Da “L’INCONTRO” – 4 febbraio 2018

Da L’INCONTRO” – 4 febbraio 2018
settimanale della Fondazione Carpinetum

Questo periodico a Mestre è “il re” della stampa religiosa per il numero di pagine (12), per il valore dei giornalisti che vi collaborano, per le modalità conle quali vengono affrontati i problemi, per il numero di numeri stampati (si oscilla fra le quattro e le cinquemila copie settimanali), per la sua diffusione capillare (60 punti di distribuzione) e per il fatto che viene distribuito gratuitamente. Mi trovo molto imbarazzato nell’indicare gli articoli più notevoli, tanto che sarei tentato di dire “leggetevi tutto perché ne vale la pena”.

Già in passato ho esposto la mia utopia: che tutte le parrocchie distribuiscano tutte le settimane “L’Incontro” a tutte le famiglie di ogni parrocchia con allegato un foglio per le iniziative proprie di ogni comunità. Non solo sono convinto che la cosa sarebbe possibile, ma pure solamente così si potrebbe parlare di nuova evangelizzazione senza arrossire, altrimenti si continua a raccontare la favola della luna nel pozzo.

Questo numero gira tutto attorno al Carnevale e perciò segnalo l’articolo di Cinzia Zordan “Velo, svelo, rivelo”, quello di Federica Causin “Giù la maschera” e “Restare se stessi” di Plinio Borghi.

Per quanto riguarda altri argomenti segnalo la bella intervista sull’ancor più bella iniziativa “Una casa per donne” di Luca Bagnoli e l’articolo “Incontri che restano” di Luciana Mazzer sulla giornata della memoria.

don Armando

L’intervento
Velo, svelo, rivelo
di Cinzia Zordan*

Il tempo di carnevale può essere metafora di quando si decide d’indossare una maschera Un comportamento che lede le relazioni più importanti e chiede un grande lavoro interiore.

È carnevale! Che faccio, mi travesto? Indosso una maschera che mi consenta di vestire i panni di chi vorrei essere e non sono? È un’occasione per poter esprimere una parte di me poco nota o nasconderne una che non mi piace… È un gioco intrigante, una volta ogni tanto si può e, soprattutto, fa bene. Ma che cosa accade quando la maschera si indossa costantemente nella quotidianità, magari con le persone più vicine, il compagno, l’amico, il familiare? Con le persone con cui sincerità e trasparenza sarebbero indispensabili per una comunicazione corretta nelle relazioni interpersonali? Come in tutte le commedie, prima o poi la maschera cade e, di conseguenza, anche i rapporti apparentemente più solidi entrano in crisi. La delusione, in chi ci sta accanto, è profonda, genera un dolore acuto e anche un senso di inadeguatezza: “Che cieco a non capire, ho vissuto con uno sconosciuto, pensavo di sapere tutto di lui…”. In realtà nessuno di noi in fondo è come appare; vi sono in ognuno degli aspetti che non è facile svelare, o addirittura che noi stessi non conosciamo o semplicemente non accettiamo; indossare una maschera o farsi scudo di un ruolo può essere protettivo, rassicurante. Nei 20 anni di servizio presso il consultorio Ucipem come consulente familiare, ho incontrato tante persone “in maschera”. Ho ascoltato tante storie di dolore, delusione, amarezza, disperazione, sentimenti che, quando le maschere cadevano nell’intimità del setting, straripavano come fiumi in piena e non era sempre facile costruire argini che li contenessero. Quasi sempre le maschere erano funzionali a un malessere, a un vissuto pesante e rinunciarvi non era sempre possibile. Esistono, però, delle alternative ai travestimenti che richiedono forza d’animo, pazienza e desiderio di cambiare modalità di approccio alla vita. La consapevolezza di sé, l’accettazione dei nostri limiti e delle nostre parti di ombra, il sapere che possiamo imparare a gestirle, la fiducia in noi stessi prima di tutto e poi in chi ci vive accanto e, perché no, anche il coraggio di chiedere aiuto a chi abbia le competenze per farci da specchio rimandandoci un’immagine di noi più completa e autentica. E poi… Con leggerezza, a carnevale indossiamo delle bellissime maschere e godiamocelo, considerandolo solo un momento di evasione!

(*) consulente Consultorio familiare Ucipem che ha sede in via Torre Belfredo 4 a Mestre

Il bello della vita
Restare se stessi
di Plinio Borghi

Ci risiamo: il carnevale impazza e pertanto “corre l’obbligo” di divertirsi, perché il rito lo richiede. Come ho sempre detto, è un obbligo cui non mi sento per niente vincolato, anche perché aborro sia il farlo a comando sia il doverlo circoscrivere in un ben preciso periodo: il buon cristiano dev’essere allegro di natura, anche in Quaresima e, di converso, la sua allegria non ha motivo di essere smodata. Approfittare del carnevale per mettere in atto forzature improprie, magari introducendole in situazioni o momenti nei quali ci sarebbe ben poco da ridere, è semplicemente ridicolo. Altra cosa è riprendere e far rivivere certe tradizioni, che portano in nuce un bagaglio culturale di tutto rispetto, dove trovano spazio usi e costumi che nel tempo si sono arricchiti di simbologia, di spaccati di vita vissuta, di alto pregio artigianale, di vis polemica verso le figure di spicco (che arricchiscono i carri allegorici in modo simpatico) e così via. In questo caso è funzionale concentrare tali espressioni in un unico periodo perché da un lato stimola la partecipazione e dall’altro mette meglio in risalto taluni aspetti che, se collocati in un contesto diverso, potrebbero non ottenere una congrua attenzione. Se per dare supporto all’insieme qualcuno si diverte anche a mettersi in costume o a promuovere un clima più festaiolo a vari livelli ben venga, purché non succedano fenomeni analoghi a quelli che si registrano nei campi da calcio, dove troppo spesso ben individuabili manigoldi prendono a pretesto gli avvenimenti sportivi per dare la stura ai loro istinti di bassa lega, per non dire belluini. E purché, finita la kermesse, tutti ci ricordiamo di riporre le maschere e di ritornare ad essere noi stessi. Qui purtroppo casca il solito asino, perché non sono pochi coloro i quali la maschera la portano per tutti i giorni dell’anno e quasi sempre più d’una, da indossare a seconda delle circostanze, come ho avuto modo di argomentare ampiamente in altra occasione (e che magari, nel marasma generale, si tolgono solo a carnevale, tanto nessuno li riconoscerebbe!). Non per tutti è facile essere sé stessi e presentarsi sempre come tali agli altri: per i più è comodo vivere camuffati e vendere una propria immagine alterata. È un atteggiamento che nasconde parecchie sindromi diffuse, come il complesso di inferiorità, l’aggressività nei confronti dei più deboli o una forzata remissione nei confronti dei forti (difetto più odioso nelle persone che ricoprono incarichi autorevoli), il vuoto culturale, spesso travisato con plateali uscite da tuttologo, ovvero l’esibizione pesante della propria preparazione con il chiaro intento di mettere in difficoltà gli interlocutori, senza contare la ricerca di credito millantando capacità ben lungi dal possedere, messa in atto magari per questioni di carriera, cosa che assume una particolare gravità se esercitata in professioni delicate, e potremmo continuare con molti altri esempi. No, così non può andar bene e non tanto perché prima o poi il palco può crollare, e sarebbe una mazzata devastante, quanto perché è penoso vivere sempre sul filo del rasoio. La nostra fede e la nostra dottrina ci chiedono di accettare in pieno la nostra umanità, con tutti i suoi limiti, e di viverla al meglio, con la fronte alta e con coraggio. Allora prendiamo un bel sacco, mettiamoci dentro senza indugio tutte le maschere e, se proprio non abbiamo il coraggio di buttarlo, almeno usiamole una alla volta, ma solo a carnevale.

Lente d’ingrandimento
Giù la maschera
di Federica Causin

Malgrado lo stato d’animo un po’ uggioso, che non dipende soltanto dalla stanchezza di fine giornata, inizio a scrivere. Dopo molti anni di onorato servizio, la mia camera da letto andrà in pensione e ho trascorso il pomeriggio a dirigere i lavori di “svuotamento”. Nell’aria si respira l’entusiasmo per una novità che sa di buono e che racconta la mia serenità di oggi, però guardando l’armadio ormai vuoto, mi sento un po’ spogliata. E così, con un pizzico di malinconia che forse condizionerà queste righe, provo a riflettere sul carnevale e su quel che ci trasmette. Se penso alle maschere, vedo la faccina divertita delle mie ni-potine e di Elena, in particolare, che non sta nella pelle all’idea di poter indossare il suo vestito di Elsa, gentile e graditissimo dono di Babbo Natale. Per un attimo è stata ammaliata dal simpaticissimo costume da ape di Erica, ma poi il fascino della principessa dei ghiacci ha avuto la meglio. Da bambini, la possibilità di calarsi nei panni di qualcun altro libera la fantasia e regala la possibilità di affacciarsi su mondi nuovi, di conoscere e sperimentare. Credo che, almeno una volta durante l’infanzia, tutti abbiamo detto “facciamo che io ero”. I piccoli indossano le maschere con il sorriso e, quando azzardano un passo di troppo che potrebbe non piacere a mamma e papà, si rifugiano subito in un provvidenziale “era per finta”. Alcuni siparietti sono davvero irresistibili e le povere zie devono compiere sforzi sovrumani per non scoppiare a ridere! Poi, con l’approssimarsi dell’adolescenza le maschere possono diventare più insidiose, perché spesso vengono indossate picchiettando sulla tastiera di un computer e il confine tra ciò che si è e ciò che si vuole mostrare di essere si assottiglia pericolosamente. I social network e il mondo dei contatti virtuali in qualche modo legittimano coloro che, invece di condividere esperienze, informazioni o pensieri, decidono di nascondersi dietro un’immagine, creata ad arte, che considerano più vincente, più accattivante, all’occorrenza aggressiva, salvo aprire talvolta a risultati catastrofici. Come dimostrano alcuni recenti episodi di cronaca, quella maschera viene anche adoperata per raggirare persone, anche adulte, approfittando di un momento di fragilità o debolezza. Concludo con un interrogativo che mi frulla per la testa: le parole che preferiamo non dire perché potrebbero risultare scomode o le scelte che lasciamo in sospeso per timore, sono forse una maschera che non ci accorgiamo di portare?

Mondo volontariato
Una casa per donne
di Luca Bagnoli

Colloquio con Romano Berti, presidente Associazione S. Antonio Mestre

Come nasce Casa Taliercio!

“Avevamo il desiderio di esercitare la carità in modo concreto. Siamo agli inizi del 2000. Così contattiamo la Caritas e i Servizi sociali del Comune, per capire quale fosse l’esigenza prioritaria. L’analisi ci indicò le difficoltà delle donne, soprattutto provenienti dall’est Europa. Dovevamo accoglierle, costruire loro una casa. Ne individuammo una. Molti locali di proprietà della Chiesa sono inutilizzati, come l’ex convento di suore elisabettine! I problemi tecnici furono numerosi, parliamo di 25 anni d’abbandono, ma alla fine riuscimmo a superarli e inaugurammo Casa Giuseppe Taliercio, in memoria dell’ex direttore del petrolchimico”.

Come procede il progetto?

“Oggi siamo 43 volontari. Abbiamo un solo dipendente, in grado di comunicare con i diversi idiomi parlati in struttura. Qui si collabora, ospiti comprese. Dopo cena organizziamo corsi di lingua e legislazione italiana, diritti e doveri del lavoratore, servizi offerti dal territorio, cura di una persona anziana. Poi tutti a letto. La mattina viene servita la colazione e alle 9 la casa si svuota. Da quel desiderio sono trascorsi 14 anni. Abbiamo esaudito settemila richieste d’aiuto”.

Quali donne bussano alla vostra porta per chiedere una mano?

“Quelle appena arrivate nel nostro Paese, che non parlano italiano. E quelle che hanno perso il lavoro, magari a causa del decesso dell’anziano assistito”.

Dunque non vengono temporaneamente ospitate nella casa dove hanno prestato servizio?

“Purtroppo no. Quasi sempre vengono invitate a lasciare subito l’abitazione, spesso dopo anni di vita in famiglia. Per fortuna quelle che transitano qui riescono a trovare un impiego in tempi celeri”.

Quali sono i requisiti per beneficiare dell’ospitalità?

“Non facciamo alcun tipo di selezione. Qui vige l’ordine di arrivo. Non possiamo e non vogliamo indagare sulla storia di queste donne. Forse siamo un po’ superficiali, ma con la Questura gli accordi sono chiari: per sei giorni accettiamo solo chi possiede un documento d’identità, dal settimo è necessario il permesso di soggiorno… Ogni tanto la polizia viene a prelevare qualche ospite…”.

Accogliete donne in difficoltà, prevalentemente straniere: come vengono a conoscenza di questo luogo?

“Inizialmente lo avevamo pubblicizzato, ma senza successo. Viviamo di passaparola. E di rapporti con il Centro Donna e con il Servizio Immigrazione del Comune”.

I vostri sforzi sono encomiabili. Tuttavia siete chiusi in agosto: cosa diciamo alle ragazze con difficoltà estive, di tornare a settembre?

“È vero, ha ragione. Ma in agosto siamo senza volontari e Ca’ Letizia, la mensa che ci fornisce i pasti, è chiusa. Mi creda, è impossibile coprire quel periodo”.

Cosa potrebbe aiutarvi?

“Le spese annuali ammontano sui 35 mila euro. Il 5×1000 ci sostiene. Messaggero Servizi, quando non riusciamo a pagare l’affitto, ci sostiene. Il Comune, quando accogliamo le donne che invia, non ci sostiene. Ecco, un aiuto economico sarebbe gradito”.

Quindici anni fa l’emergenza riguardava l’est Europa. Dal 2011 riguarda l’immigrazione innescata dalle primavere arabe, ma i vostri dati non indicano alcun ospite proveniente da quelle regioni del mondo…

“Sono persone spesso prive di documento e accudite dalle cooperative”.

Quindi in otto anni non si è presentato nessuno con un documento non indicante altra collocazione: se accadesse?

“Le accoglieremmo”.

– La scheda

L’Associazione S. Antonio Mestre nasce nel 2002 allo scopo di svolgere attività assistenziale. Si rivolge soprattutto al tema dell’accoglienza, della promozione umana e dell’integrazione. Organizza pranzi muttietnici, concerti, spettacoli, e forma i volontari. L’opera principale è Casa Giuseppe Taliercio, inaugurata nel 2004 e pensata per donne in difficoltà. La struttura, aperta quotidianamente dalle 17.30 alle 9 del giorno seguente, ospita fino a 21 persone per un tempo che varia da 6 a 18 giorni. Offre cena, colazione e pernottamento in camere con bagno. È inoltre attivo uno sportello dedicato al tema dell’immigrazione, il mercoledì dalle 17.30 alle 19. Nel 2017 sono state accolte 356 donne. L’associazione e la Casa Taliercio si trovano a Mestre, in via Aleardi 154. Contatti: 0415317715,
www.associazionesantantonio-mestre.org, www.casataliercio.org

La testimonianza
Incontri che restano
di Luciana Mazzer

La Giornata della Memoria è un baluardo per non dimenticare e perché non ritorni mai più l’orrore dell’olocausto.

Baby sitter dei due nipotini, uscivo con loro a metà pomeriggio. L’appartamento dei nonni materni era meta quotidiana. Il nonno usciva dalla sua stanza solo per salutare o bere il caffè con noi. La sua camera era un grande studio; dovunque pile e pile di dischi di musica classica che l’anziano ascoltava in continuazione, su un grande giradischi; una grande poltrona di pelle; un lettino da ambulatorio medico che stonava con il resto del pochi mobili di grande pregio. Dietro la scrivania, un’antica libreria, stipata di libri, occupava l’intera parete. All’interno del vetro centrale una stella di Davide dai contorni sfilacciati. Primogenito di una ricca famiglia ebrea, era stato mandato alla Sorbona, dove aveva conseguito la laurea in Medicina. In seguito, aveva conseguito anche la specializzazione in Pediatria. Tornato in Italia, si era sposato con la bella, innamoratissima figlia di amici. Hitler e i suoi degni avvoltoi, come li definiva il caro dottore, erano oramai padroni d’Europa. La primogenita della coppia aveva cinque anni quando nacque il fratellino. In quanto ebreo, il giovane valentissimo dottore era stato “sospeso” dal primariato della divisione di Pediatria della città. Il primo a lasciare la famiglia fu proprio l’ultimo nato. Affidato ad amici di religione cristiana, fu portato negli States e lì affidato alla famiglia della zia materna. La giovane coppia visse quel devastante distacco con la vana consolazione che quella era stata la cosa più giusta da fare per la sicura salvezza del figlio. Dalla sera alla mattina, la primogenita divenne nipotina di una coppia di anziani fattori, che da sempre, in Toscana, con figli e nipoti si prendevano cura di una proprietà della famiglia di lui. La moglie, non più madre, fu nascosta in un luogo sicuro in attesa di essere raggiunta, a breve, dal marito. Che, invece, fu catturato da alcune camice nere. Accertata la sua appartenenza alla “disgraziata razza”, dopo due brevi tappe, arrivò al campo di sterminio di Buchenwald. Nelle prime settimane il medico pensò di togliersi la vita. Si accorse, però, che nessun carnefice, per quanto crudele, avrebbe potuto togliergli specifiche conoscenze acquisite in anni e anni di studio e di ricerche e, grazie ad esse, cercò di sopravvivere e far sopravvivere. Complici alcuni compagni di baracca, con grande lavoro e altrettanto rischio, un cucchiaio divenne un affila-tissimo bisturi, la preziosissima acqua bollente fu disinfettante e mezzo di sterilizzazione per “fasce” strappate dalle divise dei cadaveri. Fu un neonato di pura razza ariana a salvargli la vita. Poco lontana dal campo, c’era la fattoria di un contadino soldato, mandato a combattere per la gloria di Hitler e della Germania nazista. Uno dei graduati “avvoltoi” del campo, pur con moglie e figli vicini, aveva fatto il nido nel letto della giovane donna sola.

Con il pretesto di portare aiuto alla povera moglie di valoroso milite rimasta sola per la gloria del popolo nazista, il colpevole, laido individuo, portò alla fattoria il prigioniero medico. In quelle occasioni, mentre usciva dal lager, la scritta Jedem Das Seine (“ad ognuno il suo”), leggibile solo dall’interno del campo, lo faceva piangere di nascosto dal suo aguzzino. Qualche patata e qualche pagnotta, dategli dalla donna, enormi sorsate di latte bevute di nascosto dal secchio della mungitura, bocconi di strutto rubati dal bariletto e inghiottiti nonostante la repulsione, aiutarono il prigioniero a non morire di fame. La volontà e il pensiero della famiglia gli permisero di resistere al freddo, alle fatiche, alle punizioni del campo, al desiderio di farla finita. Quando gli riusciva, rubava nella concimaia avanzi e scarti di cibo appena buttati, per portarli di nascosto ai compagni di baracca. Dopo la nascita del bimbo, il prigioniero, certo della sua prossima uccisione, come più volte gli aveva anticipato l’avvoltoio padre per assicurarsi l’assoluto silenzio su quanto avvenuto, dovette ricredersi: il 12 aprile 1945 il campo fu liberato dalle truppe americane. Questo mi raccontò il caro, mai dimenticato dottor Ancona, mentre i nipotini giocavano nel grande studio. Il lettino dell’ambulatorio di un tempo, divenne letto ideale per il vecchio medico, che dal suo ritorno da Buchenwald riuscì a fare i suoi brevi tormentati sonni solo su quel rigido stretto giaciglio, simile al tavolaccio su cui aveva riposato durante la sua permanenza all’inferno. Con l’abituale serena calma, mostrandomi il numero inciso sulla pelle del suo braccio, l’anziano mi disse: “Hanno sfregiato, inciso la nostra pelle. La cosa peggiore, però, è che hanno fatto la medesima cosa al nostro cervello, in troppi casi al nostro cuore”. Hitler e i suoi degni avvoltoi non erano però riusciti a distruggere nel caro medico ebreo gentilezza, rispetto, bontà, tenerezza, che lui continuò a riversare sul suo prossimo, sino alla fine. Nonostante il tanto male patito.

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