, ha chiesto scusa ed ha promesso preghiere per tutti, finendo col dire che continuerà ad essere cristiano anche se con modalità diverse di quelle usate finora.

Il modo con cui don Marco ha presentato la sua scelta gli ha accattivato un largo consenso nell’opinione pubblica locale, quasi che la gente riconoscesse nella sua scelta non il venir meno l’impegno preso in maniera solenne ma una decisione di una persona onesta, corretta e credibile e quindi meritevole di encomio.

Un mio amico de “Il Gazzettino”, il signor Fenzo, conoscendomi come la “Betta dalla lingua schietta” mi ha chiesto con tanto garbo un’opinione; gli risposi che da un lato la cosa non mi sorprendeva più di tanto perché già da un paio d’anni m’erano giunte voci da parte di un mio collega più informato sulle vicende del clero veneziano. Comunque sono profondamente convinto che sempre si devono rispettare le scelte o i drammi personali, nostro Signore ci ha chiesto di non giudicare sapendo quanto sia difficile entrare nell’intimo della psiche umana.

Ne mi ha sorpreso la reazione positiva e quasi entusiasta da parte di qualcuno, a motivo che il processo di secolarizzazione è quanto mai avanzato e il superamento della sensibilità religiosa della tradizione è mutato ancor di più, nonostante che la prassi religiosa in pratica è ancora molto ancorata a questo passato ed è quanto mai lenta ad evolvere in rapporto alla sensibilità e la cultura del nostro tempo.

Confesso però che di istinto sono andato a ricordare un bel film di 30-40 anni fa, il cui protagonista era un celeberrimo attore francese e il cui titolo era: “Lo spretato”. La presentazione, la cornice, l’opinione pubblica d’allora era diametralmente opposta a quella attuale e si rifaceva ad una atmosfera di tradimento, di sconfitta e di fallimento.

Tanto che lo “spretato”, uscendo in strada, dopo una notte passata in un locale notturno, dice allo spazzino che scopava foglie secche e cartaccia: “Tu non raccogli rifiuti d’uomo?” Così era pressappoco stimato allora il prete che appendeva la tonaca al chiodo.

Io, ben s’intende, sono con le reazioni fatte in calle dalle donne e dagli uomini di Venezia, pur adoperando toni meno entusiasti, perché, dalla frequentazione, di sacerdoti che hanno lasciato conosco il dramma, perciò che hanno lasciato, perché in ogni modo a parer mio si tratta di una sconfitta, anche se oggi, influenzati da un laicismo strisciante, spesso la si definisce come una vittoria, una liberazione ed una scelta di onestà.

Non è però di questo che volevo parlare, ma approfitto della mia età, quasi di novantanni, che mi garantisce il disinteresse personale su queste vicende per dire la mia sul problema del celibato dei preti, che non è proprio un problema marginale nella vita della chiesa.

Il mio contributo discreto, rispettoso, ma convinto vuole essere un piccolo apporto per affrontare con più decisione un ansioso problema che pare appeso sulle nuvole e si teme che provochi un cataclisma qualora lo si calasse a terra.

Io sono del parere che prima o dopo la loro consacrazione i preti possono rimanere liberi nelle loro scelte di rimanere celebi o sposarsi.

Mi pare bello, affascinante ed opportuno che nella chiesa vi siano creature che facciano la scelta di dedicarsi “corpo ed anima” alla chiesa e ai fedeli da celibi.

Però penso pure che non vi sia motivo di alcun genere anche se chi sceglie di fare il prete lo faccia pure da coniugato.

Tutte le motivazioni contro questa tesi mi sembrano antistoriche e non religiose.

A questo aggiungo pure con estrema franchezza che ritengo che è giunto il tempo che pure le donne nubili o coniugate possono fare la scelta di servire Dio e il prossimo all’interno della comunità cristiana esercitando il ministero sacerdotale; gli argomenti contro sono per me futili, arretrati, e minimamente religiosi.

Queste scelte cambieranno la situazione precaria e preoccupante delle nostre parrocchie, creeranno discussioni e scontri, ma mi pare che questo non sia un problema. La legge della vita non è staticità ma evoluzione! Termino dicendo che se i discepoli di Gesù si ostinano a proporre il mistero cristiano con la modalità del passato finiscono per soffocarlo e tradirlo! Aggiungo in fondo che non credo che queste cose si debbono fare per trarre vantaggio e avere più fedeli nelle nostre chiese, anzi sono convinto che saranno indifferenti, vedi la situazione delle chiese protestanti, che queste riforme le hanno fatte da secoli però hanno un numero di fedeli come noi e forse meno di noi.

Queste scelte religiose vanno fatte solamente perché questa è la regola della vita che rimarrà tale perché Dio l’ha voluta cosi.

Queste sono le mie opinioni personali, però ritengo che sia l’intero corpo ecclesiale con i suoi responsabili a dover prendere le decisioni riflettendo sulla Parola del Signore e pregando lo Spirito Santo. Io mi voglio attenere alle scelte della Chiesa con fede, amore ed umiltà.

Gli incidenti di percorso ci sono sempre stati, credo che si debbono affrontare con rispetto, fraternità e preghiera non rompendo comunque mai la comunione anzi rendendola più forte e più vera.