Meritocrazia nella Chiesa

Soltanto chi sta al vertice delle comunità cristiane ed ha maturato una conoscenza globale delle varie situazioni è in grado di fare scelte oculate, però mi rimane la sensazione che anche la Chiesa, mutuando ancora una volta dalla società e soprattutto dalla cultura promossa in questi ultimi decenni dai sindacati, adotti, nell’assegnazione dei compiti e dei servizi, criteri poco produttivi che spesso finiscono per penalizzare le comunità cristiane. Vengo al concreto: ho la percezione che piuttosto che assegnare il ruolo di parroco di una comunità, più o meno grande o più o meno importante, a sacerdoti che hanno dimostrato sul campo le loro reali capacità, si preferisca anche oggi utilizzare come criteri di scelta l’età, il titolo accademico e i ruoli ricoperti precedentemente. Con questo criterio, a mio modesto parere, si raggiungono sempre due risultati negativi: si mortificano e si spengono potenzialità che talune parrocchie, sia per i loro legami che per la loro storia, potrebbero esprimere risorse qualificate ed inoltre perché si mettono a disagio certi personaggi che non possiedono le capacità adeguate per guidare realtà significative ad esprimere il meglio di sé. La cosa poi oggi è aggravata dal fatto, che essendoci pochi preti e spesso anche con scarse risorse individuali, si finisce per appiattire e privare la diocesi di quelle “comunità guida” alle quali potrebbero rifarsi o con le quali potrebbero confrontarsi quelle meno qualificate. Il rimedio non è facile ma oggi esistono molte possibilità per consultare clero e laicato, i quali potrebbero offrire consigli quanto mai utili. Rimane comunque il fatto di fondo che oggi la Chiesa, sull’esempio di Papa Francesco, deve liberarsi dal criterio verticistico in favore di quello popolare e di base.

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