Da “LA BORROMEA” – 28 gennaio 2018

Da “LA BORROMEA” – 28 gennaio 2018
settimanale del duomo di San Lorenzo

La Borromea è il primo foglietto parrocchiale pubblicato nel Patriarcato di Venezia ad opera di monsignor Vecchi e del sottoscritto. Il settimanale si rivolge ai 9500 parrocchiani, quanti sono gli abitanti di questa numerosa comunità cristiana. Normalmente il periodico, in foglio A4, si qualifica per l’articolo del parroco, monsignor Gianni Bernardi.

In questo numero il parroco prende posizione nei riguardi dei crimini del razzismo hitleriano e ricorda il più giovane soldato americano, un diciassettenne caduto nella prima guerra mondiale e sepolto nel nostro cimitero.

Purtroppo solamente questo periodico prende posizione nei riguardi del razzismo, mentre ogni comunità cristiana dovrebbe rendersi partecipe delle problematiche del nostro pianeta.

La seconda facciata è dedicata alla cronaca parrocchiale.

don Armando

Giorni di ricordi per imparare a guardare con verità il nostro tempo

Carissimi, negli scorsi giorni abbiamo ricordato due date, che richiamano eventi che hanno caratterizzato la storia del Novecento e che ancora accompagnano, a guardar bene, le vicende dell’uomo e della società di questo nostro tempo così confuso.

La prima data è ricordata nel mondo intero con la Giornata della Memoria, che si celebra il 27 gennaio e che ha l’intento preciso di non farci dimenticare gli orrori causati dalle leggi razziali, che hanno portato allo sterminio, come si sa, di milioni di esseri umani durante la seconda guerra mondiale. Si è stabilito, a livello internazionale, di celebrarla ogni 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nella offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Quest’anno, poi, ricorre l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali volute dal governo italiano di Mussolini e firmate dal re Vittorio Emanuele III.

Bene ha fatto il Presidente Mattarella a ritornare sulle leggi razziali, definendole «Un capitolo buio, una macchia indelebile, una pagina infamante della nostra storia» e mettendo in evidenza la parte avuta da intellettuali, giuristi, scienziati, storici nella persecuzione degli Ebrei mediante l’elaborazione e il sostegno dato al Manifesto della razza.

Bisogna anche non tralasciare, a mio parere, l’indifferenza di buona parte della popolazione. Mattarella ha fatto bene a ricordare, di conseguenza, l’importanza dell’articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana, che costituisce la risposta dell’Italia democratica agli orrori causati da quella legislazione razzista: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

Una riflessione attenta su quanto avviene in questi nostri tempi ci aiuta a capire come il pericolo di una discriminazione razziale sia continuamente presente: pensiamo all’intolleranza, all’odio che serpeggiano nella nostra società contro coloro che sono definiti “diversi”, fino a giungere a vere e proprie forme di razzismo e, addirittura, di antisemitismo. Di qui l’importanza di mantenere viva la saggezza della Costituzione, che, nata al termine di una violentissima e orribile guerra, ha visto la necessità di porre, a fondamento della vita della nuova nazione, il rifiuto di ogni distinzione, anche di presunta razza.

La pari dignità e l’uguaglianza dei cittadini sono davvero un caposaldo della nostra vita civile e sociale.

La seconda data alla quale faccio riferimento riguarda in maniera particolare la nostra realtà mestrina: il 26 gennaio è stato il centesimo anniversario della morte di un giovane americano, Richard Cutt Fairfield, ucciso durante un bombardamento su Mestre.

Come riporta la lapide della sua tomba nel nostro cimitero, è stato il più giovane volontario americano ucciso nello svolgimento del suo dovere. Si era arruolato, infatti, nella Croce Rossa e fu inviato in Italia durante la prima guerra mondiale (gli Stati Uniti, infatti, entrarono in guerra solo il due aprile del 1917): con un collega fu chiamato a svolgere il proprio servizio durante un’emergenza a Mestre e furono uccisi dallo scoppio di una bomba. I suoi genitori vollero che il suo corpo riposasse proprio a Mestre e la sua tomba è ancora al centro del cimitero: è una testimonianza struggente di un giovane che ha donato la sua vita.

I suoi genitori hanno voluto fossero incise sulla sua lapide le parole “Thy will my Lord be done” (la tua volontà, o mio Signore, sia fatta): segno di una fede che dice la grandezza del dono. Venerdì scorso, 26 gennaio, la sua tomba è stata al centro del ricordo, della gratitudine e della preghiera di molti, che hanno poi voluto soffermarsi al Laurentianum per proseguire il ricordo con un momento serio e appassionante di riflessione.

don Gianni Bernardi

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