Autocritica

Qualche settimana fa ho letto un articoletto di un giovane collega. L’articolo mi ha messo un po’ in crisi. Verteva sulla recente decisione del nostro Patriarca di chiudere il Marcianum. Questa notizia ha avuto una certa ripercussione in città, ma soprattutto nella diocesi di Venezia perché il patriarca Scola s’era giocato pressoché tutto in quella grande impresa che sembrava del tutto riuscita e il patriarca Moraglia si sta pur giocando notevolmente, prima con la chiusura della scuola diocesana ed ora con la chiusura del Marcianum.

Il collega, riferendo questa notizia, loda in maniera sperticata il vecchio Patriarca ed in maniera altrettanto entusiasta il nuovo Patriarca.

Io sono ben lontano dal giudicare queste due eminenti personalità del mondo ecclesiastico, perché me ne mancano gli elementi di giudizio. Molto probabilmente sono ambedue dei santi uomini, però mi vien da pensare, da come sono andate le cose, che probabilmente il primo sia stato un po’ sventato e il secondo almeno un po’ pavido. Non mi riesce proprio di affermare che ambedue siano stati ugualmente saggi, ugualmente prudenti, perché se fosse stato così avrebbero dovuto arrivare ambedue alle stesse conclusioni. Penso che il primo si sia lasciato prendere la mano dall’euforia ed abbia giocato un po’ d’azzardo, e l’altro si sia lasciato prendere un po’ la mano dalla paura ed abbia mollato con troppa facilità. Comunque lascio “ai posteri l’ardua sentenza”.

Ma questo discorso mi pone un problema più grave, che mi coinvolge più fortemente e penso dovrebbe coinvolgere anche gli altri preti e fedeli. Mi pare che sia invalso nella Chiesa il costume un po’ codino di dare giudizi anche alquanto severi sullo Stato, sulla politica e su tutto l’universo mondo, mentre per quello che riguarda le cose della Chiesa si debba dire solamente bene.

Anche in questa occasione mi sono stati di conforto i giudizi non certamente lievi del cardinal Martini sulla Chiesa in genere e in particolare sulla gerarchia ecclesiastica. E poi, prima ancora, Rosmini, con la sua denuncia delle “cinque piaghe della Chiesa”, non è stato di certo più tenero.

Io rimango convinto che chi ama la Chiesa e se ne sente parte integrante deve trovare il coraggio e l’onestà di fare autocritica, quando è giusta. Ritengo ancora che nella misura in cui uno ama la Chiesa, in quella stessa misura deve avere il coraggio di esprimere con pacatezza, onestà e amore, il suo giudizio non solo a cose avvenute, ma anche prima che avvengano, se i responsabili ne danno la possibilità. Papa Francesco mi pare sia maestro a questo riguardo.

01.09.2014

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