L’Italia, Gheddafi e i compromessi che non avremmo dovuto fare

E’ vero che se vogliamo dialogare, trovare un punto d’incontro, cercare soluzioni condivise, bisogna che scendiamo a qualche compromesso a livello di concretezza, questo però senza barare con la nostra coscienza, perdere la dignità personale per perseguire qualche vantaggio di ordine economico. Questo vale per le singole persone ma dovrebbe, anzi deve valere, anche per gli Stati.

Soltanto pochi mesi fa l’ultima visita in Italia di Gheddafi. E’ stato ricevuto con tutti gli onori con i quali solitamente si riceve il rappresentante di una nazione. Comunque c’è modo e modo nel trattare certi personaggi. Credo che tutti sapessero che quell’uomo era un despota, che non si rifaceva minimamente ai criteri della democrazia, neppure la più rozza ed elementare, nel governare i suoi sudditi.

Meglio di noi cittadini lo sapevano certamente i nostri governanti; nonostante ciò gli è stata permessa ogni stravaganza, comportamenti non solo istrionici, ma profondamente irrispettosi nei riguardi del nostro Paese e della dignità del nostro popolo.

E’ vero che l’Italia nel passato ha commesso delle colpe nei riguardi della dignità della sua gente, ha invaso la sua terra e l’ha governata nella maniera poco corretta come sempre i conquistatori usano nei riguardi dei vinti. Ma questo appartiene al passato. Se ci rifacciamo sempre alle colpe pregresse non sarebbe più finita!

I nostri capi si giustificarono nell’indicare i vantaggi economici che derivavano, sopportando tutte le stramberie e le smargiassate di quel despota. Purtroppo la ricchezza, l’economia, i vantaggi economici finiscono sempre col prevalere, costringendo così a scendere a compromessi umilianti.

Sarebbe ora che, con coraggio e forse anche con qualche sacrificio in più, ci abituassimo a vivere secondo le nostre possibilità reali, non pretendendo di condurre una vita al di sopra delle nostre possibilità.

Ancora bellissimi gesti di solidarietà per il Don Vecchi di Campalto

Per motivi di ordine pastorale ho conosciuto lo zio di un giovane parrocchiano di un tempo, molto fragile ed un po’ svitato, per il quale, per quanto abbia invocato l’aiuto del cielo e della terra per dargli una mano, mi beccai una diffida tramite un avvocato che mi invitava a non occuparmi della vita del suo protetto.

Dall’incontro casuale con questo signore, al quale avevo chiesto aiuto per aiutare il nipote e al quale era giunta, come a me, la diffida dell’avvocato, è nata, prima, una conoscenza superficiale, poi pian piano, un rapporto di stima e di amicizia.

Un giorno egli mi si presentò al “don Vecchi” per donarmi un bellissimo Cristo in terracotta; in seguito mi regalò pure un san Francesco ed infine, avendo sentito che io avrei sognato una Madonna in terracotta da porre all’ingresso del “don Vecchi” di Campalto, mi portò pure un bozzetto che si rifà ad opere del Medioevo, in cui si scorgono, sotto il mantello aperto, i fedeli in preghiera. Qualche giorno fa individuammo assieme la parete ove collocare questa terracotta grande due metri per un metro.

Sono stato assai felice nel vedere con quale entusiasmo questo artista, Enrico Da Venezia, ha offerto la sua collaborazione per rendere più signorile ed accogliente la nuova struttura per anziani. Come sono altresì felice perché la città mi pare sempre più coinvolta in questa avventura solidale; ne fanno testimonianza le offerte settimanali, i quadri e i mobili che ci giungono per arredare il “don Vecchi 4”.

La macchina della solidarietà è un po’ legnosa e pesante da mettersi in moto, ma se trova un volano che le faccia fare i primi giri, essa finisce per funzionare a tutto vapore.

Ringrazio il buon Dio per tutto ciò che mi ha donato!

Qualche settimana fa ho compiuto ottantadue anni. Per l’occasione avvertii la mia gente che avrei celebrato la messa di ringraziamento e, nel contempo, li invitai invece per “una spaghettata” un po’ goliardica.

Si presentarono in tanti per la messa e forse un po’ in più per la spaghettata!

In quell’occasione m’era dovere di fare un buon sermone; mi rifeci all’affermazione di Gesù: “chi lascia padre e madre, fratelli e sorelle, campi e quant’altro, riceverà il centuplo e la vita eterna”.

Per quanto riguarda la prima parte della promessa potevo garantire, per esperienza personale, che le cose vanno così ed in forza di questa parziale esperienza, penso che Gesù non venga meno neanche per la seconda parte, quella che riguarda la vita eterna.

Oggi mi pare che l’opinione pubblica, ed in particolare la nostra gente, non si interessi più di tanto al “mistero della vita del prete”, come è avvenuto nel passato, e di ciò fanno fede innumerevoli romanzi di ogni Paese. M’è parso però giusto confidare ai miei amici più cari che la mia vita è stata bella ed interessante, che ho fatto sempre quello che ritenevo giusto e doveroso, che ho sempre mantenuto la mia libertà di pensiero e di parola, ma soprattutto che mi sono sempre occupato degli uomini, che è la cosa più interessante di questo mondo! Ho continuato dicendo che non conosco preti che abbiano una vecchiaia più bella e interessante della mia, anche se vivo in un alloggio di 49 metri quadrati e sono impegnato da mattina a sera.

Inoltre penso che pochi preti siano circondati da tanta calda amicizia ed affetto quanto lo sono io. Per tale motivo ho invitato tutti ad aiutarmi a ringraziare il buon Dio.

Le opere dei volontari della fondazione sono una dimostrazione della loro Fede!

Il Signore m’ha benedetto mettendomi sempre accanto tanti e cari collaboratori.

Qualche settimana fa ho riflettuto e scritto sul grande e magnifico polo della solidarietà che in pochi anni è nato attorno al “don Vecchi” . Ogni giorno un’autentica marea di gente di “ogni razza e di ogni Paese” accorre al “don Vecchi” per trovare una risposta ai problemi suscitati dall’indigenza e dalla crisi economica, e spero che quasi sempre trovi una risposta concreta alle sue richieste.

Di sovente ho confessato pubblicamente che il Signore m’ha dato la grazia di innamorarmi dei miei amici collaboratori, per cui li trovo sempre persone care, belle, intelligenti e generose; avranno forse anche loro qualche difetto, ma per chi è innamorato anche i difetti appaiono come pregi,

Ho spesso scritto, spero con legittimo orgoglio, che ogni settimana l’associazione che si occupa del settore degli aiuti alimentari aiuta circa 2000-2500 persone ed ogni settimana dalle seicento alle settecento famiglie ricevono tutti i viveri che riusciamo a racimolare. In quella occasione dicevo che l’organizzazione dei volontari con mansioni specifiche e correlate col resto della struttura è talmente efficiente che mediamente veniva servita una persona al minuto nonostante la costrizione dello spazio estremamente angusto a disposizione.

Ogni volta che passo davanti alla fila dei richiedenti, mai superiore a dieci-dodici persone, ho modo di verificare con quale alacrità ognuno svolge il suo ruolo. L’armonia, l’efficienza e soprattutto la cordialità tra i volontari e verso i poveri, mi incantano e mi fanno felice.

Non so se i miei volontari dicono le preghiere tutte le sere, non so neppure se vadano sempre a messa la domenica o se si richiamino ad una visione soprannaturale del povero, vedendo in lui le sembianze di Cristo, ma credo come san Giacomo, che le loro opere testifichino la loro fede.

Verso nuove forme di distribuzione de “L’Incontro”

In quest’ultimo tempo, prendendo spunto dalle insorgenti difficoltà di piazzare “L’incontro” nelle bacheche delle chiese della città – difficoltà dovute a motivi inconfessati, ma che di certo si rifanno ad una malcelata gelosia – stiamo mettendo a punto un progetto mirato a creare stazioni differenti per la distribuzione del periodico.

Le parrocchie spesso s’accorgono che mentre “L’incontro”, nonostante se ne aumenti costantemente la tiratura, continua letteralmente a “sparire” dai tavoli posti in fondo alle varie chiese, altri periodici non hanno lo stesso successo.

A qualcuno forse è parso che la concorrenza de “L’incontro” determini questo deludente fenomeno. Noi, evidentemente, siamo di diverso parere, ma da un lato per non creare “guerre di religione” – cosa quanto mai lontana dalle nostre logiche – e dall’altro lato per essere maggiormente coerenti con le nostre convinzioni, pensiamo di assumere “in toto” la dottrina di Paolo nei riguardi degli altri apostoli: “Voi curate pure le pecore d’Israele, mentre noi scegliamo di evangelizzare i gentili”. Traducendo in chiaro: lasciamo pure che i parroci continuino ad occuparsi dell’ormai piccola minoranza dei fedeli praticanti, mentre noi de “L’incontro” punteremo sempre più a rivolgerci ai cosiddetti “lontani”, ossia ai battezzati che, per i motivi più diversi, frequentano purtroppo poco le parrocchie.

Abbiamo affidato ad un giovane manager il compito di portare avanti il progetto e perciò d’ora in poi tenteremo di diffondere il periodico soprattutto nelle banche, nei bar, nelle pasticcerie, negli ipermercati, negli ospedali, negli ambulatori, ossia nei moderni “templi” frequentati dall’uomo di oggi.

Partendo da questa dottrina inviteremo sempre più frequentemente e con più insistenza i nostri affezionati lettori, che contiamo oggi sui dieci-quindicimila, a recapitare “L’incontro” nei negozi che essi frequentano, nei condomini o comunque ove vivono la loro vita.

Ci auguriamo che questa filosofia ci renda più facile il rapporto con le parrocchie, ma soprattutto che ci leggano quelli che non hanno dimestichezza con “la buona stampa”.

Una bella notizia: il Veneto non taglia sulla sicurezza sociale!

Sul “Gazzettino”, che scorro molto rapidamente di primo mattino dopo le preghiere con cui apro la mia giornata, non mi capita, purtroppo, di leggere di frequente qualche buona notizia. Però, qualche giorno fa, dopo il titolo in cui si annunciava che, pur con tanta fatica, s’era finalmente approvato il bilancio preventivo della Regione, ho letto con estremo piacere, che all’assessorato alla sicurezza sociale, non solamente non s’erano apportati gli ormai consueti tagli, ma anzi s’erano stanziati sedici milioni in più dello scorso anno.

L’assessore Sernagiotto, titolare di questo assessorato, evidentemente aveva perorato con passione la “causa dei poveri”, tanto da convincere i colleghi ad aumentare il budget, nonostante i tagli causati dalla crisi ed apportati in quasi tutte le voci di spesa della Regione.

La notizia m’ha fatto tanto piacere almeno per tre motivi.

Primo: fa sempre onore che un cattolico, che si dichiara pubblicamente tale – infatti Sernagiotto è dell’U.D.C. – si batta per i poveri. Secondo: perché i servizi sociali verso le classi più povere, che subiscono pesantemente i contraccolpi della crisi, non saranno ulteriormente penalizzati, anzi avranno delle risposte, seppur leggermente, positive. Terzo: perché, in qualità di presidente della Fondazione del “don Vecchi”, credo d’avere una apertura di credito nei riguardi di questo assessore, promessa a cui non intendo per alcun motivo rinunciare.

Sernagiotto, venendo al “don Vecchi” e scoprendola felicemente come struttura assolutamente innovativa nel campo della residenzialità, mi ha pubblicamente promesso di rivedere ed emendare la rozza scheda SVAMA per variegare il tipo di assistenza all’anziano, in maniera da non confinare nelle case di riposo gli anziani che hanno ancora qualche residua autonomia e da contrastare il business delle case di riposo per non autosufficienti verso cui si sono dirette le attenzioni di certi grossi operatori economici senza troppi scrupoli e certi enti pubblici dalla gestione estremamente onerosa.

In quell’occasione ho offerto la disponibilità della Fondazione a porre in atto un progetto pilota su cui poi regolare le future norme sull’assistenza dell’anziano. Ora che mi s’è offerta un’occasione così lusinghiera di certo non mollerò la preda!

Accuse di un sabato sera

Avevo appena terminato la messa prefestiva al “don Vecchi” e m’ero ritirato “in casa” dopo una giornata faticosa per impegni e discorsi. Speravo di potermi togliere le scarpe, cenare alla buona, per la qualità e la quantità del cibo, controllato severamente dalla “mia assistente sanitaria” preoccupata per il potassio, il colesterolo, la pressione, la gotta e per tutto il ricettario medico. Sennonché una suonata decisa del campanello, mi fece presagire una visita insolita perché al “don Vecchi” è “soft” perfino la premuta del campanello.

Si presentò una coppia: prima ancora che aprissero bocca, capii immediatamente che cosa volevano (purtroppo le barriere di protezione al “don Vecchi” sono assai fragili, per cui “l’assalto dei pirati” è sempre possibile). Mi chiesero un lavoro alle otto di sera di giorno di sabato, poi mi dissero che dormivano in un furgoncino al freddo ed erano perfino senza benzina.

Io tentai di dir loro che ci sono enti religiosi e civili preposti a queste cose, che io ero un vecchio prete ormai in pensione, che per quel che potevo mi occupavo di anziani poveri, che ero impegnato fino al collo per i sessantaquattro appartamentini del “don Vecchi” di Campalto e perciò destinavo ogni mia risorsa a quello scopo. Poi, ricordandomi di quello che mi disse un tempo una “piccola sorella di Gesù”, che un gesto di attenzione in ogni caso non fa mai male, dopo aver loro indicato quegli enti – che, compresi, loro conoscevano meglio di me – diedi loro cinque euro: certamente poco, ma erano degli sconosciuti mandati al “don Vecchi” da persone che, non sapendo come liberarsi, pensano che io sia giunto alla possibilità di far miracoli, pur godendo di una pensione di 756 euro mensili!

Lui li prese prontamente, ma lungo il tragitto per accompagnarli alla porta “apriti cielo!”, lei mi insultò sferzante e volgare, dicendo che noi preti ci approfittiamo dei poveri, che non aiutiamo la gente e soprattutto ha affermato che sarebbe andata al Gazzettino per denunciare queste malefatte.

Pensavo che l’aver scelto di vivere come i vecchi poveri, di impegnarmi ed espormi a rischi per offrire ad essi un tetto sicuro e possibile, mi liberasse da queste accuse. Invece no. Poi pensai a Cristo che visse “facendo del bene” e finì in croce. Mi rasserenai e chiusi in pace la giornata.

Cesarino Gardellin, un uomo che merita la stima di tutti!

Qualche giorno fa ho ricevuto una telefonata di un mio vecchio amico che mi ricordava che era tempo di cominciare a darsi da fare per ottenere il cinque per mille.

La voce di Cesarino era affannata e discontinua; purtroppo uno dei morbi, oggi tanto diffusi, ha fiaccato la forte tempra di questo combattente indomito su tutti i fronti. Però, pur attraverso quella povera voce incerta e stonata, m’è giunto il messaggio di un uomo che “ha dato tutto di sé” per gli altri e continua a farlo come gli è ancora possibile.

Cesarino è stato un bell’uomo, ricco di fascino e di una sottile ironia – o forse sarebbe meglio definirlo “humour” – per cui rendeva interessante ogni suo intervento. Parlava bene e scriveva ancor meglio. I libri sulla “sua guerra”, gli articoli sulla stampa cittadina e soprattutto sui periodici della nostra parrocchia, erano sempre brillanti, soffusi di sentimento e pieni di battute frizzanti, per cui si lasciava leggere con vero gusto.

Ma il capolavoro di Cesarino è stato il suo impegno per creare la cultura della donazione degli organi. Egli ha condotto avanti questa campagna assieme al professor Rama, al dottor Zambon, ad una schiera numerosissima di collaboratori ed aderenti che si lasciavano trascinare dall’entusiasmo e dalla generosità di questo concittadino sempre schierato a favore del prossimo.

Le iniziative di questo apripista della donazione sono state infinite e sempre positive: conferenze nelle scuole, la giornata del donatore, le targhe da apporre sulle tombe dei donatori, convegni, articoli e dibattiti, il periodico stampato in venti-trentamila copie.

Ora uno va in ospedale e riceve il trapianto della cornea come sia la cosa più scontata e tranquilla, ma pochi sanno quanto sia costata un tempo, in lotte e sacrifici, la legge che la supporta.

Cesarino è ora quasi invalido, non esce più di casa, non scrive, parla poco e male, comunque è rimasto un combattente indomito, tanto da ricordare al suo vecchio parroco, acciaccato pure lui, di non perdere l’occasione del cinque per mille.

Cesarino Gardellin non merita una rotonda o una strada a suo nome, ma l’ammirazione, la stima e l’affetto dell’intera città.

Donare è segno di amicizia e di calda solidarietà, meglio farlo ora!

Un paio di volte mi è giunta voce che qualcuno mi ha criticato perché chiedo di sovente aiuto ai concittadini per poter realizzare strutture e servizi per i poveri e perché suggerisco con una certa insistenza, a chi non ha parenti diretti o in difficoltà, di ricordarsi nel testamento di lasciare in eredità tutti, o in parte, i loro averi per enti, quale la Fondazione Carpinetum, che sono impegnati nella solidarietà.

Queste critiche mi spiacciono, mi addolorano, ma non mi fermano nei miei propositi. La carità per me non può e non deve esaurirsi in una predica dal pulpito, in un proclama di partito o una pia aspirazione, ma deve concretarsi in scelte precise ed efficaci.

Monsignor Vecchi, quando qualcuno gli faceva le stesse critiche, che oggi fanno a me, rispondeva sicuro: «Le persone alle quali rivolgo i miei appelli devono essermi riconoscenti e ringraziarmi perché le aiuto ad essere più nobili e più felici, ed in aggiunta li metto nella condizione di assicurarsi un posto in cielo!». Io la penso alla stessa maniera. Aggiungo che questo comportamento è lodevole, ma è ancora più lodevole e degno di ammirazione chi riesce a far del bene non dopo la morte – cosa che non costa niente – ma aiuta il suo prossimo mentre è vivo e lo fa pure con certo sacrificio e non donando soldi che gli sono superflui.

Mi hanno raccontato di un prete veneziano, colto ed amante dei libri, tanto da avere una splendida biblioteca personale, che ad un certo momento della sua vita ha cominciato a donare a destra e a manca i suoi volumi quanto mai preziosi. A chi gli chiese stupito “Come mai ti disfi di volumi che hai acquistato con sacrifici e che dici di amare tanto?” rispose: «Ora, quando dono un volume, dal quale prima o poi dovrò disfarmi, diventa un gesto di amicizia e di simpatia, perché è una mia scelta, mentre quello che resterà dopo la mia morte in ogni caso dovrà esser dato a qualcuno e perciò io non ne avrei merito alcuno, né potrei dimostrare affetto ed amicizia alle persone che mi vogliono bene».

Bello, nobile e giusto lasciare in testamento tutti o parte dei propri beni ai poveri, ma ancora molto più bello, più nobile e più giusto farlo in vita, perché così questo dono diventa segno di amicizia e di calda solidarietà.

Da vecchi si capisce che manca il tempo per vedere maturare le sementi gettate ora

Provo una strana sensazione nell’impegnarmi e nel lavorare per certe realtà che quasi certamente non avrò la possibilità e il tempo di vedere realizzate. Queste sensazioni non si possono provare se non quando si è vecchi. Però confesso che provo un po’ di malinconia nell’avvertire che non vedrò i fiori e soprattutto i frutti di certe “sementi” che ora con fatica e sacrifici sto buttando nel solco della vita.

All’ingresso del “don Vecchi” ho affisso alla parete un motto da cui vado ad attingere forza e coraggio quando la malinconia mi assale pensando che non avrò tempo per vedere realizzato il progetto sognato. Il motto, scritto su piccole tessere vitree di mosaico verdi e celesti, recita coraggioso: “In spem contra spem” (nella speranza contro ogni speranza). Talvolta mi sembra di essere nei panni di Mosè, il valoroso condottiero che, tra mille vicissitudini, condusse il suo popolo verso la Terra promessa e che dovette accontentarsi di vederla di lontano, sapendo di non riuscire a mettere piede in quella terra benedetta, nei fiumi della quale scorrevano “latte e miele”!

In questi giorni ho provato più acuto di sempre questo sentimento in due occasioni tanto diverse, ma legate da un seppur breve denominatore comune. Una cara signora mi ha offerto una dozzina di virgulti di palma. Ho fatto fare un’aiola circolare nel prato del parco del “don Vecchi” e piantare queste tenere pianticelle che ora ondeggiano al vento. Guardandole mi viene da sognare un bellissimo palmeto verde, ma so che non avrò certamente tempo di vederlo.

Un secondo evento molto più importante: sto aspettando, quasi con stizza per la lentezza, che la Regione approvi il bilancio, perché solo allora avrò modo di studiare con i dirigenti dell’assessore alle politiche sociali, Sernagiotto, un progetto pilota per accogliere, da “cittadini a tutto titolo”, anziani in perdita di autonomia”. Questo progetto mi affascina perché sono convinto che offrirà dignità ed ulteriore autonomia a persone che vivono l’avanzato tramonto della loro vita. Sono però certo che davanti a me non ci sono anni sufficienti perché questo progetto utile, ma anche ambizioso ed impegnativo, possa realizzarsi; non per questo voglio starmene con le mani in mano, sono invece determinato a lottare fino alla fine perché altri possano raccoglierne i frutti.

“L’apostolato per i gentili”

Le mie “strategie” pastorali si sono sempre rifatte alla “dottrina” dell’attacco, piuttosto che della difesa. Ho sempre ammirato i cristiani che, consapevoli di avere un messaggio quanto mai valido, si sono impegnati “a tempo e fuori tempo”, come afferma san Paolo, per donare ai fratelli la realtà più preziosa che avevano: il Vangelo, la lettura della vita fatta da Cristo.

Come confesso che mi hanno provocato sempre un senso di miseria quei credenti che si barricano dentro le parrocchie, in atteggiamento di difesa da non so quale “nemico” e passano la vita in interminabili discussioni tra di loro sul “sesso degli angeli”.

Io sono della scuola di san Paolo, che quando si trattò di dividersi il “campo di lavoro” disse a Pietro: «Voi occupatevi pure delle `pecore’ d’Israele, mentre io mi impegno a favore dei “gentili”, termine che oggi corrisponde ai cosiddetti “lontani”. Ma prima di san Paolo, lo stesso Gesù aveva affermato in maniera esplicita: «Il medico è fatto per gli ammalati, non per i sani», «Io sono venuto non per i giusti, ma per i peccatori!»

Debbo anche aggiungere che non mi sono mai rassegnato al pensiero che chi non osserva tutte le regole canoniche sia un “perduto” per sempre. Queste persone che “soffrono l’odore delle candele” non credo proprio che li dobbiamo pensare come ex cristiani, o cristiani irrecuperabili.

Ricordo un vecchio parroco di San Pietro di Murano, che durante un’assemblea di preti in cui si discuteva di queste cose, s’alzò e affermò con forza: «Questa gente che voi considerate lontani ha ancora la “grazia santificante” ricevuta col battesimo!» In merito a questi discorsi io ogni giorno di più scelgo sempre più convinto e sempre con più decisione “l’apostolato per i gentili”. Ai cosiddetti “lontani” dedicherò le forze residue per aiutarli a sentirsi, pure loro, amati dal Signore e per aiutarli ad essere coscienti che ci sono mille altri modi, fuori da quelli canonici, per amare e servire il buon Dio».  L’impegno sociale, l’autenticità, il perseguire la libertà e la verità ad ogni costo, l’amore alla giustizia e alla pace, penso che siano le “preghiere” certamente preferite dal buon Dio, che ha fatto dire a suo Figlio: «Non chi dice Signore Signore entrerà nel Regno, ma chi fa la volontà del Padre mio!».

Il Consiglio di amministrazione della Fondazione Carpinetum, un esempio per tutti

A settembre terminerà il suo compito il Consiglio di amministrazione che in questi ultimi cinque anni ha diretto i centri “don Vecchi”.

Il Consiglio della Fondazione Carpinetum è composto da cinque membri, tre di elezione da parte della parrocchia di Carpenedo e due da parte del Patriarcato. Per un gesto squisito di gentilezza sia la parrocchia che la diocesi hanno permesso che fossi io a designarli. Ho chiesto a persone capaci, oneste e generose di aiutarmi in questa fase d’inizio un po’ incerta e difficile della Fondazione appena costituita. La risposta è giunta pronta e generosa, nonostante ognuna di loro avesse impegni pressanti a livello professionale.

Il Consiglio ha lavorato non bene ma benissimo, mai un diverbio, mai un contrasto; ognuno, seppure di età e di impegno civile diverso, ha dato il meglio di sé con generosità, discrezione e saggezza.

La consapevolezza di adempiere un servizio verso persone anziane, bisognose ed indifese, ha prevalso in qualsiasi problema da affrontare. In cinque anni si è aperto il Centro di Marghera con i suoi 57 alloggi e la sua direzione quanto mai valida ed efficiente, si sono acquisiti diecimila metri quadri di terreno a Campalto e, prima della fine del mandato, saranno inaugurati altri 64 alloggi con una direzione già pronta a prendere le redini.

Nel contempo questo Consiglio s’è adoperato a sviluppare “il grande polo” di solidarietà cresciuto all’ombra della sede del “don Vecchi” di Carpenedo e che attualmente rappresenta il più consistente, il più moderno ed efficiente centro di solidarietà operante a Mestre e nel Patriarcato.

Ancora suddetto Consiglio ha già messo le premesse per una esperienza pilota, assolutamente innovativa nei riguardi degli anziani in perdita di autonomia.

Credo che se al Parlamento e al Governo si lavorasse in maniera così responsabile e disinteressata, le cose nel nostro Paese andrebbero infinitamente meglio. E allora “se non adesso quando?”. Credo che lo slogan delle donne potrebbe essere adoperato meglio, partendo da queste premesse e indirizzato a questi ideali.

La visita del Papa a Venezia

Il fatto che il Papa venga a Venezia mi fa molto felice, come credo che faccia felici tutti coloro che credono, per fede, che egli è il successore degli apostoli. L’apparato ecclesiastico sta facendo grandi preparativi per accoglierlo come si conviene. A questa gioia delle genti venete per la venuta del vicario di Cristo, secondo me si aggiunge anche molta “tenerezza” (mi si perdoni il termine che non vuol essere minimamente irrispettoso, ma vuole esprimere tutta la mia comprensione nel vederlo così fragile, indifeso e smarrito).

Il Papa, mi pare, abbia un paio di anni più di me e perciò posso ben comprendere il costo “delle chiavi così pesanti” e la fatica di tenere il timone della barca di Pietro in un mare per nulla tranquillo.

Qualche giorno fa leggevo, negli Atti degli Apostoli, l’attesa trepida con cui la prima comunità cristiana di Roma aspettò il vecchio apostolo Giovanni e l’emozione profonda con cui ha ascoltato la sua parola: “Figlioli, vogliatevi bene!” e poi ancora “Amatevi gli uni gli altri!” Spero che le nostre comunità e chi le guida non facciano di questo evento un qualcosa di portentoso, un qualcosa da cui possa derivare un non so qual miracolo di rinnovamento. Le parole che mi attendo dalle labbra e dal cuore di Papa Benedetto sono queste antiche e stupende parole che sono sempre nuove e sempre belle perché sono la vera ricchezza della nostra Chiesa.

Anche noi del “don Vecchi” abbiamo dato con prontezza e con letizia il nostro piccolo contributo per la festa della venuta del Papa tra noi, ma soprattutto gli doneremo idealmente i nuovi alloggi per gli anziani poveri della nostra città. Siamo certi, che lo venga a sapere o meno, che questo sarà il dono più gradito ed apprezzato dal Santo Padre, dono che ricompenserà la sua fatica e che farà felice il suo cuore di padre.

Una protesta che mi ha lasciato perplesso

L’oceanica accolta di donne che si sono recentemente riunite a Roma all’insegna del grido di guerra santa “Se non ora quando mai?” nella cornice variopinta e notevolmente goliardica – per non usare termini che sappiano di provocazione – mi aveva un po’ stordito e disorientato. Dopo gli ottantottani è tanto facile che questo avvenga di fronte ad eventi mai conosciuti durante tanti anni di vita, quindi credo che non ci sia da meravigliarsi della mia perplessità nel valutare questa enorme assemblea di donne.

Il fatto poi che i giornali, ma mi pare anche le protagoniste stesse, abbiano detto, per dritto e rovescio, che il tutto voleva bollare l’immoralità di Berlusconi e non nascondevano troppo che intendevano dare una spallata al governo per mandarlo a casa, mi aveva reso ancora più perplesso, tanto da costringermi a rimuginare questo fatto epocale. Infatti da un lato non capivo perché queste donne protestassero contro il libertinaggio di Berlusconi e, almeno contemporaneamente, non bollassero d’infamia, come si sarebbe dovuto, quelle altre donne che liberamente s’erano prestate a questo mercimonio e tutte le altre che per desiderio di lucro o di notorietà si prestano ad essere esche piuttosto che persone consce della loro dignità e non le chiamassero con i vocaboli che una lunghissima tradizione ha coniato per le donne che si prestano a queste indecenze!

Mi spiace per la suora e per chi s’è lasciato trascinare dalla “moda del momento” ma un po’ di onestà e di buon senso non fa male!

Quando ero ragazzino ho sentito più volte da delle donne adulte e perbene dire che “l’uomo è cacciatore”, ma non per questo penso che esse, almeno quelle che io conoscevo, si facessero beccare! A parer mio, prete che confessa da più di cinquant’anni, Berlusconi e la sua congrega sono peccatori, ma lo è altrettanto chi ha frequentato le sue ville. Dall’altro lato mi pare di ricordare i discorsi di certe donne femministe sul diritto di disporre a piacimento del proprio corpo, i discorsi sulla pillola, i discorsi sull’aborto e i discorsi a tutto campo delle femministe radicali, e allora mi pare di comprendere che l’immoralità e l’abiezione è un seme sparso in maniera sovrabbondante anche dalle stesse donne ed ora è cresciuto il fiore del male.

Ho l’impressione che anche in tutto questo ci sia molta di quell’ipocrisia che oggi impera sovrana.

Quanti manigoldi al mondo!

Io credo di non essere un buon parlatore, anzi mi reputo introverso e fin troppo riservato, ma mi riconosco la dote di saper ascoltare, per cui ricevo abbastanza frequentemente le confidenze personali anche della gente che incontro occasionalmente.

Spesso, venendo a contatto con questo vecchio prete, che tutti istintivamente chiamano “padre”, vengono a galla i piccoli drammi quotidiani, le angustie e le frustrazioni proprie di chi è dipendente.

Ad esempio quelle degli autisti delle imprese di pompe funebri, che mi accompagnano nei vari ospedali cittadini per l’ultima benedizione, prima che il legno copra per sempre il volto dei nostri cari defunti; pur non essendo essi miei amici, molto di frequente mi parlano delle loro cose.

Qualche giorno fa mi accompagnava all’Ospedale dell’Angelo un dipendente di una delle ventine di imprese di pompe funebri operanti a Mestre e nell’interland. E’ un “ragazzo” che conosco da tanti anni, lo reputo intelligente, onesto, serio lavoratore, uno che fa il suo mestiere con buona volontà e serietà. Quella mattina era un po’ rabbuiato perché un suo capo, che di certo non è né “signore” né corretto, ad una sua osservazione, pur pacata e rispettosa, l’aveva apostrofato con una frase irrispettosa ed incivile “Taci, operaio da mille euro al mese!”

Sto male, molto male, quando incontro tale arroganza! C’è ancora una vasta fascia di società che valuta gli uomini dallo stipendio che percepiscono e dal lavoro che fanno e non sanno neppure cosa significhi “persona”.

Noi abbiamo eminenti manigoldi che siedono in Parlamento, in banche importanti, in imprese ed istituti pubblici, che sono pagati con un sacco di quattrini però rimangono autentici manigoldi.

Speravo, prima di morire, di vedere un mondo in cui le persone siano valutate per quello che sono e non per quello che fanno o, peggio ancora, per quello che percepiscono!