La rassegnazione: virtù o vizio?

Credo che nei libri di spiritualità e di ascetica la virtù della rassegnazione trovi posto tra le virtù morali, ossia tra i comportamenti positivi del cristiano. Rassegnarsi voleva dire accettare la volontà del Signore, gli eventi che ci superano senza che ci avviliamo e ci ribelliamo.

Ora non sono assolutamente certo di mettere nel mio codice morale positivo questa parola e il comportamento che essa esprime, anzi sarei portato a leggere questo termine e questo comportamento come una variante dell’ignavia, della pavidità e del quieto vivere ad ogni costo.

Tanti anni fa mi capitò di leggere un bel volume di un autore che allora era abbastanza conosciuto sotto lo pseudonimo di “Pittigrilli”. Questi affermava che spesso la viltà si veste con gli abiti più nobili ed apprezzati della prudenza. Nello stesso volume, diceva pure che certe parole nobili come: democrazia, libertà, pace, sono spesso una specie di paravento dietro cui c’è solamente sporcizia e meschinità.

In uno degli ultimi numeri di “Lettera aperta”, il periodico della parrocchia di Carpenedo, don Gianni, l’attuale parroco, di ritorno dal campo scout, ha pubblicato la foto di gruppo dei suoi ragazzi in pantaloncini corti e col cappellone scout. Avevo già detto che questo gruppo della mia vecchia parrocchia conta 200 elementi e che al campo in Trentino vi avevano partecipato in 180. Bene: altro è leggere 180, che è un bel numero, altro è vedere la foto panoramica con ben 180 giovani. Impressionante!

Don Gianni non è un rassegnato, ma quanti preti si nascondono dietro a certi paraventi come dietro alle foglie di fico, e dietro a certe parole pie come “santa rassegnazione”, che in realtà sono solo ignavia, quieto vivere, poltroneria.

Per questi motivi ho poca simpatia per la virtù della rassegnazione.

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