Incidenti sul lavoro

Ho scritto fin troppe volte che, essendo un prete vecchio e pensionato, la mia occupazione principale è quella del “suffragio” e del “commiato”, un “lavoro” che a molti può sembrare marginale ma che invece io vado scoprendo ogni giorno di più quanto può diventare importante ai fini dell’annuncio del regno. Mi pare quindi quanto mai doveroso che io tenti di specializzarmi in questo aspetto della vita pastorale per poter fare il meglio possibile.

Il commiato cristiano mi offre sempre l’opportunità di fare una breve ma incisiva catechesi su argomenti fondamentali: la vita considerata come dono di Dio, l’opportunità di trasformare l’esistenza come un servizio ai fratelli, la prova come mezzo per una purificazione interiore, la prospettiva di una vita nuova, l’annuncio della misericordia e della paternità di Dio, l’assurdo di una esistenza senza la prospettiva dell’eternità.

Questa catechesi risulterebbe abbastanza arida però se non ci fosse almeno qualche piccolo riferimento alle vicende della persona a cui mi si è stato chiesto di dare l’ultimo saluto guidando la preghiera della comunità. Questi cenni particolari dovrebbero essere marginali mentre alcuni familiari si aspetterebbero che trasformassi l’omelia in un elogio funebre.

Tempo fa la figlia di un defunto se n’è avuta a male perché non ho citato il nome del nipotino tanto amato, in un’altra occasione un congiunto si è lagnato perché non avevo accennato all’amore del morto per gli animali. Qualche giorno fa, ho preso contatto con la moglie di un defunto e lei mi ha detto di lui quanto di meglio si può dire: buono, generoso, altruista, impegnato; però mentre lo accompagnavo alla sepoltura e parlavo della generosità dell’estinto con l’incaricato delle pompe funebri egli mi ha detto: “Ma don Armando, la signora non le ha anche detto che il marito ha trascorso più anni in galera che fuori?”. Purtroppo anche questi sono incidenti del mestiere!

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