Da “INSIEME” – 12 novembre 2017

Da “INSIEME” – 12 novembre 2017
settimanale della parrocchia di San Martino di Campalto

Il notiziario gode sempre della collaborazione di qualche laico che estrapola dalla stampa religiosa qualche argomento che riguarda la coscienza del cristiano e che concorre ad una formazione morale che si rifà ai principi del vangelo.

A questo proposito segnalo un brano sui frutti della terra ed un altro sulle nuove forme di schiavitù.

don Armando

I DONI DELLA TERRA

Fin dalla sua istituzione la Giornata del Ringraziamento si caratterizza ogni anno come invito a guardare ai frutti della terra – ed all’intera realtà del mondo agricolo – nel segno del rendimento di grazie. La terra è, in primo luogo realtà affidataci per essere coltivata, in una pratica che genera lavoro, che produce cibo, benessere e sviluppo, contribuendo al contempo a dare significato alle esistenze dei tanti che vi sono coinvolti. Non è certo casuale che proprio in questi anni – lo sottolinea il Rapporto Censis 2016 – il nostro Paese veda una persistente e sempre rinnovata attenzione per la realtà dell’agricoltura, che anche per molti giovani appare come opportunità significativa in cui investire generosamente energie e competenze.

Una rinnovata attenzione che è anche il frutto della risposta delle imprese agricole italiane, generalmente familiari, e del loro associazionismo ad un modello di industrializzazione insostenibile dell’agricoltura mondiale, imposto come esito inevitabile della globalizzazione del paradigma tecnocratico. Diversamente da quel modello, le nostre imprese agricole cercano di riconciliare la famiglia con l’economia di mercato, superando l’incompatibilità con l’«economia dello scarto» e promuovendo snodi di

«economia civile». Per farlo le nostre famiglie rigenerano una capacità inclusiva del lavoro che ne esemplifica la trasformazione da “lavoro come produzione” a “lavoro come servizio”; dove si realizzano beni che non sono solo merci, ma cibo, e contemporaneamente si impiega il tempo anche per la relazione, che in se stessa è cura, nello svolgimento dell’attività produttiva. In questo modo di abitarla e lavorarla, la terra emerge chiaramente come una realtà da custodire e trovano ascolto il forte richiamo dell’enciclica Laudato si’ alla cura della casa comune, la sua percezione di un’interdipendenza globale che «ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune», il suo richiamo a «programmare un’agricoltura sostenibile e diversificata» (n. 164). Ma la terra è anche una realtà che sempre più ha a che fare con l’ospitalità e l’accoglienza: i mercati e le altre iniziative della vendita diretta degli agricoltori italiani sono diventati espressione – nei grandi centri urbani come nei piccoli borghi – della nuova economia capace nel contempo di restituire protagonismo alle imprese agricole, generare occupazione, migliorare la qualità della vita e delle relazioni sociali; anche in quest’ambito molti sono i cambiamenti significativi che si possono rilevare nel modo di fare agricoltura.

Pratiche come quella dell’agricoltura sociale (tra l’altro preziosa occasione di inserimento lavorativo anche per molti immigrati) e dell’agriturismo danno espressione a queste dimensioni della nostra vocazione sulla terra e spesso lo fanno con originali intrecci di modalità inedite e di forme tradizionali.

Dal messaggio della Conferenza episcopale italiana

LA SCHIAVITÙ‘ ESISTE E STA MOLTO BENE

«Sappiamo che ci sono milioni di uomini e donne e addirittura bambini schiavi del lavoro! In questo tempo ci sono schiavi, sono sfruttati, schiavi del lavoro e questo è contro Dio e contro la dignità della persona umana!».

A riprova della roboante denuncia di Papa Francesco, pronunciata durante l’udienza generale del 12 agosto 2015 e reiterata in diversi appelli e messaggi, giunge il dossier di Caritas italiana dal titolo “Per un lavoro dignitoso. Bene comune e diritti in Asia e nel mondo”.

Il documento cita dati e testimonianze per certificare che oggi nel mondo «vi sono quasi 25 milioni di persone in situazione di lavoro forzato, di cui 16,5 milioni in Asia e Pacifico, 3,4 milioni in Africa, 3,2 milioni in Europa e Asia centrale, 1,3 milioni nelle Americhe e 350mila nei Paesi arabi». L’Italia stessa è afflitta da questa piaga, «basti pensare – sottolinea Caritas – al fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori stagionali e del capo-ralato, con un costo per le casse dello Stato, in termini di evasione contributiva, non inferiore ai 600 milioni di euro l’anno». Non vanno dimenticati i 400 mila lavoratori agricoli «che quotidianamente si mettono nelle mani del caporale di turno pur di fare la giornata» e, aggiungiamo noi, la condizione di molti lavoratori, (soprattutto giovani) costretti ad accettare dei contratti da sfruttamento legalizzato. Certo, nulla a che vedere con paesi come la Corea del Nord di Kim Jong Un dove quasi il 5% della popolazione è ridotta in stato di schiavitù o l’India, dove la rapida crescita economica va di pari passo con l’aumentare di fenomeni di sfruttamento, crimine, corruzione. In generale l’Asia, continente che raduna il 60% della popolazione mondiale, è la zona del pianeta che, nonostante l’enorme potenziale, registra i maggiori problemi e le più profonde contraddizioni: secondo l’Asian Development Bank, vi sono almeno 500 milioni di lavoratori disoccupati o sotto-occupati, pari a otto o nove volte l’intera popolazione italiana. E, allo stesso tempo, 122 milioni di bambini tra i 5 e i 14 anni sono costretti a lavorare per la propria sopravvivenza.

Secondo Caritas italiana sono cinque in particolare le sfide da affrontare, per giungere ad obiettivi come il pieno rispetto dei diritti, la tutela della dignità umana, l’orientamento al bene comune: «La sicurezza e le condizioni del lavoro; i salari troppo bassi; il lavoro minorile; i fenomeni di acquisizione ed espropriazione delle terre; la disparità di trattamento tra uomini e donne». Per l’organismo «è fondamentale cogliere la sfida di standard minimi di lavoro per tutte le donne e gli uomini del pianeta, in particolare lottando contro le schiavitù moderne. Che non sono fenomeni del passato ma purtroppo realtà ancora diffuse».

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