Da “L’INCONTRO” – 18 marzo 2018

Da L’INCONTRO”18 marzo 2018
settimanale della Fondazione Carpinetum

L’Incontro è tutto da leggere ed infatti è il periodico di ispirazione religiosa più letto a Mestre. Si ipotizzano dai 16.000 ai 20.000 lettori settimanali. L’Incontro è tutto da leggere per gli argomenti che tratta con pacatezza ed onestà, per le “firme” di riconosciuto valore e perché favorisce una lettura positiva della vita, della società e di Mestre.

Mi trovo ogni settimana nell’imbarazzo di segnalare qualche articolo particolarmente interessante; d’altronde non poso proporre l’intero periodico, anche perché è facile trovarlo in internet, soluzione che consiglio caldamente.

Riporto quindi alcuni articoli che mi sono maggiormente piaciuti per i loro contenuti: “Pura del domani” di don Fausto Bonini, “Donne del domani” di Federica Causin e il bellissimo articolo di suor Teresa Dal Buffa, la responsabile, ma soprattutto l’animatrice del “Polo solidale del Centro don Vecchi”, una piccola suora dal cuore grande e dalla volontà d’acciaio, che racconta la sua bellissima avventura, tanto diversa da quella di molte altre suore appiattite da regole che mortificano la personalità non permettendo che essa esprima la loro ricchezza personale.

don Armando

Il punto di vista
Paura del domani
di don Fausto Bonini

L’impressione è che di fronte alle sfide che ci aspettano cresca la voglia di tornare indietro Vale anche per la Chiesa chiamata a ritrovare l’entusiasmo per costruire un futuro nuovo

Il grande sociologo polacco Zygmunt Bauman, da poco scomparso, ci ha lasciato in eredità un suo ultimo scritto, molto interessante, intitolato Retropia, edito in Italia da Laterza. “Retropia”: un neologismo creato dall’autore per definire l’inverso dell’utopia, cioè un guardare all’in-dietro anziché proiettarsi in avanti. Un immaginare che il cambiamento possa avvenire ritornando al passato, più rassicurante rispetto a un futuro carico di incognite. Su questo tema Mauro Magatti, docente di sociologia e di economia alla Cattolica di Milano, ha scritto un articolo sul Corriere della sera del 4 marzo 2018, rilevando come questa “retropia” stia colpendo alla grande anche in Italia. Si tratterebbe di mancanza di orizzonte futuro e dunque di fuga verso il passato, di “una sindrome trasversale che colpisce l’economia (dove stagnano gli investimenti), la demografia (con l’inverno demografico), la politica (che rincorre le urgenze quotidiane)”. Ho l’impressione che anche buona parte dell’esito delle ultime votazioni sia dovuto a questa sindrome. Tornare indietro, al come eravamo, sembra la soluzione al malessere presente. Ho anche l’impressione che neppure la comunità cristiana vada esente da questa malattia. L’autore dell’articolo del Corsero scrive che l’Italia è messa male nel settore dell’istruzione per quanto riguarda l’indice di abbandono scolastico. Mi è venuto spontaneo pensare a quanto alto è l’indice di abbandono del “dopo cresima”. Altissimo, non alto. Cresce così l’ignoranza religiosa e non si fa pressoché niente per frenare questo grande esodo. I Seminari si svuotano e non si sa con che cosa riempirli, i conventi si vendono, le chiese non si sa come utilizzarle, le parrocchie vivono un presente senza prospettive. La mancanza di vocazioni al sacerdozio costringe i pochi sacerdoti rimasti a correre da una chiesa all’altra per celebrare Messe e funerali. E invece battesimi e matrimoni, sacramenti che costruiscono il futuro, sempre meno. Per quanto riguarda la nostra diocesi su 165 sacerdoti, ben 63 sono oltre i 75 anni. Più di un terzo. Ma non sono i numeri che preoccupano (anche se sono numeri veramente preoccupanti), ma la situazione stagnante. La mancanza di entusiasmo, la mancanza di passione per la costruzione di un futuro diverso. Si celebrano i 200 anni di vita del Seminario, ma non si parla di futuro. Si rinnovano gli organismi di partecipazione (il Consiglio presbiterale in questi giorni), ma senza entusiasmo da parte dei sacerdoti chiamati a votare. L’organigramma è perfetto, tutte le caselle sono occupate. Ma la vita religiosa langue, molti preti e fedeli sono demotivati. Chi ci darà un’iniezione di ottimismo e di volontà di costruire un futuro nuovo? La voglia di passare dalla “retropia” alla “utopia”? Mi auguro che chi sarà scelto per far parte del nuovo Consiglio presbiterale senta la responsabilità di dare uno scossone a questa Chiesa stagnante. Postilla finale. Queste riflessioni non riguardano solo la Chiesa di Venezia, ma in generale le Chiese in Europa. Purtroppo!

Pensieri a voce alta
Donne allo specchio
di Federica Causin

La sveglia suona e, anche se avrei la tentazione d’ignorarla, la giornata inizia. Mi preparo per andare al lavoro e mi sorprendo a pensare che sono trascorsi quasi vent’anni da quando ho varcato la soglia di quell’ufficio. È stata la prima vera opportunità, dopo quasi quattro anni di porte chiuse, di colloqui senza un seguito, nonostante i numerosi elogi al mio curriculum. Non era quello che avevo immaginato per il mio futuro, comunque mi ha garantito, e sta continuando ad assicurarmi, l’indipendenza economica che mi ha permesso di compiere tante altre scelte e di ritagliarmi uno spazio per dedicarmi alle mie passioni. Mi considero privilegiata perché posso contare su un contratto a tempo indeterminato e su uno stipendio certo in un momento in cui, è risaputo, la precarietà o la saltuarietà sono diventate normali nel mondo del lavoro. Due condizioni che possono mettere una donna di fronte a un bivio imponendole di scegliere tra la carriera e i figli o inducendola quantomeno a posticipare la decisione di formare una famiglia. Ancora diversa è la situazione delle donne che riprendono l’attività lavorativa dopo

una maternità: vengono promosse all’istante al ruolo di equilibriste in virtù del fatto che si destreggiano tra le esigenze familiari e gli impegni professionali. Le giornate di una mamma divengono all’improvviso più lunghe, il tempo per sé, soprattutto finché i figli sono piccoli, si trasforma in una sorta di miraggio, ma le fatiche sono ripagate da una valanga di coccole e dall’emozione di assistere alle mille conquiste quotidiane di una persona in miniatura che si affaccia al mondo con il suo sguardo limpido e curioso. E, quando la missione rischia di diventare impossibile, scendono in campo mariti e compagni, pronti a offrire un valido supporto. Le mie amiche, quasi tutte sposate con prole, e mia sorella mi hanno confermato che rientrare al lavoro significa anche riprendere a confrontarsi con gli adulti, dopo aver avuto per parecchi mesi un neonato come interlocutore. Vuol dire altresì riappropriarsi di un’identità che si affianca a quella di madre e tornare a casa portando con sé una boccata di “ossigeno” che contribuisce a dare serenità ed equilibrio al rapporto con i figli. Mi torna in mente mia mamma che ha lasciato il suo impiego per seguire prima

me e poi mia sorella. Non le ho mai chiesto se quella decisione le sia pesata; so però che alla sua assiduità e alla sua determinazione devo molto di quello che sono diventata. Forse anche per questo, non appena si è presentata l’occasione, l’ho incoraggiata a riprendere il lavoro, tanto noi ormai eravamo grandi. Pur non avendo più vent’anni, si è rimessa in gioco con entusiasmo e, malgrado qualche comprensibile timore, è stata ripagata da tante soddisfazioni e da numerosi attestati di stima. Il ricordo dei pomeriggi trascorsi insieme per insegnarle a usare il computer riesce sempre a strapparmi un sorriso. Lei la considerava un’impresa ai limiti dell’impossibile, invece se l’è cavata egregiamente! Credo che tornare a lavorare le abbia dato modo di acquisire sicurezza in se stessa e nei propri mezzi, di scoprire risorse inattese e soprattutto di mettere al servizio degli altri la capacità di ascoltare e di trovare soluzioni che la contraddistingue. Oggi veste molto volentieri i panni della nonna, amatissima dalle nipotine, e si destreggia tra giochi, pappe e fiabe lette anche con il libro di traverso, confermando che non è mai tardi per reinventarsi!

La testimonianza
L’ultimo capitolo della mia vita
di suor Teresa Dal Buffa

Mai avrei immaginato di dover concludere la stagione matura della mia vita facendo il “manager” di un’azienda del tessile, attività normalmente del tutto estranea agli interessi di una suora.

Sono nata a Firenze. Da ragazzina ho fatto l’apprendista presso una sarta e da giovane mi sono impiegata presso un grande supermercato alimentare. Poco più che ventenne sono stata “folgorata”, come San Paolo sulla via di Damasco, scegliendo di farmi suora, perché ho sentito il bisogno irrefrenabile di donare la mia giovinezza e il mio amore a tutte le persone, specie quelle più povere e le più sole. Sono entrata nell’ordine delle Suore di Nevers, la congregazione religiosa di Bernadetta, la veggente di Lourdes. Una volta suora, mi sono diplomata insegnante e per molti anni mi sono occupata della scuola materna del Villaggio San Marco, nell’omonimo quartiere, che allora faceva certamente parte di quelle periferie delle quali Papa Francesco parla frequentemente. Ho avvertito, però, dopo questa bella esperienza tra i bambini, il bisogno di donare la mia giovinezza al mondo degli ammalati. Altro diploma. Poi per 25 anni sono stata in corsia del vecchio Ospedale Umberto I. Una volta in pensione, i miei superiori mi hanno chiesto di portare avanti un progetto assolutamente innovativo. Quello di dare vita a una piccola comunità di suore che abitasse in un appartamento comune e che si dedicasse totalmente alle problematiche della parrocchia: chiesa, catechismo, vecchi, ammalati ed altro ancora.

Con la mia superiora, suor Michela, siamo andate ad abitare prima in via Cà Rossa e poi in via Del Rigo, a completa disposizione del parroco di Carpenedo don Armando Trevisiol. Grazie a Dio il risultato è stato abbastanza confortevole, se ci rifacciamo ai 400 anziani di suor Michela al Ritrovo degli anziani e ai miei 100 chierichetti che servivano all’altare. Una volta che nel 2005 anche don Armando è andato in pensione, l’abbiamo seguito anche noi al Centro Don Vecchi, alloggiando in un appartamentino di 40 metri quadrati, pagandoci il contributo come tutti gli altri residenti e mettendoci a disposizione dei 250 anziani ospiti della struttura. Qui è iniziato l’ultimo capitolo della mia vita, un capitolo un pò strano e non comune per una suora. Al Don Vecchi ho cominciato a collaborare in qualità di commessa come tante altre colleghe presso i grandi Magazzini della carità, diretti da un ex dirigente dei magazzini Coin, Danilo Bagaggia, e per alcuni anni ho fatto questo “mestiere” come tutti gli altri cento volontari. Una volta che questo gruppo è stato riconosciuto dalla Regione come Onlus, mi è stato chiesto di fare la presidente. Una suora presidente di un “ipermercato del tessile”, con un magazzino di 600 metri di superficie e 110 dipendenti (non pagati) non è proprio una cosa normale! Comunque è andata proprio così! Confesso in aggiunta che questo titolo e questo compito non mi hanno messo a disagio e non mi fa sentire fuori luogo, perché ogni giorno posso ancora contattare e servire centinaia di poveri, stranieri e concittadini. Vengo ora alle ultime righe di questa bella e straordinaria avventura. La filosofia che assieme al Consiglio di Amministrazione dell’associazione “Vestire gli ignudi” abbiamo ideato, e che inizialmente ha sorpreso i cristiani benpensanti delle parrocchie di metà Mestre, è quella che non diamo nulla per niente! Intendiamoci bene: gli indumenti vengono distribuiti in maniera assolutamente gratuita, ma si richiede sempre “ai clienti” una piccola offerta per i costi di gestione, che sono ingenti e a favore dei più poveri della città, in modo da rendere possibile una carità moderna e capace di creare un “volano della solidarietà”, capace di coinvolgere l’intera cittadinanza. Perché tutti dobbiamo aiutare tutti! Essendo poi veramente ingente il “volume di affari”, poiché contiamo di avere ai magazzini San Martino del Don Vecchi più di sessantamila “contatti” all’anno, abbiamo racimolato negli ultimi tempi una bella sommetta. L’assemblea dei volontari, su proposta del comitato direttivo, qualche giorno fa ha deciso di mettere a disposizione delle dieci mense dei poveri esistenti a Mestre e Venezia, 3.000 euro ciascuna e ad ogni gruppo della San Vincenzo o Caritas parrocchiale, 1.000 euro pure a ciascuna. L’operazione caritativa che stiamo mettendo in atto con felice sorpresa degli operatori della carità, contiamo che alla fine comporti un investimento di circa 70.000 euro. Per una suora non è proprio normale occuparsi di operazioni finanziarie di questo genere, ma vi confesso che invece questo impegno mi dà una certa ebbrezza, sentendomi amata e rispettata, anche se talvolta mi scappa qualche “grullo”, di matrice fiorentina, quando qualcuno non funziona proprio a dovere. Cari amici de L’incontro, forse vi domanderete perché vi ho raccontato queste cose? Ve lo dico subito: perché sappiate che le suore servono ancora quando sono in versione moderna e perché sappiate che l’avventura della carità è la più interessante e la più doverosa. E, dunque, vi lasciate coinvolgere anche voi!

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