Da “LA VOCE DELLA RIVIERA” – 29 ottobre 2017

Da “LA VOCE DELLA RIVIERA” – 29 ottobre 2017
settimanale delle parrocchie S.Cuore di Ca’ Sabbioni, S.Pietro in bosco e S.Maria Maddalena di Oriago

Presento ancora una volta la rubrica del parroco don Cristiano Bobbo: “Lungo il fiume, pensieri in libertà di un parroco della riviera”.

Questo parroco, animato da una fede vissuta e da un profondo senso pastorale, partendo da episodi di vita quotidiana, fa delle brevi catechesi sugli argomenti più vari, passando così valori cristiani senza quel tono scolastico o predicatorio che non è più facilmente accettabile dall’uomo di oggi. Sono convinto che questo modo di tentare di passare le verità religiose attraverso uno stile concreto e confidenziale sia il più redditizio.

Interessante è pure un’iniziativa missionaria di una classe di ragazzi di prima media, perché il catechismo non può ridursi a passare nozioni, ma deve invece insegnare a vivere da cristiani con gesti concreti.

Infine mi pare importante questa ultima annotazione: il periodico è quanto mai elegante, esce in sei facciate A4, una parte dedicata ad una proposta pastorale comune euna intera facciata dal titolo “Le tre campane” per le notizie che riguardano le tre parrocchie.

Credo che questa soluzione sia ottimale anche per le altre “unità pastorali”.

don Armando

Il “muro del pianto”
Ogni tanto, nella vita di un prete, ci sono delle sorprese inaspettate che motivano certe prese di posizione che, altrimenti, non si avrebbe il coraggio di assumere e resterebbero facile preda del timore e del rispetto umano non permettendoci di tentare e di osare qualcosa che vada oltre al convenzionale e allo stereotipo.

Qualche tempo fa una persona mi aveva fatto notare che, di buon mattino, passava tutti i giorni davanti alla chiesa per vedere se ci fossero appese le epigrafi dei morti su quella bacheca che, bonariamente, aveva battezzato come “il muro del pianto”.

Le ho fatto notare che con i morti o senza morti, la chiesa era sempre aperta e forse valeva la pena, finché si è vivi, non soltanto rimanere fuori a guardare gli annunci funebri, ma, soprattutto, ringraziare il buon Dio per la nuova giornata che ancora continua a metterci a disposizione.

Da allora non manca mai di entrare in chiesa per farsi un segno di croce, forse un po’ scaramantico per allontanare il giorno della sua comparsa sul “muro del pianto”, ma sempre importante per chi ha capito quanto prezioso sia far riferimento a Dio nel tempo della propria esistenza.

Il mistero di un figlio
Oggi è passato a trovarmi un giovane sposo che, fra qualche giorno, diventerà padre di una bambina. Sta contando le ore che lo separano da questo grande evento che cambierà la sua vita e quella della sposa. Mentre mi parlava delle loro aspettative e dei progetti che avevano già pensato per la loro famiglia, intuivo una mal celata preoccupazione che emergeva dal fatto che quanto stava per accadere rimaneva pur sempre un’esperienza inedita che non poteva essere controllata e organizzata fino in fondo dai pur importanti progetti che mi aveva illustrato.

È bello fare progetti sui propri figli. E a ragione. Ma un figlio resta sempre una novità assoluta che non dipende dai genitori ma solo dall’infinita capacità di Dio.

Pensando a questi ormai prossimi genitori, nella mia preghiera chiedo per loro e per tutte le mamme e i papà di essere pronti a rispettare la differenza e la sorpresa che il figlio reca in sé, a non imporgli una vita a loro immagine o secondo i loro sogni, a far crescere quei tesori e a curare quei mali che egli porta con sé.

La molteplicità è voluta da Dio ed è bellezza. Solo questo dona pace e serenità al cuore di un padre e di una madre che si affacciano sul grande mistero che è la vita della quale essi sono i primi servitori.

Credere senza vedere
Un confratello parroco, un po’ sconsolato, mi ha fatto un resoconto alquanto pessimistico della situazione attuale della vita cristiana. Si chiedeva come fosse possibile in un mondo come il nostro, dove tutto fa riferimento all’immagine, proporre un Dio che, per quanto riconducibile ad immagini di diverso genere, rimane sempre l’Invisibile per eccellenza.

La gente sembra disposta a fidarsi solo di ciò che vede e può toccare con mano, al resto sembra non dare alcuna importanza. Così, anche noi preti, ci troviamo in prima linea non solo a proporre un Dio che non è ovvio ed evidente agli occhi di chi lo vorrebbe tale, ma anche a preservare la vera fede dai facili riduzionismi che oggi rischiano di celebrare maggiormente l’opera dell’uomo invece che Dio stesso.

C’è il rischio, infatti, che anche noi preti, pur di vedere finalmente accolta la nostra proposta, mettiamo davanti la nostra intraprendenza, le nostre capacità umane, le opere che andiamo realizzando, dimenticando di proporre il vero e unico soggetto del nostro agire tra gli uomini.

La storia è piena di esempi di uomini di Chiesa che hanno saputo coniugare la loro fede in Dio e il servizio agli uomini del loro tempo con grande equilibrio, attraverso opere di alto valore umano a carattere sociale, ben consapevoli che la fede senza le opere è morta. Ma, in ultima analisi, non sono state le realizzazioni umane a condurre alla fede, ma solo l’incondizionata fiducia in Dio, mistero assoluto dell’esistenza. Questa fede è quella che noi dobbiamo annunciare attraverso un’esistenza che ne diventa la trasparenza più immediata e che non teme di proclamare beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno.

Un aiuto per Anthony
Da Oriago a Ol Moran un cammino di solidarietà.

Un gruppo di ragazzi di 1a media

«Cari signori, vi volevamo ringraziare per le offerte che avete fatto al mercatino di oggetti africani per le suore di Ol Moran.

Per noi ragazzi di I media, è stata la prima volta in cui, tutti insieme, abbiamo fatto qualcosa per aiutare qualcuno che non conoscevamo.

Suor Noemi ci aveva scritto dei suoi bambini disabili e soprattutto di Anthony, un bambino come noi, che non può camminare e correre per una disabilita alle gambe. Guardare le foto di Ol Moran ci ha commosso perché abbiamo pensato che deve essere davvero difficile vivere a Ol Moran e ancor di più se hai delle difficoltà.

Ci siamo chiesti perché accadono brutte cose alle persone e soprattutto abbiamo deciso di darci da fare. Tutti insieme abbiamo contribuito a questa iniziativa, noi lavorando, voi comprando o donando offerte. Fare il mercatino è stato divertente, non ci è costato, abbiamo solo dovuto studiare dopo. È stato importante e significativo perché abbiamo sentito di aver fatto qualcosa per bambini poveri e malati.

Abbiamo capito che fare del bene viene prima di tutto e ci siamo sentiti migliori per aver aiutato qualcuno bisognoso di salute e di amore, non come un favore ma perché volevamo farlo.

È stato un giorno speciale, emozionante e meraviglioso, che ci ha fatto sentire soddisfatti e felici per aver fatto felice qualcun altro. Qualcuno di noi ha pensato che sarebbe bello andare in missione e speriamo che possa accadere.

Questo mercatino per noi è stato un sogno e non un lavoro!

GRAZIE a tutti per i tanti soldi raccolti con AMORE. 1.250 € serviranno per operare le gambe del nostro amico Anthony sperando che possa correre e camminare come noi e poi ad aiutare altri bambini.»

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