“I peccati della religione”

Recentemente ho pubblicato un libretto delle preghiere più comuni e delle verità religiose fondamentali del cristianesimo.

L’iniziativa, un po’ perché gratuita, un po’ perché la gran parte dei cristiani, diventati adulti negli ultimi 30-40 anni, non conosce assolutamente alcuna formula di preghiera, ha avuto successo.

Ne ho stampate 3-4 mila copie, tutte sparite in un battibaleno.

Ebbene in questo libretto, tra le altre massime, ho riscoperto anch’io i quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio: “I sette vizi capitali” e “I sei peccati contro lo Spirito Santo”.

Riflettendo su queste cose, mi sono detto che non sarebbe male che qualcuno codificasse anche “i peccati della religione”.

Questa affermazione potrebbe suonare apparentemente paradossale, ma in realtà una religiosità malintesa, diventa peccato e che peccato! Ad esempio quando Marx affermava che la religione è l’oppio dei popoli, non aveva tutti i torti!

Se ci fossero stati allora cristiani che avessero ritenuto che la religione, con la scusa di pensare al dopo, finisse di estraniarsi dai problemi del presente, perché la religiosità deve inervare e spingere l’uomo a cominciare a realizzare da subito il Regno di Dio. Proseguendo dovremo affermare che la religione ridotta a rito solamente è peccato, come è certamente peccato una religione che sappia di setta, o che porti a divisioni, a senso di superiorità sugli altri, o che faccia propendere e convincersi di avere l’esclusiva della verità, o che ritenga nemici i fratelli che sono membri di altre chiese, e anche la religione legata al potere politico è peccato.

E’ peccato la religione che si lasci strumentalizzare dal denaro o dal partito. E’ peccato la religione che, benedice le armi e la guerra, sia pur dichiarata santa. E’ peccato la presunzione che, per il solo fatto d’appartenere formalmente ad una chiesa, questo garantisca la salvezza.

Potrei continuare ma concludo dicendo che questo argomento deve essere seriamente approfondito per non correre il pericolo di perdersi per il solo fatto di essere stati uomini di religione.

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