Il compito che sento di dover svolgere all’interno della Chiesa

Il giorno dell’Ascensione, durante il sermone, ho invitato i fedeli che gremivano la mia povera chiesa a domandarsi, sulla scorta del fatto che Cristo ritornava al Padre perché aveva terminato la missione che gli aveva affidata, quale ritenessero la loro missione specifica in questo mondo. Spero che ognuna delle 250-270 persone presenti si sia posta la domanda e si sia data una risposta precisa, poi abbia verificato se il proprio comportamento era coerente ed in linea col proprio compito specifico.

E’ evidente che per fare questo discorso preciso agli altri, prima di tutto me lo ero proposto io stesso, e siccome comincio fino dai primi giorni della settimana a riflettere sulle tematiche che poi pongo ai fedeli, per tutta la settimana non ho fatto altro che meditare sul tema del brano del vangelo e in maniera particolare dell’omelia. La riflessione ha tenuto conto di tutto lo spettro della vita, ma soprattutto si è soffermata su un obiettivo ben preciso: “che compito sento di dover svolgere all’interno della Chiesa?” Mi pare abbastanza logico che un prete si ponga una domanda del genere, e non in termini generici, che sono abbastanza scontati ed universali.

La risposta s’è andata via via precisando, riducendosi a formula precisa, che credo potrei tradurre così: “sforzarmi di far scendere dall’altare, dall’acqua santa, dall’incenso e dai tanti riti la mia religione, perché si incarni, ossia diventi il respiro, la luce e il sangue del vivere quotidiano”. Di certo questo è un aspetto parziale, ma per un cristiano ed un prete quale sono io, non è certamente un aspetto da poco.

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