Da “PROPOSTA” – 8 ottobre 2017

Da “PROPOSTA” – 8 ottobre 2017
settimanale della parrocchia di San Giorgio di Chirignago

Questo numero del foglio parrocchiale è tutto da leggere. Il cardinale Luciani aveva proposto a don Roberto, il parroco, di collaborare con la scuola di giornalismo a Milano, ma lui ha rifiutato preferendo il rapporto con la sua gente piuttosto che un discorso rivolto ad anonimi.

Secondo me ha fatto male a rifiutare perché il buon Dio gli ha dato doti particolari per comunicare mediante il messaggio scritto.

Ne do un esempio segnalando questi articoli: 1) Valutazioni sul referendum per l’autonomia. Pur non condividendo del tutto il discorso – io infatti non andrò a votare per non fare il gioco della lega e per non tornare ad un’Italia pre-risorgimentale – comunque apprezzo e convengo su alcune argomentazioni. 2) E’ interessante e comprensibile il suo sfogo su un certo tipo di giornalismo e pure lodevole la sua precisazione sulla gestione economica della nostra Diocesi. 3) Interessante il discorso sulla confessione. A Chirignago la “moda” è arrivata in ritardo, come avviene sempre per le periferie. Comunque lo si voglia o no, la moda ha sempre la meglio (vedere per credere i jeans sbrindellati). Credo che dobbiamo pensarci sul problema della confessione e trovare nuove soluzioni che ne salvino il contenuto. 4) Don Roberto racconta, tra l’amareggiato e l’ironico, un incidente di percorso che può capitare ad un parroco di periferia. Il discorso non è nuovo: Bruce Marshall, lo scrittore inglese, ne ha raccolto un’antologia di fatti del genere! Per queste cose il sentimento più opportuno è di certo la commiserazione.

 

VOTARE, VOTARE, VOTARE E ANCORA VOTARE

Ho sentito una trasmissione sul referendum del 22 ottobre, quello nel quale i veneti (ed anche i lombardi) esprimeranno il loro parere a proposito di una maggiore autonomia nell’amministrarsi.
E un politico invitava con passione ad astenersi da! voto perché ritenuto inutile.
Non sono in grado di dire quanto utile sarà nell’immediato, ma che i veneti esprimano la loro opinione su un argomento così importante mi sembra non solo utile, ma necessario e sono convinto che le cose, dopo, non saranno più come prima.
Credo che sia lecito, anzi doveroso, chiedere una maggiore autonomia della nostra regione sul piano amministrativo.
Se a suo tempo c’erano dei motivi per privilegiare alcune regioni rispetto ad altre, oggi mi pare che quelle ragioni non ci siano più.
E d’altra parte non mi sembra giusto che il nostro stato tratti meglio le regioni sprecone, dove si distribuiscono balzelli e prebende a pioggia rispetto a quelle, come la nostra, che lavorano tanto, pagano tanto, e ricevono poco.
Siamo una mucca che fa tanto latte ma a cui viene dato poco fieno.
Non si tratta di egoismo, si tratta di giustizia. E non occorre arrivare agli estremismi avvenuti in Spagna, occorre piuttosto che con equità si riconosca il merito a chi ce l’ha.
E se per una volta vogliamo essere premiati anche noi, i polentoni, non dobbiamo né vergognarci né essere imbarazzati.
Perciò a chi mi chiede come voterò, lo dico pubblicamente, voterò per una maggiore autonomia del Veneto. Sperando che i sogni possano presto trasformarsi in realtà.

CONFESSARSI SI’, CONFESSARSI NO

Inizio dicendo che nel 2017 si è verificata una cosa che mi ha sorpreso: fino a gennaio compreso di sabato le confessioni erano numerose, così numerose che don Andrea ed io facevamo qualche volta fatica a starci dietro. Poi, senza un apparente perché, quasi d’incanto, siamo rimasti disoccupati.
Questa disoccupazione dura ancora oggi: don Sandro, che viene per le confessioni dalle 15,30 alle 17,30 (circa) arrischia di annoiarsi anche lui. La cosa, a mio parere, è inspiegabile perché sembrerebbe che tutti si siano messi misteriosamente d’accordo per trascurare questo sacramento così importante nella vita spirituale dei cristiani.
Ce lo ha dato il Signore che lo ha scelto e inserito nei sette sacramenti (solo sette) messi a nostro servizio. E ne abbiamo bisogno tutti, perché, ricordiamolo: “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Data la situazione attuale della Chiesa, mancando ì preti in tante comunità o parrocchie, averne due a disposizione e un utilizzarli è un peccato “che grida vendetta al cospetto di Dio”.
E quando i doni non si apprezzano fatalmente li si perde.
Perciò l’invito è questo: programmiamo la nostra confessione ogni mese/mese e mezzo: la nostra vita spirituale crescerà.
Ciò detto avverto di un cambiamento di orari.
AL SABATO LE CONFESSIONI COMINCERANNO ALLE 15,30 E TERMINERANNO ALLE 18,20 Questo per dar modo a me, che sono il parroco anche dell’ACR, di dedicare ai ragazzi di questa associazione un po’ del mio tempo.
Anche don Sandro sarà in chiesa dalle 15,30 alle 17,30. Termino con queste parole dì San Paolo: “Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.“(2Co 5:20 )

E’ capitato quello che non doveva capitare, che un giornalista (signor S. ma quando la finisce di seminare zizzania?), ha guardato per il buco della serratura e, giocando con un titolone, mi ha messo in serio imbarazzo, tra gli altri, con il carissimo don Andrea, Economo della diocesi. Rinnovo pubblicamente la mia stima ed il mio affetto nei suoi confronti e non mi sono mai sognato di accusarlo di qualcosa. Di che cosa, poi?, visto che occupa questo posto da pochissimo tempo.
Non intendevo fare nessun “affondo”, e non ero o non sono assolutamente “un arrabbiato”. Dicevo che, dal mio punto di vista, non sono mai stato informato sulla situazione economica della nostra Chiesa. Punto. E di questo mi sembra di essere sicuro. Ad ogni modo lungi da me la ribellione. Sono troppo pigro per fare il ribelle.

DA UN FATTO A DEI PENSIERI

Sto terminando la vista alle famiglie di quest’anno. Entro in una delle ultime dell’ultima giornata e trovo una signora, abbastanza anziana, che non mi saluta. Io ho augurato, come sempre faccio entrando, la pace per quella casa. Ma quella donna ha altre intenzioni. Senza por tempo in mezzo mi dice (con acrimonia) tutto di seguito: “non sono stata affatto contenta del funerale che ha fatto a mio marito. Intanto quando siamo arrivati davanti alla chiesa lei era ancora in borghese e stava ancora finendo di lavorare dietro la canonica … (rispondo, perché lo ricordavo benissimo, che l’autobara era arrivata con 10 minuti di anticipo sull’orario e che appena vistala mi sono precipitato a mettere i paramenti per accogliere la salma) … poi lei ha letto solo tre righe di quello che abbiamo scritto sul foglietto … (rispondo che faccio sempre così, cerco di cogliere la sostanza del discorso, tralasciando i particolari biografici se non hanno un significato più grande) …
Non ha cantato “io credo, risorgerò” … (rispondo che non lo cantiamo mai preferendo ce sia l’organo ad accompagnare il momento dell’aspersione e dell’incensazione, anche perché in chiesa di solito non canta nessuno e io non ho una voce tale da sostenere il canto, per di più senza microfono).., perché non ha fatto le condoglianze (rispondo che è cosa che faccio raramente perché a me sembra che tutta la celebrazione sia una grande condoglianza verso i famigliari).
A questo punto mi alzo, e dico: “ci salutiamo così” ed esco di casa senza aggiungere altro. La signora non ha notato una cosa che sembra solo pochi notino: siamo l’unica parrocchia nel triveneto (e forse anche d’Italia) che prepara per ogni funerale un foglietto con tanto di foto, di saluto della famiglia, di letture e di preghiera di commiato. Cosa che richiede attenzione e tempo (e qualche soldino). La signora non ha notato l’impegno e la passione che il sottoscritto ci mette ogni volta per fare una predica che abbia un senso, che sia, anche dal punto di vista della sintassi, bella e corretta..
La signora non ha notato la chiesa pulita, ordinata, e “preparata” per il funerale (cosa che faccio sempre io personalmente).
La signora non ha notato che non ci sono tariffe, richieste di denaro, ecc. ecc.
Mi sono alzato, non ho dato la benedizione, e me ne sono andato.
Le regole, prima umane e poi cristiane, dell’accoglienza e del rispetto, del porre le questioni in modo gentile per permettere all’altro di spiegarsi debbono valere per tutti. E il parroco non pretende (anche se in fondo lo potrebbe) un po’ più di rispetto per l’abito e il ruolo che ricopre, ma la buona educazione e il rispetto dovuto a tutti, questo sì.
Con l’ordinazione non ha rinunciato alla propria dignità. E non ha intenzione di farlo per l’avvenire.

don Roberto Trevisiol

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