La dolcezza della vecchiaia

Un tempo i nostri vecchi erano venerati e rispettati come testimoni della saggezza e dell’esperienza. Nel popolo ebraico, nell’antica Grecia e nella Roma di un tempo godevano del rispetto delle nuove generazioni purtroppo, ai giorni nostri, continuano a goderne solo nei paesi dell’Africa e dell’Estremo Oriente. In Italia dal sessantotto in poi pare che questo rispetto e questa venerazione siano quasi totalmente spariti. Spesso i vecchi sono relegati nelle case di riposo trattati come bambini dell’asilo o lasciati soli soletti nella loro casa con una badante straniera oppure abbandonati a se stessi come relitti nei grandi condomini anonimi ed indifferenti. Ricordo che ai tempi della contestazione una cara vecchietta mi chiese quasi preoccupata di non capire il linguaggio dei nipoti adolescenti: “Don Armando che cosa significa Matusa perché spesso i miei nipoti mi chiamano così?”. Ebbi pietà di lei e non le spiegai che quel termine significava: cariatide, superato o rimbambito ma minimizzai dicendole solamente che quel termine corrispondeva al nuovo gergo parlato dai nostri ragazzi.

Ormai da anni non tratto più con i giovani perché al Don Vecchi l’età media è di ottantaquattro anni e quando vi entra come nuovo inquilino un settantenne tutti lo guardano come se fosse un ragazzino o un adolescente. In cimitero poi i miei fedeli non sono tutti anziani ma comunque la maggioranza è composta da persone mature, confesso però, con grande soddisfazione, che mi sento molto amato e che tante persone, uomini e donne, mi trattano con grande tenerezza e tanto rispetto. Spesso mi chiedo che cosa posso aver mai fatto per godere di tanta simpatia e tanto affetto. Ringrazio il Signore che mi ha donato una vecchiaia non solo serena ma anche circondata da tante attenzioni. L’amabilità dei miei concittadini mi rende quanto mai gradevole questa stagione della vita e per tutto questo ringrazio di cuore il Signore.

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