Radici remote

Inizia da questa settimana una nuova rubrica a puntate dedicata alla storia dei Centri don Vecchi, che ci accompagnerà fino all’inaugurazione del settimo centro agli Arzeroni.

S’è scritto certamente molto sui Centri don Vecchi, sulla loro finalità, sulla dottrina che li supporta e sul loro funzionamento, però quasi sempre se n’è parlato in maniera non organica, solamente illustrando e soffermandosi episodicamente soprattutto sulle loro singole sfaccettature. Chi poi ha trattato l’argomento in modo più informato, sono stati lettera aperta, settimanale della parrocchia di Carpenedo, comunità da cui i centri sono stati concepiti, e L’incontro, settimanale della Fondazione Carpinetum, che li gestisce. Essendo io di certo la persona maggiormente coinvolta in questa bella storia e avendo però ormai novant’anni, non vorrei che essa andasse sepolta con me e soprattutto non vorrei che i nostri concittadini non potessero conoscere fino in fondo il “miracolo della carità” sbocciato nell’ultimo quarto di secolo a Mestre. Penso, dunque, sia opportuno informare la comunità sugli antefatti per facilitare la comprensione del nascere e dello svilupparsi di queste strutture per anziani di modestissime condizioni economiche.

Sono stato ordinato sacerdote nel 1954 e nominato parroco di Carpenedo alla fine del 1971, avendo alle spalle una brevissima esperienza di un paio d’anni, come cappellano, nella parrocchia dei Gesuati a Venezia, ma durante questo tempo mi ero occupato quasi esclusivamente dei ragazzi in genere e degli scout in particolare.

Giunsi a Mestre nel 1956 nella più popolosa e vivace parrocchia della città, nella comunità del duomo di San Lorenzo martire, dove lavorai prima sotto la guida di monsignor Aldo Da Villa e poi sotto quella di monsignor Valentino Vecchi. Ebbi modo di fare delle forti esperienze pastorali come responsabile cittadino degli scout, come assistente ecclesiastico dei maestri cattolici, ma soprattutto come assistente cittadino della San Vincenzo, la benemerita associazione che si occupa dei poveri. Per quanto riguardava l’attività pastorale della carità in quel tempo collaborai in maniera veramente determinante soprattutto con monsignor Vecchi, già mio insegnante di Storia della filosofia in Seminario.

Il decennio tra il Sessanta e il Settanta è stato una stagione quanto mai ricca per l’assistenza ai poveri. In quegli anni fu costruita “Ca’ Letizia”, aperto “Il Ristoro”, la mensa serale per i poveri della città, e ancora: il magazzino degli indumenti, le docce e il barbiere. Si organizzarono le vacanze estive per gli anziani e gli adolescenti, nacquero il mensile “Il Prossimo” e tante altre iniziative riguardanti la carità, come ad esempio il Caldonatale, “l’epica impresa” degli scout per provvedere legna e carbone per il riscaldamento dei poveri nel periodo invernale.

Come dicevo, alla fine del 1971 fui nominato parroco della parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio a Carpenedo in un’epoca quanto mai difficile per la pastorale in parrocchia, perché in quella comunità periferica ci raggiunse la coda del Sessantotto, il tempo della contestazione.

Sento il bisogno di fare questa premessa perché, specie quest’ultima esperienza, fece emergere il ricordo della mia infanzia, vissuta in un paese povero e in una famiglia di condizioni più che modeste da un punto di vista economico. Col passare degli anni ho capito quanto sia vero che chi non ha fatto esperienza della povertà in prima persona ben difficilmente comprende il dramma dei poveri. Io ho avuto la fortuna di conoscere questo dramma essendo vissuto in una famiglia in cui la mamma e noi sette fratelli, dei quali io sono il più vecchio, dovevamo contare soltanto sullo stipendio di mio padre che era un semplice falegname. (1/continua)


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