Un discorso senza parole

Le mie principali occupazioni sono la celebrazione della liturgia nella mia cara ed accogliente “cattedrale tra i cipressi”, il colloquio con i fratelli colpiti dal dolore per la perdita di un loro caro congiunto e la frequentazione pluridecennale del Camposanto della nostra città.

Ora normalmente entro in cimitero più volte al giorno passando per il grande cancello e attraverso il piazzale degli uffici ma non passa giorno che non imbocchi anche l’entrata storica che dal cancello in ferro battuto porta alla “Cappella della Santa Croce”. A metà strada tra il cancello e la cappella due angeli di bronzo, dalla tomba di don Vecchi ormai da più di vent’anni, annunciano ai passanti la splendida verità: “È risorto, non è più, lo puoi incontrare domani più avanti”. Non passa giorno quindi che non mi soffermi per qualche minuto a guardare l’immagine un po’ sbiadita ma ancora bella di Monsignore, a leggere le due date, quella dell’inizio e quella della fine della sua vita terrena, confrontandole con la mia realtà e a meditare per poi concludere l’incontro con il vecchio maestro con una preghiera.

Durante queste mie soste di riflessione non so più quante volte mi sono ritrovato a pormi le stesse domande: “Chi ricorda ancora la rivoluzione pastorale del delegato patriarcale per la terra ferma? Chi ricorda ancora il suo progetto e le sue opere di pietra e di riorganizzazione della vita ecclesiale? Chi ricorda che Monsignore ha costruito Cà Letizia, Villa Giovanna, il Palazzo delle Comunità, la grande struttura di fronte alla canonica, l’Agorà, il cinema Mignon, il rifugio San Lorenzo? Chi ricorda il progetto per una pastorale globale per Mestre, il centro culturale del Laurentianum, l’opera per i poveri, il segretariato della gioventù, la rivista e il settimanale “La Borromea”? Forse don Franco ed io siamo rimasti gli unici testimoni della grande rivoluzione di Monsignore. Morti noi due tutto sembrerà scontato e normale!

Queste riflessioni mi aiutano a capire che anche per me sarà la stessa cosa e a concludere che l’importante però è rimanere fedeli alla propria coscienza e servire la comunità cristiana senza aspettarsi nulla!

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