Un vecchio problema irrisolto

Qualche giorno fa, come avviene di frequente, un’impresa di pompe funebri mi ha fatto prelevare da parte di alcuni dipendenti per andare nelle sale mortuarie dell’Ospedale dell’Angelo, a dare la benedizione ad un concittadino defunto, prima che il legno coprisse per sempre il suo volto. E’ questo un servizio ormai poco gradito da parte dei miei colleghi perché dicono di non avere tempo, mentre io – un po’ perché sono ancora un prete vecchio stampo ed un po’ perché so che molti concittadini lo gradiscono – lo faccio volentieri.

In macchina con me c’erano tre necrefori, mentre uno aspettava all'”Angelo”. Attualmente le norme entrate in vigore il novembre scorso, prevedono che ad ogni funerale siano presenti quattro addetti con una preparazione specifica. Quasi tutte le imprese si sono adeguate a questa norma.

Mentre eravamo in macchina, uno di questi, che aveva in famiglia una qualche difficoltà, mi chiese se i sacerdoti usano ancora visitare e benedire le famiglie. Come sempre, da cosa nasce cosa, risultò che nessuno dei tre, abitanti in parrocchie diverse, aveva mai visto un prete a casa loro, pur abitandovi da molti anni.

Ora i preti son pochi ed ogni parrocchia quasi sempre ha soltanto il parroco, quindi una visita programmata a tutte le famiglie risulta obiettivamente difficile, a parte che con qualche sacrificio io sono riuscito, per ben 35 anni di seguito, a visitare tutte le mie 2400 famiglie. So che qualche parroco lo fa ancora, ma credo che in ogni caso sia assolutamente necessario che almeno nell’arco di due o tre anni il parroco incontri tutte “le sue pecore”. Questo da un lato perché non rimanga in parrocchia un “illustre sconosciuto” e dall’altro perché, lasciandosi assorbire totalmente dal piccolo gruppetto dei “soliti devoti”, non arrischi di immaginare che tutti la pensino come loro, mentre le cose stanno ben diversamente. Se poi ogni parrocchia mandasse in ogni casa un pur modesto mensile informativo e formativo – anche questa una cosa possibile – vi sarebbe almeno un dialogo in qualche modo aperto ed una qualche presenza nel territorio.

Io non sono più aggiornato sulle strategie degli uffici di curia e dei vari consigli vicariali, presbiteriali o pastorali, e dei progetti relativi, però ritengo che questa presenza e questo minimo di dialogo sia assolutamente indispensabile, altrimenti lo “Stato d’anime”, se qualche parrocchia ce l’ha ancora, invece delle quattro, cinquemila “anime”, lo si può ridurre a tre, quattrocento “parrocchiani”.

Perché dico queste cose? Si domanderà qualcuno. Perché i vecchi devono almeno essere la coscienza critica della comunità; anche questo è un servizio ed un atto d’amore per i colleghi e per le comunità relative.

04.01.2014

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