Prete in pensione!

Otto anni fa, quando con la pensione il mio apostolato cominciò a svolgersi esclusivamente in cimitero, impegnato in una pastorale che si svolge prevalentemente sulla corda del dolore e del lutto, nella prospettiva dell’aldilà, mi sentivo un po’ mortificato e menomato perché mi sembrava di dover impegnarmi in un servizio pastorale ridotto, quasi monco, perché non potevo più spaziare nell’ampia gamma di valori umani: nascita, amore, famiglia, gioventù, società. Mi rimaneva solamente il compito di aiutare a buttare lo sguardo verso il domani per intravedere i primi tenui albori del “giorno nuovo”.

Ora non è più così, mi sento pago della mia missione, pienamente realizzato nel mio sacerdozio, non solamente perché conto su una bellissima comunità, numerosa, affiatata, coesa e viva, ma perché mi inebria il fatto di poter seminare a larghe mani speranza a gente disorientata, attonita e smarrita di fronte al mistero della morte, ma soprattutto ancora legata ad una visione di un Dio piccolo, vendicativo, pignolo.

Il mio popolo della domenica è quanto di più bello un prete possa sognare, ma pure mi è tanto caro anche “il popolo del funerale” al quale posso parlare del cuore del Padre, della meta che ci aspetta, della risposta a tutti i perché, della vita nuova.

Il lavoro pastorale della mia vecchiaia non è meno bello ed esaltante di quello della mia giovinezza.

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