Da “L’INCONTRO” – 10 settembre 2017

Da “L’INCONTRO” – 10 settembre 2017
Settimanale della Fondazione Carpinetum dei Centri “don Vecchi”

Don Fausto Bonini, l’ex parroco del Duomo di Mestre, giornalista brillante ed autorevole, che per molti anni ha diretto “Gente veneta”, il settimanale della diocesi di Venezia, tiene su “L’Incontro” la rubrica “Il punto di vista”. Normalmente affronta problemi religiosi quanto mai sentiti ed attuali. In questo numero affronta il problema del celibato dei preti.

L’argomentare di don Fausto è sempre asciutto, senza divagazioni, sempre essenziale e in questo numero, con grande lucidità, riafferma che per la Chiesa cattolica il celibato fu, ed è ancora, un qualcosa di grande e di sublime, ma non è tuttavia un requisito essenziale all’esercizio del sacerdozio. Il sacerdozio di uomini coniugati cominciò con gli apostoli, continuò per tutti i secoli dell’era cristiana tra i cattolici di rito ortodosso ed oggi ne abbiamo pure testimonianza dai bravi preti che anche a Mestre seguono le piccole comunità cristiane dei concittadini extracomunitari. Don Bonini non lo dice in maniera esplicita, però lascia intendere che ormai è giunto il tempo che tutto il discorso del sacerdozio debba essere rivisto.
Don Fausto non l’ha detto, ma aggiungo io che è opportuno che sia rivisto pure il corso di studi del seminario. Oggi si studiano materie inutili, si fanno fare percorsi infiniti di troppi anni a giovani diplomati e laureati che con un paio di anni di studi specifici potrebbero impegnarsi in parrocchia.

Oggi ci sono ancora uomini e donne che credono veramente in Dio e in Cristo ed amano la gente, che potrebbero guidare le comunità cristiane del nostro tempo senza i tradizionali percorsi.

IL CELIBATO DEI PRETI
di don Fausto Bonini

Cinquant’anni fa Papa Montini pubblicava l’enciclica “Sacerdotalis caelibatus: ma la legge secondo cui i sacerdoti non possono sposarsi non è di diritto divino e potrebbe cambiare.
Da oltre mille anni i preti non si sposano. Ma prima non era così e in futuro, forse, non sarà più così. Preti che lasciano il sacerdozio o che sono obbligati a lasciarlo perché si sposano ce ne sono stati e ce ne saranno sempre. Il fatto non fa più notizia. E quando succede diventa piuttosto “pettegolezzo”. Ma perché ne scrivo proprio adesso? Per ricordare che nel giugno del 1967 papa Paolo VI pubblicava l’enciclica Sacerdotalis caelibatus, “Il celibato sacerdotale”. Cinquant’anni fa. Vale la pena di rileggere quel documento per riscoprire la validità della scelta celibataria “come segno di amore senza riserve, stimolo di una carità aperta a tutti”. Mi limito ad evidenziare alcuni aspetti a partire dall’affermazione che la Chiesa custodisce da secoli il celibato per i suoi preti come “fulgida gemma” che si fa segno di un amore totale per Cristo e per la Sua Chiesa. Però ricorda anche che la “verginità non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio”- e che “il carisma della vocazione sacerdotale è distinto dal carisma che induce alla scelta del celibato come stato di vita consacrata”. Si tratta dunque di due carismi diversi. Due doni diversi. E qui Paolo VI cita la tradizione della Chiesa d’Oriente dove convive l’esperienza dei sacerdoti celibatari e dei sacerdoti sposati. Ormai abbiamo esperienza diretta di questi sacerdoti sposati che guidano le comunità orientali sia cattoliche che ortodosse, anche a Mestre e a Venezia. Nessuno ormai si scandalizza più. Anzi ammiriamo in questi sacerdoti la capacità di donarsi non solo alla famiglia, ma anche e soprattutto alla comunità che guidano. Insomma la legge del celibato – riconosce lo stesso Paolo VI – non è di diritto divino, ma di diritto ecclesiastico. È una legge della Chiesa cattolica, che va rispettata e accettata da chi ha scelto liberamente di seguire la via del sacerdozio. Ma non è detto che sarà sempre cosi dal momento che si tratta di due forme di vocazione diverse: quella al sacerdozio e quella alla vita celibataria. Forse la scarsità di vocazioni al sacerdozio è legata e condizionata dalla scarsità di vocazioni alla vita celibataria e quindi è forse giunto il momento di separare le due scelte e conservare la “fulgida gemma” del celibato a chi mette al primo posto questa scelta e per viverla al meglio decide di entrare in una comunità monacale o di frati, fra i quali poi qualcuno sente di essere chiamato anche al sacerdozio. Comunque non dimentichiamo il suggerimento di Gesù: “Pregate il Signore perché mandi operai nella sua messe”.

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