Le prediche e l’eloquenza

Ai miei tempi nel corso di teologia c’era una materia che ora, di certo, è scomparsa dai programmi, cioè l’eloquenza. Questa materia doveva insegnare ai nuovi preti l’arte di parlare ai fedeli. A quel tempo ci si rifaceva ai grandi predicatori: La Cordaire, Bossuet, Semeria; quindi si offriva una vecchia metodica con cui doveva essere impostata la predica. Ora tutto questo è scomparso, perfino il termine con cui era definito questo insegnamento; infatti oggi questa materia è definita omiletica.

Allora il vescovo nominava una commissione, i cui membri restavano anonimi, perché in incognito dovevano andare ad ascoltare le prediche dei preti per valutarne i contenuti e il modo di porgere la dottrina.

Ripeto che tutta questa impostazione è completamente scomparsa; lo stile e le modalità giustamente devono rifarsi al mondo contemporaneo. Oggi ci sono degli ottimi oratori, capaci e brillanti, basta sentir parlare i nostri parlamentari. Non so se nella sostanza, e fatte le doverose trasposizioni di tempo, le cose siano migliorate per quanto riguarda le prediche, tanto più che la “concorrenza” del mondo laico è quanto mai più agguerrita in confronto al passato. Per migliorare questo settore della pastorale, che lascia tantissimo a desiderare, basterebbe perlomeno un rimedio alla portata di tutti, per il quale non sarebbero necessarie doti particolari: l’impegno!

Sto leggendo il volume che raccoglie le ultime prediche del compianto cardinal Martini, ove mi ha sorpreso ed incuriosito un passaggio. Confratelli e fedeli, tentando di incoraggiare il prelato, ormai stanco e logorato dalla malattia, gli facevano osservare che una folla di fedeli gremiva la chiesa ove lui celebrava, per poterlo ascoltare. Il cardinale, in maniera sorniona, commentò: «Forse vengono soltanto perché le mie prediche sono brevi!».

Il requisito perché il sacerdote possa passare il messaggio di Gesù non è solamente la brevità, però anche questa è una componente importante e, almeno, è alla portata di tutti.

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