La “malattia religiosa” del nostro tempo

Oggi, fortunatamente, non si usa più fare il panegirico del caro estinto. Le “orazioni funebri” sono serie e talvolta perfino troppo austere, teologiche ed impersonali. Alle lodi esagerate si preferisce un taglio più dimesso ed una cornice non solamente sobria, ma anche più vera. Questo mi pare giusto. Però credo che qualche accenno discreto sulla testimonianza offerta dal fratello che il Signore ha chiamato a sé, sia ancora opportuna, perché umanizza il rito e lo rende più vero e coinvolgente.

A me capita tanto spesso di “dare l’ultimo saluto” a relitti delle case di riposo, a creature vissute ai margini della società, o a persone provenienti da altri Paesi e perciò sconosciute, per cui il funerale arrischia sempre di essere anonimo, mentre quando ero in parrocchia le cose erano ben diverse: mi capitava sempre di “salutare” persone care perché conosciute e vicine, per cui i partecipanti al commiato facilmente erano coinvolti a livello emotivo, come pure a livello religioso e spirituale.

Talvolta sono i parenti a chiamarmi per parlarmi del caro estinto, ma più spesso sono io a chiedere qualche notizia perché il fratello o la sorella che presento al Signore e da cui vorrei ricevessimo “l’eredità” che ci lascisa, sia veramente fratello o sorella non solo a livello teorico, ma a livello sostanziale.

Le note più frequenti che ricevo sono che il morto era altruista – e ciò mi consola -, che era religioso ma non praticante – e questo mi rende meno felice. Pare che la caratteristica del cristiano medio della nostra società sia quella di una persona che non rifiuta il mondo religioso in cui vive, ma la cui fede incide assai poco sulla sua vita, perché non alimentata e non fatta crescere pari passo con la sua maturazione umana. Questa religiosità passiva ed inerte, che non diventa “luce” e “lievito” del vivere, mi pare una malattia religiosa alquanto preoccupante!

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