Da “L’INCONTRO” – 24 dicembre 2017

Da “L’INCONTRO” – 24 dicembre 2017
settimanale della Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi

“L’Incontro” si offre come “il sovrano” fra i periodici di ispirazione religiosa che escono a Mestre. I bollettini parrocchiali normalmente occupano il poco spazio di cui dispongono con inviti, relazioni di iniziative religiose e caritative, ma raramente contengono qualche contributo di pensiero. Fortunate quelle parrocchie – ma sono molto poche, anzi pochissime – che hanno un parroco o un paio di laici che sanno pensare e scrivere. Per questo invito alla lettura de “L’Incontro” il cui spazio è tutto dedicato ad una lettura religiosa della vita.

Di questo numero di Natale segnalo tre articoli, però il periodico è tutto da leggere, quindi chi è interessato ad approfondire il mistero dell’Incarnazione non ha che da cercare una copia del settimanale che si trova un po’ dovunque.

don Armando

L’intervento
Un augurio dal cuore
di Alvise Sperandio

Anche quest’anno è già Natale, la festa più bella dell’anno, tanto attesa e annunciata per tempo dall’arrivo delle luminarie per le strade e nelle piazze e dalla preparazione dell’albero e del presepio nelle case. Quelle case in cui le famiglie si ritrovano e si riscopre quel calore umano che spesso rischia di affievolirsi di fronte alla frenesia di giornate rapite dagli impegni in una continua rincorsa. Natale è la festa dei cristiani che celebrano la venuta del Dio che si fa Bambino, ma è la festa anche di chi non crede o dice di non credere perché anche per lui è l’occasione per una domanda di senso, per rinsaldare le relazioni, per costruirne di nuove, per recuperare quelle che si sono sfilacciate o che si sono deteriorate. Auguri a tutti, dunque, credenti e non. Auguri alla nostra città, Mestre, che è sempre in profonda trasformazione, con tanti problemi aperti che danno preoccupazione (il degrado urbano, prima di tutti), ma anche con molte potenzialità ancora da esprimere e per fortuna con tante persone perbene e realtà, specialmente nel campo del volontariato, pronte a tirarsi su le maniche e a darsi da fare ogni giorno per – citando il fondatore degli scout Baden Powell – “lasciare il mondo un po’ migliore di come lo si è trovato”. Una città che guarda al prossimo anno e più in là ancora, con la speranza di far sbocciare quei germogli di ripresa e di ripartenza che si avvertono, ma che necessitano di uno slancio nuovo, fresco, rinnovato. Quale regalo vorremmo trovare sotto l’albero? Salute, affetto e serenità è ciò che più conta nella vita. L’auspicio è che anche tra i nostri lettori ciascuno possa ricevere ciò che più desidera, per sé e per i suoi cari, magari alle prese con problemi di solitudine, di povertà, di malattia, di disoccupazione, di fatica materiale o spirituale. Un augurio di cuore perché ciascuno possa sentirsi bene e possa seminare bene. Di questo si sente un grande bisogno. Nei giorni scorsi il Patriarca Francesco ha ricordato che il Natale “non è una fiaba. Se viene preso sul serio è un evento che può cambiare la vita. Ci sono il consumismo e gli spot pubblicitari, la festa va bene, ma il dramma è quando diventa solo occasione di spendere. Anche il regalo perde il suo significato vero: meglio pochi regali e che siano desiderati”. Il dono di un’attenzione, di una vicinanza, di una prossimità, di una condivisione che nel bisogno si fa compassione (nel senso più nobile del termine) è certamente il primo dono che Gesù che nasce ci ha insegnato e quello che più di tutti noi stessi desideriamo nel profondo. “Ama il tuo prossimo come te stesso”, è il comandamento cardine del cristianesimo che nella logica dell’amore vero, quello gratuito e disinteressato, ha cambiato la storia. Non dimentichiamo, poi, che Natale è l’occasione buona anche per rafforzare il senso di comunità che dovrebbe caratterizzare una parrocchia. Già a partire dalla Messa di mezzanotte, per chi può. È nell’Eucarestia che una parrocchia, famiglia di famiglie, riscopre il suo senso di unità e di unica appartenenza nella fede. È lì che si rafforza quel senso di fratellanza che discende dall’avere quell’unico Padre nostro, che ci ha lasciato questa preghiera perché la parentela di sangue si è dilatata in Lui nella nuova parentela di credo. Che il nostro augurio di Buon Natale sia semplice, sentito, autentico, come quello che rivolgiamo qui a tutti coloro che con L’incontro, incontriamo.

Il bello della vita
La gioia dopo l’attesa
di Plinio Borghi

Avete mai notato come muta l’espressione di chi aspetta l’arrivo di una persona cara, magari dopo un viaggio o un lungo periodo di ferie, nel momento in cui la vede avanzare? Lo sguardo s’illumina e il volto, fin prima un po’ tirato, si distende. È la reazione che accompagna di solito tutte le attese, specie se vissute con un po’ di apprensione, e non muta granché se l’oggetto dell’aspettativa sia più o meno significativo. Se avete un appuntamento importante o da prendere una coincidenza, siete alla fermata dell’autobus e questo è in ritardo, cominciate a fremere, guardate continuamente l’orologio e andate su e giù scrutando l’orizzonte. Finalmente appare il sospirato mezzo e come minimo ci si rilassa, prorompendo nel classico: Manco mal ch’el xe qua! Non parliamo, poi, delle attese agli sportelli. Ci ho passato una vita dietro e altrettanto tempo a far code. Quando era l’ora di aprire, la calca aumentava e, allo scatto della serratura, non c’era età per trasformarsi in centometristi provetti pur di conquistare la pole position.

Poi subentra l’insofferenza della coda, specie se qualcuno davanti staziona per un tempo eccessivo con l’addetto, magari con discorsi che, per chi scalpita, sembrano sempre futili.

Oggi va per la maggiore il sistema dei numeri e di conseguenza ci siamo trasformati in tanti gufi con lo sguardo fisso sul display a prescindere che ce ne siano parecchi prima di te (non è cambiato lo scatto da centometrista quando esce il tuo numero). Guai, però, se ti pare che ne salti uno: tragedia, rivoluzione. Ottima la trovata all’ospedale dell’Angelo nel dare una sequenza casuale: sono diminuite le contestazioni, tuttavia è aumentata l’attenzione allo schermo. Ebbene, quelli descritti sono solo una minima parte di esempi di attese e aspettative di norma appagate, alle quali segue soddisfazione o addirittura gioia, come nel caso in apertura. Per noi cristiani, i medesimi processi, con le stesse caratteristiche, sono o dovrebbero essere sublimati nel periodo d’Avvento, tempo di attesa per eccellenza, in funzione del Natale di nostro Signore, che ogni anno siamo chiamati non solo a celebrare, ma anche a rivivere.

Tutta l’aspettativa di certezza in questa nascita suscita o dovrebbe suscitare parimenti ansia, apprensione, insofferenza, attenzione, per poi prorompere in una gioia incontenibile che sa di risposta appagante. Vivere il Natale vuol dire far sintesi dei millenni che i nostri predecessori hanno trascorso attendendo l’arrivo del Salvatore, così ben riassunti nella liturgia della novena dall’Invitatorio, dai salmi, dagli inni e dalle antifone maggiori; vuol dire trasformarsi in tanti Magi, alla continua ricerca (Gesù è vicino a chi lo cerca, cantiamo spesso), pronti a scattare per offrire il meglio di noi a Colui che è venuto per portare la salvezza, a tutti. Purtroppo il condizionale è d’obbligo, perché troppi elementi di distrazione si frappongono in questo periodo e ci distolgono sia dall’attendere con emozione piena, sia dal provare quella gioia che solo la consapevolezza di ciò che ci è dato di vivere può infonderci. Se riusciamo abilmente a dribblare i tranelli e a rimanere con lo sguardo fisso all’evento per antonomasia, allora sarà sul serio un bel Natale per tutti noi.

Pensieri a voce alta
La festa in famiglia
di Federica Causin

Da sempre nella mia famiglia l’8 dicembre, nel giorno dell’Immacolata, si prepara l’albero di Natale e, quando sono venuta ad abitare al Centro don Vecchi, ho voluto continuare la tradizione. Pur avendo dovuto adattare le dimensioni dell’alberello allo spazio disponibile, sono riuscita ad appendere tutte le decorazioni che ho comprato, di anno in anno, o che mi sono state regalate dagli amici.

Ognuno di quei pupazzetti mi ricorda un momento o una persona e, a ben pensarci, potrei affidare a loro, narratori d’eccezione, il mio racconto natalizio. I primi a prendere la parola potrebbero essere i babbi Natale di stoffa, acquistati al mercatino del Don Vecchi di Carpenedo, che sono stati testimoni del mio primo Natale in casa nuova, o meglio del mio primo Avvento. Di solito, infatti, la sera della Vigilia preparo i bagagli e vado dai miei genitori fino al giorno di Santo Stefano. Non potrei mai rinunciare all’occasione di ritrovarci tutti insieme e di gustare l’ormai celeberrimo baccalà in umido con la polenta che la mamma prepara con una pazienza certosina.

Ma torniamo al racconto! Quell’anno il Natale mi ha colto alla sprovvista, mi è quasi “piovuto addosso” e la sensazione è stata davvero strana. I cambiamenti che avevo vissuto da luglio, quando avevo traslocato, ad allora avevano assorbito tantissime energie lasciando poco spazio nella mente e dicembre, che sembrava un miraggio lontano, era arrivato in un battibaleno. È stato un Natale un po’ sfocato, perché la venuta del Signore era solo uno dei tanti pensieri che si affollavano nella mia testa in quel periodo. Per fortuna Lui riesce a fare molto anche quando a noi pare di avere poco da offrirgli! Il narratore che raccoglie il testimone e prosegue la storia è un simpatico angioletto con la veste rosa che ci riporta a quattro anni fa. All’epoca, la mia nipotina Elena aveva poco più di un mese, era solo un fagottino addormentato, vestito di rosso, ma la sua presenza ha reso indimenticabili quei momenti. È stato un po’ come avere Gesù Bambino in casa, con la gioia che esplode dopo l’attesa!

Ancora non immaginavamo che tre anni più tardi avremmo vissuto la stessa immensa emozione con l’arrivo di Erica, che essendo nata a novembre come sua sorella, lo scorso Natale era un delizioso batuffolo da strapazzare di coccole. Fin da subito ha dimostrato un particolare interesse per le lucine colorate che, a dire il vero, piacciono molto anche a me perché contribuiscono a creare quel senso di calore e di allegria che dovrebbe contraddistinguere il nostro stare insieme durante le feste.

Sono davvero curiosa di vedere l’espressione che si dipingerà sul suo faccino quest’anno, visto che potrà partecipare attivamente all’apertura dei regali. Il pavimento del soggiorno si trasformerà in un tappeto variopinto, fatto di carte e nastri e l’entusiasmo salirà alle stelle!

Il Natale vissuto assieme ai bambini e visto con i loro occhi ritrova la forza dirompente dello stupore, che finisce inevitabilmente per contagiare noi grandi. Mi piace pensare che, quando saranno cresciute, anche Elena ed Erica, guardando l’albero di Natale e il presepe, vedranno affiorare volti, ricordi, colori, profumi e sapori.

Mi auguro che l’atmosfera che respirano in questi primi anni d’infanzia, e che senz’altro le accompagnerà in futuro, le aiuterà a scegliere sempre un Natale fatto di persone e non di cose, di tavole che si allungano affinché nessuno resti solo o si senta escluso e di porte che si aprono per accogliere chi passa anche soltanto per un saluto.

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