Da “L’INCONTRO” – 1° ottobre 2017

Da “L’INCONTRO” – 1° ottobre 2017
settimanale della Fondazione Carpinetum dei Centri don Vecchi

Il periodico da alcuni mesi è strutturato a carattere monografico. Questo numero tratta prevalentemente della visita pastorale del nostro vescovo alle 120 parrocchie del Patriarcato.

Credo che gli articoli più significativi in merito siano i seguenti:

  1. L’intervista di Alvise Sperandio al nostro Patriarca
  2. La riflessione di Plinio Borghi che confronta le visite pastorali del passato e quella che inizierà tra poco
  3. Il parere di cinque parroci
  4. l’articolo di Luciana Mazzer che auspica che questa visita tenga conto pure dei non praticanti e dei non credenti
  5. Infine l’esperienza ecclesiale di Enrico Carnio su questo evento in rapporto alla visita del Cardinale Cè.

Dopo aver letto il periodico con molta attenzione e confrontando il progetto di questa visita con quelle a cui ho assistito nei miei tanti anni di vita parrocchiale, mi pare che il programma voli troppo alto, sia piuttosto fumoso e che difficilmente porterà a qualche conclusione positiva.

Tra le numerose visite pastorali nelle quali sono stato coinvolto, mi pare che la più realistica e positiva si stata quella del Cardinale Agostini, visita che si muoveva in questa direzione: “Quanta gente viene a messa la domenica? Si visitano ogni anno tutte le famiglie e gli ammalati? Quanti sono gli iscritti alle singole associazioni parrocchiali? Il catechismo da quale anno comincia e fino a quale anno arriva? Come vengono assistiti i poveri della parrocchia? E via di seguito.

E soprattutto questa visita restava più efficace con il ritorno del Patriarca dopo qualche mese per verificare sul campo l’esito dell’incontro.

E’ vero, io ho novant’anni, però rimango ancora convinto che bisogna camminare con i piedi per terra!

“ANDIAMO INCONTRO AL RISORTO”
di Alvise Sperandio

Il Patriarca Francesco Moraglia spiega l’importanza della visita pastorale per la diocesi E aspettando l’arrivo del Papa sottolinea: “Cresciamo tutti insieme nella comunione”

Eccellenza, inizia la visita pastorale diocesana: oltre a un adempimento canonico, qual è il suo auspicio?
“Il cuore della visita, il suo vero obiettivo, è quello di crescere tutti – pastori e fedeli – nella comunione e, soprattutto, nella capacità e nella disponibilità di muoverci insieme verso il Signore Gesù, il Risorto, partendo dalla carità e dalla verità del Vangelo. L’impegno è dunque, allo stesso tempo, semplice ed esigente: ravvivare la fede, la speranza e la carità delle persone e delle comunità che, di volta in volta, saranno visitate, soprattutto di chi è più fragile, ferito o comunque sofferente”.

Quali sono i temi focali che verranno affrontati nella visita pastorale?
“La visita sarà un’occasione per approfondire e rilanciare le tre grandi priorità che, da tempo, sono state individuate: la trasmissione della fede ai più giovani, la cura delle famiglie (quelle giovani in particolare) alla luce del documento di Papa Francesco “Amoris laetitia”, la catechesi degli adulti valorizzando l’insegnamento e la testimonianza sociale della Chiesa. Non dimentichiamo l’attenzione trasversale al tema delle vocazioni, specialmente alla vita sacerdotale e religiosa, nonché l’invito e l’incoraggiamento a crescere nella missionarietà e nella collaborazione tra parrocchie, mettendo in comune risorse umane e materiali ed incentivando possibili meccanismi di perequazione tra le varie realtà”.

Nella lettera “Incontro al Risorto”, Lei raccomanda di crescere nella comunione con gioia: come fare concretamente?
“Sono convinto che bisogna porre maggiormente al centro di tutto, delle nostre attività, dei nostri impegni, anche delle nostre preoccupazioni, il Signore Gesù: è Lui l’unico necessario, è Lui Colui che abbiamo veramente in comune e ci riconduce continuamente ad unità, è Lui che sa come mettere insieme le nostre differenze”.

Parla anche di “Chiesa in uscita”: com’è possibile essere missionari, oggi, per testimoniare la bellezza della fede a chi ne è lontano o rifugge dalla Chiesa?
“Nella lettera scrivo che “siamo oggi chiamati a dare una testimonianza umile ma coraggiosa nel leggere i segni del nostro tempo” e poi che, per essere Chiesa in uscita, è urgente “far nostro uno stile più evangelico per rispondere meglio alle attese degli uomini e delle donne del nostro tempo”. Solo così saremo in grado di vivere forme concrete di umanesimo cristiano in dialogo, capace di ascolto e annuncio, con i vari segmenti di società e le diverse culture del nostro tempo, segnate dalla postmodernità e sempre più da multiculturalità e multietnicità”.

Le tappe si articoleranno per collaborazioni pastorali: come procede il percorso della loro costituzione e perché questa scelta?
“Il percorso procede con gradualità, come era scontato che avvenisse, ovvero con alcuni significativi e costanti passi in avanti e anche con qualche fatica, tenendo conto che ogni “collaborazione” pastorale ha storia, caratteristiche e modalità singolari per l’originalità di ogni realtà territoriale. È un percorso che richiede un cambiamento profondo – una “conversione” – da parte di tutti, ma è una strada necessaria per rispondere alla chiamata del nostro tempo, alle sue urgenze ed esigenze, dinanzi alla quale non era possibile passar oltre, facendo finta di nulla; è un cammino ormai intrapreso dalla Chiesa italiana”.

Quanto sarà importante che il Patriarca raggiunga le realtà civili e sociali del territorio, oltre quelle ecclesiali, per evitare di essere autoreferenziali?
“La visita è un evento profondamente ecclesiale e non dovrà perdere questo suo carattere. Ma sappiamo bene che la fede cristiana ha una chiara rilevanza pubblica e ci porta a suscitare e a sostenere relazioni umane, sociali e politiche “nuove” e differenti da quelle che solitamente è capace di costruire il mondo, ponendo al centro la dignità della persona, la famiglia, l’uomo e la donna, il bene del singolo e il bene comune. Come persone e comunità siamo spinti a metterci in gioco nella realtà che ci circonda e a dialogare con tutti. E anche la visita, nelle varie località, troverà le modalità giuste per compiere questo passo”.

Quale preparazione suggerisce d’intraprendere ai fedeli verso l’incontro con il Vescovo?
“Sono stati individuati e proposti tre distinti momenti che possono aiutare a viverlo: una catechesi che affronti i temi della Chiesa locale e del senso delle nuove collaborazioni pastorali; un incontro comunitario che aiuti a “vivere” e portare la visita nel quotidiano di quella singola realtà che viene coinvolta; un incontro di preghiera con lectio divina nell’immediata vicinanza della visita stessa”.

L’anno prossimo arriverà a Venezia Papa Francesco: come si intersecano i due eventi per il popolo di Cristo?
“Si intrecceranno e la visita del Pontefice sarà benefica per tutti noi, un vero dono della Provvidenza. Come ho già avuto modo di dire, attendiamo il Santo Padre con gratitudine affinché ci confermi nella fede, visitando le realtà dove viviamo e cerchiamo di dare insieme – pastori e fedeli – una testimonianza cristiana e, quindi, un contributo sostanziale e insostituibile alla vita buona nelle nostre città e dei nostri paesi”.

 

Il bello della vita

RAGGIUNGERE ANCHE I PIÙ LONTANI
di Plinio Borghi

Quando sento parlare di “visita pastorale” la mia mente si fionda subito nell’indimenticabile passato remoto dal quale emerge, tra le altre, una figura del tutto particolare: quella del patriarca Angelo Giuseppe Roncalli, poi divenuto papa Giovanni XXIII e di recente proclamato santo. Vivevo allora i primi anni dell’età della ragione e il clima nelle parrocchie era ben diverso: rispetto ad oggi, eravamo a livelli di frequenza stratosferici e l’arrivo del pastore della diocesi in zona era vissuto come quello del nonno in visita speciale. Non occorrevano tanti avvisi: bastava un foglietto grande come un francobollo attaccato ai pali della luce e tutti scattavano. La curiosità prendeva anche i più lontani dalle cose di Chiesa e al giorno stabilito c’era più gente in strada che non se passasse la corsa ciclistica. Le finestre erano addobbate di drappi, piante e lumini, la chiesa come se fosse Natale e il percorso di striscioni e cartelli di benvenuto. Gli adempimenti burocratici preliminari, ridotti a pura formalità, lasciavano più tempo al contatto fisico con la realtà che il presule veniva a toccare con mano, circondato dalla gente che anelava di conoscerlo.
Chi guarda ancora i film di don Camillo e Peppone può avere un discreto spaccato di com’era il clima. In buona sostanza quelle visite erano sì una sorta di autocelebrazione, ma ce n’era ben donde. Ora, lentamente ma inesorabilmente, i tempi sono cambiati: i mass media così evoluti non lasciano più spazio all’immaginazione e quindi personaggi mai visti è come se fossero di casa da sempre; l’evoluzione culturale permette a tutti approfondimenti un tempo impensabili, per cui si sa già tutto di tutti e lo stimolo a toccare con mano si è alquanto affievolito; il benessere, con annessi e connessi, ha ridotto la frequenza ordinaria a meno del 20%; gli stessi “aficionados” sono talmente edotti dei contorni dell’avvenimento che rischiano di non esserne stimolati e di ridurlo a un momento di autoreferenzialità. Tutto ciò impone un cambio di rotta radicale. Suonare la grancassa a vanvera serve a niente. Vanno invece promossi percorsi mirati, per coinvolgere soprattutto quell’80% che dall’esterno è ben conscio della presenza e del ruolo della parrocchia, ma ne approfittano solo quando ne hanno bisogno, magari per residui di esigenze sociali che qualche retaggio del passato ancora impone. Far capire a costoro, a tutti, siano essi cristiani o appartenenti ad altra fede, ancora abbastanza vicini o del tutto lontani, che la visita del nostro pastore è un momento di verifica e dì confronto da non farsi sfuggire, perché non possono prescindere da una presenza, che magari forse vorrebbero diversa, più partecipe, più aperta o più attiva; che è proprio il momento per farsi intendere in modo vantaggioso per tutti e che una corretta conoscenza non può derivare dalla mera partecipazione occasionale, che ne so?, al matrimonio del parente o alla sagra parrocchiale. A noi frequentanti più assidui, spetta uscire dall’alveo, come ci sollecita il Papa, e diventare veri missionari, che è poi il compito precipuo del cristiano. C’è margine perché una visita pastorale del vescovo ritorni a essere un coinvolgimento di popolo com’era una volta e perché ciò non sia appannaggio solo dell’arrivo di un Papa, il quale, guarda caso, capita proprio lo stesso anno dell’avvio di questo forte impegno diocesano. Speriamo che questa coincidenza serva a tirare la volata per arrivare al rafforzamento o alla riscoperta della fede.

Opinioni a confronto

Aspettando il Patriarca
di Luca Bagnoli

Ecco che cosa alcuni parroci si attendono dalla visita del Patriarca Moraglia: “Verificare la fede della comunità; incentivare la collaborazione tra parrocchie; ragionare in grande”.
Ai sacerdoti abbiamo rivolto la domanda: “Quale auspicio per la sua comunità cristiana e il territorio?”.

Don Guido Scattolin, parroco di Santa Barbara
“Il mio auspicio rispecchia gli intenti della visita: verificare la fede della comunità cristiana e affrontarne i bisogni per intraprendere una missione in sintonia tra le parrocchie.
Il Papa considera giustamente il dialogo con le realtà non ecclesiali un’esigenza, ma non sarà il tema primario di questa occasione. In fondo riuscire a stimolare la collaborazione tra di noi sarebbe già un successo. La nostra comunità è chiamata a operare oltre se stessa e le persone devono essere l’anello di congiunzione con l’esterno: lavorare in modo proficuo con i più assidui sarebbe un ponte per raggiungere tutti gli altri”.

Don Mirco Pasini, parroco di Santa Maria di Lourdes
“I vescovi si limitano a rispettare il diritto canonico. La visita non porta quasi mai grandi miglioramenti. Mi ricordo quella di Angelo Scola: non è servita a niente. In generale dovrebbe confermare la fede e la comunità. Oggi vogliono incentivare la collaborazione tra parrocchie. In questo tempo senza preti, prima di tutto il sacerdote dev’essere santo con l’esempio della propria vita. La Chiesa è del Signore, ci penserà Lui a sistemare le cose. Dispiace solo che gli sforzi del Papa per una comunità in uscita vengano vanificati dagli orientamenti territoriali”.

Don Marino Gallina, parroco del Sacro Cuore
“La visita deve essere prima di tutto un’occasione. È il momento in cui la garanzia di continuità apostolica entra in contatto con la comunità e con i suoi problemi. Se poi il vescovo locale è in comunione con il vescovo di Roma, allora questa comunione diventa universale. Le parrocchie devono approfittarne. È necessario verificare la realtà circostante, i suoi numeri, la catechesi, l’evangelizzazione. Spero inoltre si riesca a interagire con una scuola, una fabbrica, insomma con i luoghi non ecclesiali che vanno stimolati e che dovrebbero vivere questo coinvolgimento come uno sprone”.

Don Natalino Bonazza, parroco di San Giuseppe
“Non ho auspici particolari e soprattutto miracolistici. Dopo tante formule di ingegneria ecclesiastica, vorrei solo un percorso missionario rivolto a tutto il territorio, in quelle aree cittadine mai visitate. Diversamente, sarà la solita routine. La nostra è una diocesi metropolitana: Giona a Ninive non si rivolgeva sempre ai soliti. Dovremmo discutere di mobilità, di semiresidenzialità lavorativa e studentesca, di lavoro. Rispetto alla visita di Angelo Scola ci stiamo trasformando e il cambiamento va affrontato, possibilmente senza odiare gli stranieri che spesso sono cattolici come noi. Mestre ha un difetto: è bigotta, si perde su cose di poco conto, mentre invece dovrebbe ragionare più in grande”.

Don Marco De Rossi, parroco dei Santi Francesco e Chiara
“L’incontro tra vescovo e parrocchie è sempre un momento positivo. Non credo tuttavia possa essere risolutivo o fornire particolari strumenti pastorali. Le difficoltà di Marghera, penso soprattutto al mondo giovanile, vanno ben oltre la visita. Ad ogni modo la collaborazione pastorale, novità di quest’anno, è fondamentale. Auspico dunque un nuovo slancio: basta piangerci addosso! Sarebbe importante guardare anche fuori dalle parrocchie, ma non è previsto e quindi non me lo aspetto. In fondo non si può fare tutto, bisogna decidere su cosa focalizzarsi e penso abbiano scelto la comunità perché in fase evolutiva. Ma vedrete che riusciranno ad aggiustare la mira in corso d’opera, in base alle esigenze specifiche di ogni zona”.

Pensieri a voce alta

Una Chiesa in uscita
di Luciana Mazzer

La visita pastorale dev’essere un’occasione per andare a testimoniare la bellezza della fede e della vita cristiana a chi non frequenta.
Per affrontare assieme i problemi di tutti i giorni Domenica 15 ottobre prossimo il Patriarca Francesco inizierà la sua prima visita pastorale in diocesi. Ci sarà la celebrazione di apertura nella chiesa del Sacro Cuore di via Aleardi poi, con il nuovo anno, sarà nelle varie realtà del territorio. Il Patriarca sa dell’importanza di uscire dal palazzo per conoscere il quotidiano vivere, le circostanze spesso non facili con le quali devono confrontarsi molte creature del suo gregge.
Per toccare con mano le diverse problematiche di famiglie, giovani, anziani. Per gioire assieme se impegno, carità, generosità degli uni soccorre ed aiuta gli altri. Soprattutto per dare mandato e mezzi affinché questo sia un agire abituale: uno stile di vita. In passato, nelle varie parrocchie, la visita pastorale era sempre motivo di grande fermento. Per preparare l’accoglienza nel modo più solenne, con canti, cerimonie, paramenti delle grandi occasioni, le associazioni e i gruppi facevano a gara nel fare, dire, proporre. Anche oggi, com’è giusto sia, portiamo nel cuore affetto e gratitudine per l’attesa venuta.
Orpelli e inutile pompa magna devono lasciare spazio e tempo affinché il Pastore conosca le diversificate realtà in cui vivono i fedeli che ancora frequentano le comunità parrocchiali, ma soprattutto chi ne sta fuori. Dalle ricerche di settore, risulta che i fedeli osservanti siano tra il 18 ed il 20%: una larga minoranza.
Dunque diventa ancora più necessario che i fedeli sentano il loro pastore vicino, consapevole, propositivo, pronti a dargli aiuto per essere a loro volta Chiesa pronta all’aiuto, allo slancio con la forza della fede nell’uscire e nel rinnovarsi.
È fondamentale non chiudersi o fare clan escludendo i non praticanti, pur sempre creature dello stesso Padre. Se guardiamo al tempo difficile di oggi, constatiamo che i più deboli sono i disoccupati e gli anziani, categorie entrambe in forte crescita. Loro sono i più fragili e troppo spesso i più vessati. Il lavoro è la grande emergenza sociale e con i disoccupati e i sotto occupati anche le famiglie pagano nei più diversi modi la tragicità del loro quotidiano. Per anziani e vecchi, invece, troppo spesso pesano la malattia, la solitudine, il dover dipendere da chi è poco o per nulla disponibile per le loro aumentate necessità, le pensioni in troppi casi miserrime, le istituzioni disattente, se non addirittura assenti o peggio ancora indifferenti. L’augurio che faccio al mio, al nostro, Patriarca è che al fine della sua fatica, prima preghi lo Spirito Santo (e in merito non nutro dubbio alcuno), poi, aperte le porte del palazzo, invii i suoi messaggeri ad agire, consolare, aiutare, ammonire. Come fece Gesù quando mandò a due a due i suoi apostoli nel mondo.

Il ricordo

Quella volta con il Patriarca Marco
di Enrico Carnio

“Io sono il Buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”, è il versetto del Vangelo di Giovanni (Gv10,14) che associo alla Visita Pastorale e mi riporta a un tardo pomeriggio di autunno di metà anni Ottanta nella casa dei suoceri in parrocchia di San “Simeon Grando” a Venezia. I nonni Riccardo e Anita attendevano il Patriarca Marco Cè insieme a una quindicina tra figlie, figlio, nuora, generi e nipoti raccolti nell’unica stanza capiente, la cucina. I nonni condividevano sempre le pietanze per cui gli altri a tavola si stringevano e dividevano quel che c’era. In occasione della prima visita pastorale del Patriarca alla parrocchia, il parroco aveva preparato l’incontro particolare a una famiglia, quella dei nonni. Emergeva quasi una affinità personale, ricordo, tra il Patriarca Marco e nonno Riccardo (chiamato Nino) nonostante i quasi 20 anni di differenza, con il tempo poi fattasi anche fisica: il Cardinale, pur abituato a rapportarsi agli altri, rimaneva il pastore mite e umile di cuore com’erano miti e umili i miei suoceri, ambedue emozionati e raggianti, nell’unico abito da festa.
Il Patriarca era venuto per conoscerli e dar loro ascolto, farli sentire sulla buona strada e confortarli nel cammino che dava buona testimonianza anche del passato, coinvolgendo e incoraggiando noi e i più piccoli a trarne esempio, quale che fosse il percorso che ciascuno aveva davanti. Certe cose però di quel personalissimo dono d’amore del Risorto, fatto in tutta umiltà e semplicità, noi più giovani le avremmo capite meglio dopo e non tutti allo stesso modo. Il pomeriggio del 14 maggio 2014 ho voluto restituire quella visita fatta a noi quasi 30 anni prima. Un ringraziamento e un saluto nella silenziosa solitudine della cappella battesimale in basilica a San Marco: lì era appena stata esposta la salma del Patriarca Marco per il commiato della città. Nel testamento spirituale si svela il legame che aveva unito la città e il suo vescovo: “Venezia è stata per me un grande dono: l’ho amata e sono stato riamato al di sopra di ogni mio merito. Venezia è stata veramente la mia casa e la mia famiglia”. Il nostro Patriarca l’aveva visitata e vissuta la sua diocesi come un padre. Ora questa vicenda si ripete.

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