Un fallimento devastante

Anche recentemente ho avuto modo, quasi costretto dalla cronaca e dagli eventi, di riflettere sul rapporto tra la vita privata e l’attività, arrivando alla conclusione che “il capo” non è una guida vera se non insegna con la sua vita.

Io poi, che vengo fuori, come educazione e cultura, dallo scoutismo, non riesco neppure ad immaginare che sia possibile guidare una comunità di uomini con la tecnica, l’istruzione, l’intelligenza solamente: Il capo deve impersonare la legge, i valori, i principi, o perlomeno deve tentare di trasmettere tutto questo al meglio con la parola, ma soprattutto con l’esempio del suo modo di vivere.

I cittadini di qualsiasi paese hanno bisogno di un’economia sana, di lavoro, di una sanità efficiente, di un apparato sociale valido, di leggi giuste, ma hanno soprattutto bisogno di un’etica che sorregga e dia indirizzo alla vita sia privata che sociale.

Le ultime notizie sulla vita morale del presidente del nostro governo mi hanno lasciato letteralmente sconvolto: il fallimento del primo matrimonio, la “tragicomica” del secondo, con relativa dichiarazione d’amore sul Corriere della Sera, le chiacchiere scandalistiche sui festini in villa e ora le dichiarazioni per televisione su un “nuovo rapporto stabile” e le infinite insinuazioni della stampa e dei suoi avversari sulla sua sessualità, hanno creato una cornice veramente desolante su un uomo che s’è proposto alla nazione come il redentore dalla mala politica degli intrallazzi! Un fallimento più devastante credo che non si possa neppure immaginare.

Un tempo nella scuola, giustamente o meno, si metteva non solo il ritratto del re ma anche quello del duce, come padri della patria – e di certo si è sbagliato – ora però temo che l’immagine del capo del governo appaia come le foto che nell’America dei cowboys si affliggevano per riscuotere la taglia.

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