Ladri da “Don Vecchi”

Quando un luogo è affollato e c’è un continuo andirivieni di persone senza dei controlli attenti e rigidi, si usa dire che quel luogo è un “porto di mare”.

Credo che non ci sia definizione più precisa per definire la vita al “don Vecchi”. Nonostante dei miei cari ed intelligenti collaboratori mi abbiano, specie all’inizio, suggerito e pure invitato ad un presidio più attento e rigoroso, io ho sempre preferito che il nostro “villaggio di anziani” non abbia ponti levatoi, sbarre, chiavi di eccesso e controlli capillari. M’è sempre parso giusto favorire questo andirivieni di anziani, di famigliari, di amici, di operatori e di badanti. Per la gran parte della giornata la porta si apre automaticamente con la fotocellula e quando la fotocellula non permette l’aprirsi della porta, c’è un mondo intero che possiede le chiavi per farlo.

Io sono nato in campagna, la porta di casa era sempre aperta e quando ci si allontanava, la chiave la mettevamo sotto il tappeto. Al “don Vecchi”, per mia volontà, le cose vanno allo stesso modo. Tutto sommato c’è andata anche abbastanza bene. Molti anni fa un drogato del quartiere per un paio di volte ha trovato il tesoretto che i nostri anziani avevano nascosto sotto il materasso. Poi abbiamo avvisato tutti di non tenere i soldi in casa, se no peggio per loro. Pare che i residenti abbiano fatto tesoro di questo avvertimento.

Negli ultimi quindici anni per ben due volte però, nottetempo, hanno asportato la cassaforte della comunità che era in direzione. Credo che abbiano faticato tanto per trovarci dentro due tremila euro soltanto. Nuovo ordine alla direzione: non tenere mai soldi in cassa!

Sennonché l’altro ieri, dalle tredici e trenta alle quindici e trenta, mentre i residenti sono impegnati a fare il “pisolino quotidiano”, nuova incursione in direzione: scassinate due porte, messi a soqquadro tutti i cassetti, però anche questa volta per un bottino ben magro: cento, duecento euro di spiccioli e forse, se gli addetti ai lavori avessero inserito l’allarme che abbiamo collocato dopo il furto, non avremmo avuto neppur questo danno.

Quello che amareggia di più è che i ladri si sporcano le mani tentando di rubare a dei poveri vecchi che hanno le pensioni più modeste, perché questi sono gli anziani che accogliamo nei nostri Centri don Vecchi.

Don Gastone Barecchia, il famoso cappellano militare degli alpini in Russia, ormai centenario, che per quasi mezzo secolo ha fatto il cappellano nel carcere di Santa Maria Maggiore a Venezia, ci diceva che in carcere erano quanto mai disprezzati quelli che rubavano nelle chiese, tanto che una delle offese più grandi che si facevano in questa prigione era “Sei un ladro da chiesa!”

Spero che d’ora in poi diventi pure un’offesa per i ladri, dire “Sei un ladro da don Vecchi”, perché qui è fin troppo facile rubare e anche se i furti sono pressoché inconsistenti.

22.08.2014

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