La morte ci dovrebbe insegnare a guardare in un’altra ottica i problemi quotidiani

A pranzo un posto, nonostante fosse passata la mezza – ora canonica per il pasto di mezzogiorno – continuava a rimanere vuoto. Spesso al “don Vecchi” c’è perfino qualcuno che si dimentica del mangiare! Una telefonata al 101, silenzio, nessuno risponde! Una veloce verifica, perché non è proprio infrequente che qualcuno dei 230 residenti decida di partire da questo mondo, ed Armando, l’unico mio omonimo al “don Vecchi”, giace per terra mentre radio e televisione, imperterriti, continuano a parlare senza che alcuno le ascolti.

La morte ha colto il nostro inquilino durante la notte. La sera precedente l’avevo visto, come al solito, fare la sua fumatina all’aperto per non portare danno col suo fumo passivo. Ora giace sul pavimento in attesa delle figlie e delle pompe funebri che trasportano la sua salma all’obitorio.

Nella mattinata avevo discusso in maniera animata dei vari problemi, che non mancano mai in una comunità così vasta ed in un mondo così intricato qual’è il nostro. Ora con Rolando, il direttore, ci ritroviamo a parlare quasi sottovoce sul ballatoio dinanzi alla dimora del nostro coinquilino deceduto durante la notte. Voci più pacate, problemi più vasti e più complessi, però meno urgenti e che svuotano di contenuto le problematiche delle quali ci eravamo occupati fino ad un’ora prima.

Un tempo inorridii di fronte ad un quadro posto nel coro dei cappuccini che ritraeva un vecchio frate con la barba lunga ed un teschio in mano. Ora capisco che sarebbe molto più saggio se inquadrassimo con una cornice di eternità i nostri problemi, che sono quasi sempre effimeri e risolvibili, ma che non dovrebbero poterci togliere il senno e la misura!

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