Pensando ai nuovi preti

Talvolta mi accorgo di essere duro, esigente e deluso dalle nuove generazioni di sacerdoti. Spesso ho la sensazione che siano dei rassegnati, degli uomini sempre in difesa o, peggio, in ritirata. Talora ho l’impressione che non abbiano né sogni, né coraggio per vivere all’attacco, ma che si accontentino del piccolo gregge, rinchiuso nello steccato all’ombra del campanile e per nulla preoccupati di scendere nella mischia ove si costruisce il domani e la storia.

Mi fa tristezza il pensiero di gente che possiede una verità che potrebbe illuminare la vita, dare profumo all’impegno, far sognare “nuove frontiere”, mentre si riduce a vivere un quotidiano stinto, insapore ed immeschinito da un valore basso e con orizzonti limitati.

Poi spesso mi dico che anche i preti sono figli del nostro tempo, caratterizzato dal pensiero debole, dalle verità smorte e da un nichilismo imperante e senza respiro, con pochi ideali e meno dimestichezza con la fatica e la lotta.

Forse noi vecchi preti, che siamo vissuti nella seconda metà del novecento, siamo stati più fortunati, da un punto di vista ideale, perché abbiamo avuto la fortuna di vivere “il risorgimento” del dopoguerra, sorretto da leaders di grande statura morale, abbiamo respirato a pieni polmoni l’aria profumata di primavera del Concilio Ecumenico che ha fatto fremere la Chiesa e la fede ed infine siamo pure stati investiti dall’uragano del ’68, che ha travolto ciò che era fittizio, ma ha aperto nuovi orizzonti alle coscienze a livello della giustizia, della solidarietà e della libertà.

Io non so che cosa augurare ai nuovi preti, spero però che non si rassegnino a vivere una vita mediocre e non si lascino condizionare dall’aria stanca ed asfittica della società attuale.

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