Una seduta di consiglio che mi ha fatto felice

Molte volte, in passato, ho sentito dire che certi preti, anche se avevano ottenuto buoni risultati nella loro attività pastorale, per la volontà di rimanere abbarbicati alla loro sedia e soprattutto per la scarsa fiducia nelle nuove generazioni, hanno finito per distruggere quello che avevano costruito. Ora questo pericolo non c’è quasi più perché una norma ecclesiastica stabilisce che i parroci diano le dimissioni a settantacinque anni, cosa che ho fatto con convinzione sia per obbedire alla norma, sia perché temevo che le mie attività implodessero a causa della mia fragilità ma soprattutto perché convinto che “il domani nasce dove i giovani pongono gli occhi”.

Oggi l’evoluzione è molto rapida ed è facilissimo essere sorpassati, sono perciò contento delle scelte che ho fatto e, anche se ho continuato a fare il prete a tempo pieno, l’ho fatto però in settori meno impegnativi. Ho offerto collaborazione al mio successore don Gianni e quando mi ha chiesto un aiuto ho risposto ben volentieri, purtroppo però le sue emergenze più assillanti provengono dal settore giovanile, ambiente in cui sono ben cosciente di essere ormai fuori corso. Per quanto riguarda i Centri Don Vecchi, le cose sono andate diversamente. Ho scelto di ritirarmi dall’impegno attivo perché ho pensato che, se volevo che queste iniziative di ordine solidale avessero un domani, era indispensabile che fossero affidate ad un giovane in grado di farsi le ossa con l’esperienza. Avrei potuto continuare, e forse ne avrei avuto la possibilità, però vi ho rinunciato consapevolmente anche se mi è costato; ora mi limito a suggerire, stimolare, criticare senza decidere. Sono contento nel vedere che il mondo continua bene anche senza di me.

L’altro ieri sono stato agli Arzeroni e la struttura del “Don Vecchi 6”, che non è destinata agli anziani e quindi forse dovrebbe avere un altro nome, è già arrivata al tetto e la disponibilità economica molto probabilmente consentirà di portarlo a termine. In tutta onestà devo dire che anche se sono stato io a “concepirlo” a realizzare l’opera sono stati altri. Questo non mi dispiace anzi mi fa felice e mi fa sperare che la nuova struttura, destinata alle criticità abitative, non rappresenti la fine ma solo una tappa del tentativo di trasformare Mestre, attraverso un nuovo servizio per i cittadini in difficoltà, in una città solidale.

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