La vita al don Vecchi

Sto cominciando a conoscere i nuovi residenti del Centro don Vecchi di Campalto. Di primo acchito mi sembrano persone care, anche se ancora un po’ smarrite in un ambiente tanto grande, pieno di luce, con un salone immenso arredato con mobili antichi, tappeti, divani in ogni dove: un salone da zar di Russia.

Abbiamo accolto tutti col criterio che abbiamo scelto fin dall’inizio: i meno abbienti e i più bisognosi di un alloggio protetto. La signora Graziella, incaricata dell’accoglienza, certamente ha fatto loro, come le è stato chiesto, un discorso preciso e netto: “Non intendiamo essere un’agenzia immobiliare che affitta alloggi a costi stracciati, ma siamo della gente che sogna di offrire un alloggio dignitoso, alla portata anche di chi ha meno, e vogliamo costruire una comunità di gente che si aiuta e che tende a vivere una vita autenticamente cristiana”.

All’atto della firma del contratto, ognuno ha dichiarato e sottoscritto di condividere ed accettare le finalità con cui è stata data vita a questa struttura. Adesso però viene il bello: la conversione non è mai stata facile per nessuno, meno che meno anche quella di vivere correttamente e coerentemente al “don Vecchi”.

Io sono profondamente convinto che non bisogna imporre nulla a nessuno, però sono altrettanto convinto di pretendere correttezza, osservanza delle regole del buon vivere, pulizia, rispetto per l’ambiente, comportamento irreprensibile, rispetto per le persone e le cose, collaborazione e dignità. Non sarò mai disposto ad accettare gente che giri nei luoghi comuni in veste da camera, con comportamenti sguaiati o sia alticcia.

Non sarà mai che il “don Vecchi” possa assomigliare, anche lontanamente, ad una casa di riposo e, meno che meno, all’asilo notturno. Il “don Vecchi” dovrà diventare un piccolo borgo di gente civile che si attiene alle norme del buon vivere, che si rispetta, che si vuol bene, che è solidale e si sforza di diventare una buona comunità di figli di Dio.

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