La violenza nelle rivolte di questi mesi

Non so chi abbia inventato l’affermazione che il mondo è ormai un “villaggio globale”, ossia una realtà tanto vicina ed intima per cui veniamo a conoscenza un po’ di tutto e siamo coinvolti in ogni vicenda. I mezzi di comunicazione di massa rendono ogni giorno più reale tutto questo. Tragico perciò rimane il fatto che stampa, televisione ed internet siano contrassegnati dal “peccato originale” di essere più sensibili agli aspetti crudi ed amari della realtà e meno propensi a proporre ciò che c’è di più propositivo.

In queste ultime settimane alla ribalta dell’informazione campeggiano le rivolte, a domino, dei Paesi della costa settentrionale dell’Africa.

Le varie rivoluzioni che si stanno susseguendo a ritmo incalzante sono ormai le protagoniste in assoluto della televisione e della stampa di tutto il mondo. Con modalità diverse, con più o meno violenza, queste rivoluzioni, a carattere popolare, stanno mettendo sotto gli occhi di tutti il marcio che stava sotto a regimi che, fino all’altro ieri, si presentavano con un certo perbenismo.

Pare che l’allargarsi di queste rivoluzioni di piazza stiano però caratterizzandosi con un crescendo di violenza e di sangue.

Inizialmente avevo sperato che la gente dei vari Paesi si rifacesse alla “non violenza” di Gandhi o di Martin Luther King e che finalmente i popoli avessero imparato la lezione stupenda di questi grandi testimoni del nostro tempo i quali, pur pagando con la vita la loro dottrina, hanno insegnato che con la resistenza passiva si ottengono risultati migliori che non con l’uso della forza. Ora però temo che “l’uomo delle caverne” finisca per prevalere e si affidi alla violenza innescando quella catena di sangue e di odio che finisce per sporcare anche la sola “guerra” degna di essere combattuta, che è quella della libertà!

Il Vangelo deve essere messo in pratica!

Qualche domenica fa il mio sermone dovette incorniciare uno degli aspetti che caratterizzano il discorso cristiano e che ne sono la componente essenziale: il discorso di Gesù sull’amore e sulla solidarietà.

Cristo è categorico e netto, pare che non sia disposto a concedere deroghe o interpretazioni riduttive: “E’ stato detto … ma io non vi dico!” e poi snocciola una casistica che si rifà ad esempi concreti: “Se uno ti percuote sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, se uno ti chiede il mantello tu mettigli a disposizione anche la tunica, se uno ti chiede di accompagnarlo per un chilometro, tu stagli accanto per due, se uno ti chiede un prestito tu non voltargli le spalle!”

Credo che questo sia veramente il “manifesto” dell’utopia cristiana, la bandiera al vento della rivoluzione cristiana, rivoluzione radicale che sovverte il disordine costituito e che non fa sconti a nessuno. Ma l'”amen” di questo discorso, che mozza il fiato, arriva quando Gesù conclude: “Se appressandoti all’altare per fare l’offerta ti ricordi che un fratello ha qualcosa nei tuoi riguardi, lascia l’offerta e, prima, va a riconciliarti con lui”.

Fu, il mio, un sermone particolarmente deciso, tanto che quasi dovetti prendere la rincorsa per pronunciare queste parole così roventi, che mi penetravano nella carne come spade affilate, così da sembrarmi d’essere come quella immagine, in verità un po’ spagnolesca, della Madonna col cuore trafitto da sette spade.

Finita la messa, venne in sagrestia una giovane donna a dirmi, quasi preoccupata: «Don Armando, ho avuto il timore che, terminata la sua predica, fossimo tutti spinti a prendere la via della porta!» E’ vero! Noi abbiamo fatto ormai orecchio alle parole del Vangelo, ma non possiamo continuare a farlo perché, o tentiamo di mettere in pratica ciò che Cristo ci dice, altrimenti è meglio che ce ne stiamo a casa a fare un pisolino!

La ricetta per il vero benessere

Non è certamente una novità del nostro tempo, comunque pare che una delle preoccupazioni della gente dei nostri giorni sia quella dello star bene, anzi dello star sempre meglio. Il benessere, perseguito talvolta perfino in maniera esasperata e maniacale, è sempre relativo ad ogni fascia sociale, per cui i benestanti, che dovrebbero essere quelli meno impegnati a star bene, perché lo stanno già anche troppo, sono invece quelli più avidi di crescita economica e finiscono quindi per accaparrarsi la fetta preponderante della ricchezza presente nella società e a ridurre così la disponibilità per le classi con minor reddito.

Il problema di creare una società più giusta rimane come un obiettivo primario da perseguire con ogni mezzo, però se tutti, indipendentemente dal reddito, non cambiamo mentalità, il problema rimarrà sempre aperto ed irrisolto. Per questo motivo l’invito di Cristo alla conversione rimane l’unico modo per risolvere alla radice ogni problema, anche di ordine sociale.

La proposta cristiana non è marginale come molti sono convinti, e meno che meno è una proposta per il dopo vita, ma rimane la più saggia ed è la più efficace anche per la società attuale.

Il Manzoni che, a suo modo, è stato anche un sociologo quanto mai valido, autore di quel volume che prima di essere un romanzo di altissimo livello culturale, è un catechismo che espone, in maniera suadente ed efficace la dottrina cristiana, alla fine dei “Promessi sposi” afferma, a proposito di questa avidità insaziabile ed irrazionale: “Si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene, e così si finirebbe a star meglio!”

Gesù, da vero maestro, ci offre quindi una medicina apparentemente “amara”, ma che ci guarirebbe da un male subdolo ed infamante se la prendessimo più frequentemente.

“Amate anche i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”

Don Roberto, il più piccolo dei sette fratelli della mia famiglia, da vent’anni fa il parroco a Chirignago. Non ci assomigliamo molto, perché quanto io sono solitario ed introverso, tanto lui è vivace e aperto. L’unico denominatore comune è forse l’impegno, il darci senza misura, il dire pane al pane e non accettare compromessi con la nostra coscienza per la carriera.

Io ammiro e invidio alcune doti che credo don Roberto abbia in abbondanza e di cui invece io scarseggio. Non mi lamento però e mi accetto come sono, compresi i miei limiti, perché sono convinto che “il Signore ha fatto bene ogni cosa” e che il colore e la forma dei miliardi di tessere delle quali è composta l’umanità sono creati per far emergere il meraviglioso disegno di Dio, per cui è bene che ognuno si accetti com’è ed esprima al meglio le sue qualità, certo che esse sono importanti quanto le qualità degli altri, per realizzare una società serena e propositiva.

Don Roberto parla molto bene e scrive ancor meglio, ha una straordinaria capacità di essere conciso, immediato e concreto, per cui si legge molto volentieri e con molto interesse quanto scrive. “Gente Veneta”, il settimanale della diocesi, quando è a corto di commentatori del Vangelo della domenica, ricorre molto volentieri a lui. Io lo leggo spesso e sono edificato dai commenti di mio fratello.

Qualche settimana fa sono stato colpito da una “confidenza” che egli ha riportato sul giornale, in merito al monito di Gesù: “Ma io vi dico: amate anche i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”.

Don Roberto scrive:
«Andavo a trovare il vecchio Patriarca Marco già in pensione, alcuni anni fa. Per strada avevo trovato un parrocchiano che con la Caritas parrocchiale avevamo aiutato con tantissimo denaro perché non perdesse la casa. E, lo confesso, avevo sperato che per gratitudine avrebbe ricominciato a frequentare la Chiesa. Niente. Il Patriarca, a cui dicevo la mia rabbia, mi rispose con una sapienza che ancora mi risuona nelle orecchie: noi dobbiamo solo fare come il Padre che manda il suo sole per i giusti e per gli ingiusti, e con la pioggia fa altrettanto. Il resto non è più affar nostro. Aveva ragione. Ragionava come Gesù».

Le parole del vecchio Patriarca hanno aiutato anche me, che dovrei essere più saggio e più santo di mio fratello perché sono più vecchio di vent’anni; quelle sagge e sante parole m’hanno aiutato a perdonare, compatire e pregare per una mia coinquilina del “don Vecchi” la quale, pur dovendo sapere quanti sacrifici m’è costata questa struttura, qualche tempo fa, in occasione della visita e “benedizione delle case” del don Vecchi, mi ha rifiutato. Ora, ogni sera, c’è una preghiera anche per chi m’ha “sbattuto la porta in faccia”.

Suor Maria Luisa Cicogna

Lina è stata per anni la mia carissima e dolce direttrice de “Il Germoglio”, il famoso centro polifunzionale per l’infanzia. Mille volte mi ha fatto sognare per il suo popolo meraviglioso di bimbetti con le magliette rosse e le “salopettes” grigie alla Geppetto, e mi ha reso orgoglioso per questa soluzione d’avanguardia nel campo dell’infanzia. Poco tempo fa la signora Lina mi ha riferito della morte della sua insegnante, suor Maria Luisa Cicogna.

Suor Maria Luisa è stata una canossiana che ho incontrato durante la mia vita in parrocchia e che, mossa da uno zelo straripante, per molti anni si è offerta di fare catechismo alle elementari e di visitare gli ammalati. Era una donna a modo suo eccezionale, entusiasta, capace di affascinare anche i ragazzini più scatenati, di parlare loro di Gesù ed entusiasmarli tanto che perfino ambivano di andare al suo catechismo.

Suor Maria Luisa era nata nei primi decenni del Novecento, ma il suo cuore e il suo modo di vivere faceva certamente parte dell’avanzato terzo millennio. Era una suora libera, dalla vita un po’ zingaresca; aveva appuntamenti con le persone più disparate, aperta al dialogo e ricca di calore umano.

E’ stata certamente brava a vivere fino a novant’anni in convento e morire ancora in una comunità religiosa. Credo che debba essere stata una spina nel fianco della sua comunità in cui, quasi sempre, le “sante regole” sembrano fatte per appiattire la personalità e mortificare e sgorbiare l’estro che Dio manifesta nel creare l’individualità e l’unicità di ogni sua creatura. Penso però che, pur con qualche disagio e con sofferenza, né regole, né superiore siano riuscite a snaturare una personalità così originale e così ricca qual’è stata quella di suor Maria Luisa.

Questa sera ho detto messa per lei, o meglio l’ho ringraziata per quello che è stata e soprattutto l’ho pregata di chiedere al buon Dio che la faccia sostituire con una suora che le assomigli.

Ogni comunità religiosa, piccola o grande che sia, avrebbe bisogno di quel lievito e di quello spirito di libertà dei quali suor Maria Luisa era tanto, o fin troppo, ricca.

Il concerto degli uccellini, un inno alla vita e alla sua primavera!

Al “don Vecchi” ci sono anche delle soluzioni architettoniche felici, ma altre lasciano proprio a desiderare. Sono intervenuto più volte, durante questi ultimi anni, per rimediare o talvolta per mascherare qualche sgorbio che non riuscivo proprio a tollerare. Il mio senso estetico non mi permette proprio di sopportare per lungo tempo qualcosa che risulta sgradevole al mio sguardo.

La custodia delle biciclette, che poi non ha mai preteso di essere un’opera d’arte, era uno di quegli angoli sull’ingresso che mi faceva “soffrire” da un punto di vista estetico. Finalmente, con la consulenza e l’aiuto di qualche amico, sono riuscito a mascherare il lato principale con dei gelsomini rampicanti, il retro con una barriera di oleandri.

La vicinanza degli alberi del parco e il selciato, su cui spesso si trovano i frammenti di pane che escono dalla cucina, ne fanno un luogo ideale per gli uccellini. Questo pomeriggio, di ritorno dalla messa celebrata in cimitero, sono stato attratto da un concertino eseguito da un gruppetto di uccelli. Ho avuto un tuffo al cuore perché suonavano un pezzo allegro di musica da primavera! Un cinguettio vivace, suonato su tutte le corde del pentagramma, diretto da un maestro certamente brioso, m’ha fatto capire che è ormai aperta la loro stagione musicale.

Mi sono ricordato immediatamente le osservazioni di Gesù: «Guardate gli uccelli dell’aria, non seminano, non hanno granai, ma cantano felici alla vita». Se al mondo non potessi contemplare altro di bello, se non la danza classica degli uccelli in cielo e le loro corali fresche e melodiose esse sarebbero più che sufficienti per lodare e ringraziare il Signore per la vita.

I politici sono l’espressione della società, non viceversa

Ogni tanto mi viene in mente un’affermazione di monsignor Vecchi che diceva a noi suoi buoni collaboratori: «Non esiste un uomo che possa determinare una situazione sociale positiva o negativa, ma al contrario è una cultura, un modo di pensare diffuso che esprime il “leader” che prende in mano la situazione e che la governa!»

A quel tempo si parlava del generale De Gaulle, di certo democratico, ma democratico a modo suo, perché non era in balia degli eventi o delle correnti di pensiero della politica, ma sicuro e molto determinato. Diceva il mio vecchio maestro: «Non è De Gaulle che ha determinato il tipo di potere che lui ha gestito per qualche tempo, ma è stata la condizione sociale, il costume e la mentalità di quel tempo ad esprimere De Gaulle col suo stile e il suo modo di gestire il potere».

Credo di avere imparato abbastanza bene questa lettura della storia. In quest’ultimo tempo c’è stata una vera crociata, un po’ arruffata, eterogenea, non sempre onesta e coerente, come d’altronde sono sempre state le crociate, a combattere l’attuale Capo del Governo e a volerlo cacciare ad ogni costo per indegnità morale, come se, cacciato lui, tutto cambiasse e migliorasse.

Io sono d’accordo che è intollerabile che un personaggio e capo di un Paese organizzi “festini” e si lasci andare a comportamenti morali disdicevoli, ma non sono per nulla d’accordo con i suoi esasperati oppositori, che vedono in Berlusconi la causa di tutti i mali, perché ritengo – rifacendomi alla dottrina di mons. Vecchi – che sia la nostra società malata, incoerente, amorale, “senza Dio, Patria e Famiglia” che ha espresso e continua ad esprimere personaggi del genere!

Cristo, che se ne intendeva di uomini, credo tornerebbe a dire “chi non ha peccato scagli la prima pietra!”. Berlusconi e la sua immoralità sono il frutto diretto della predicazione esasperata dei radicali, del femminismo sbracato di qualche anno fa, della prepotenza ideologica dei nipotini di Marx, di un legalismo formale alla Di Pietro, di un complesso di inferiorità e del relativo scimmiottare la sinistra dei “cattolici per il socialismo”, di un clericalismo cesaro-papista, di un secolarismo incalzante.

Il problema non si risolve cacciando Berlusconi, perché ce ne sono cento altri in fila per sedere sulla sua sedia, ma convertendoci ad una vita sana. La Chiesa è depositaria di una ricetta infallibile: “Convertitevi e credete al Vangelo”, anche se purtroppo anch’essa si dimentica di applicarla nei suoi riguardi!

Ancora una volta grazie ai cittadini che mi aiutano a costruire il Don Vecchi 4!

Una ragazza spigliata ed intelligente poco tempo fa mi ha fatto pervenire un’offerta per il centro “don Vecchi” di Campalto, con una richiesta spiritosa ed un po’ sbarazzina: “Voglio sottoscrivere dieci B.T.P.”. Poi ha aggiunto una spiegazione, intuendo che per un vecchio come me, forse sarebbe stato difficile comprendere la battuta (Buoni Tesoro Paradiso). Questa ragazza ha allegato alla richiesta 500 euro, pari a quelle che io, in maniera più datata, avevo denominato “azioni” della Fondazione Carpinetum per finanziare i nuovi 64 alloggi per anziani poveri, in costruzione a Campalto.

La “trovata”, dal sapore goliardico, è nata dal desiderio di onorare la memoria della madre, morta un anno fa. Ogni settimana concittadini di tutte le estrazioni stanno rispondendo al nostro appello e stanno finanziando la struttura che fa onore alla nostra città, offrendo ad un numero consistente di anziani una dimora confortevole e sicura. Questa risposta della città mi conforta e mi commuove, facendomi ancora una volta capire che mentre i cittadini, fortunatamente, mantengono, nonostante tutto, un cuore ed una coscienza, le banche e gli enti pubblici, se mai le avessero avute in passato, ora probabilmente le hanno perdute totalmente.

Una volta ancora ringrazio i cittadini per la loro fiducia e la loro generosità perché, sebbene facciano i loro “interessi”, investendo in titoli assai redditizi in terra e perfino in Cielo, mi aiutano a credere nell’uomo e a proseguire nello sforzo di impegnare ogni residua risorsa della mia vita per costruire una città solidale.

La legge

Da cinquant’anni non prendo più in mano un testo di storia della filosofia, motivo per cui i miei ricordi su questa materia sono abbastanza annebbiati. Credo però di ricordarmi, seppur confusamente, che sia stato il filosofo Bacone a parlare degli “idoli” che sono venerati in ogni tempo e ai quali si offrono “sacrifici” anche nella nostra società.

Noi ci vantiamo di essere monoteisti, di avere una fede nobile nell’unico Dio “Creatore e Signore del cielo e della terra”. In verità ho invece l’impressione che siamo ancora in un mondo dedito all’idolatria, nonostante che viviamo nel terzo millennio. Il pantheon attuale s’è anzi arricchito di nuove divinità: la “linea”, l’automobile ultimo modello, la moda, la vacanza esotica, il denaro, il successo ad ogni costo, ecc. ecc. Per servire questi idoli l’uomo di oggi è disposto a fare ogni sacrificio e pare che viva solamente per averne le “grazie”.

C’è una di queste divinità, oggi molto in auge, che sembra, almeno di primo acchito, nobile e perfino sublime: la legge! Capita che un certo numero di cittadini, più o meno saggi e più o meno onesti, riescano ad ottenere un numero di consensi necessari per varare una legge. Una volta sancita questa legge, essa diventa uno dei nuovi idoli, che ha una “casta di sacerdoti” ben remunerati e con moltissimi privilegi, preposti a farla osservare.

Questa divinità ha i suoi templi e i suoi devoti, che con una fede assoluta la osservano, o almeno fanno finta di osservarla, e soprattutto l’impongono e spesso più volentieri se ne servono a loro vantaggio.

Io ritengo che la “legge” sia un elemento importante, anzi necessario per il buon andamento della società, però sono ancora più convinto che quando essa diventa un “idolo” essa finisca per schiavizzare e mortificare la dignità del cittadino. Rimango perciò assolutamente fedele discepolo di quell’esaltante e saggio Maestro che è Cristo, il quale afferma, in maniera lucida: “La legge è a servizio dell’uomo e non l’uomo servitore della legge!”. Motivo per cui sono estremamente scettico verso chi, nel nostro Paese, sta facendo della legge un idolo che piuttosto che donarci libertà ci schiavizza.

A Maria, “Grazie, grazie, di esserci!”

Non tanto tempo fa, l’11 febbraio, abbiamo celebrato la festa della Madonna di Lourdes.

Al Centro “don Vecchi”, nonostante la presenza di una minuscola comunità delle suore di Nevers, consorelle della veggente santa Bernadette e nonostante che per l’occasione abbiano offerto frittelle e galani a tutti i residenti, la celebrazione è avvenuta in tono minore nella “sala dei trecento” che si trova nel seminterrato del don Vecchi.

Ricordo con infinita nostalgia questa celebrazione, quando ero parroco a Carpenedo; ricordo la fila interminabile dei cento chierichetti in tunica bianca e con in mano il tradizionale flambeau di Lourdes; ricordo la presenza dei quattrocento aderenti all’opera parrocchiale pellegrinaggi e il canto plurietnico del coro che eseguiva la preghiera in lingua congolese – da parte di una morettina, parrocchiana acquisita – in portoghese – da parte di una signora dello stesso coro – e di suor Michela con la sua madrelingua francese parlata nella sua infanzia in Tunisia.

Ma soprattutto ricordo le preghiere e il canto corale che saliva al cielo possente quando, al ritornello, tutti ripetevano “ave, ave Maria!” alzando al Cielo i flambeaux!

Quest’anno dissi, nel mio breve ed infervorato sermone, che festeggiavo la Madonna di Lourdes non tanto per i miracoli che avvengono nella terra benedetta dei Pirenei, miracoli relativamente pochi, ma per il fatto che la Madonna ci disse a Lourdes come nell’infinito numero di santuari a lei dedicati in tutto il mondo, che lei c’è, magari in penombra, vigile, attenta e pronta a darci una mano. Sapere di poter contare sull’amore di questa nostra “Madre”, anche se silenziosa, discreta e in disparte come a Cana di Galilea, è un fatto che conforta e rasserena.

Quest’anno confidai a Maria, assieme agli anziani: «Grazie, grazie, di esserci! Il fatto di sapere che ci sei, ci dà speranza e coraggio!»

Certe cose non cambiano!

La gente non ama ricorrere al conto corrente postale per fare un’offerta ad un ente benefico perché gli uffici pubblici sono sempre sovraffollati, il personale pare “un po’ lentino” e quindi bisogna fare la coda.

Un anno fa, quando ho promosso la campagna per recuperare il denaro per finanziare i nuovi 64 alloggi per anziani poveri di Campalto, ho scelto questa soluzione datata perché gli anziani sono ancora poco propensi ed abituati alle soluzioni d’avanguardia offerte dalle banche o da internet, ma soprattutto perché era la soluzione che mi permetteva di avere un riscontro dei benefattori e del loro relativo indirizzo. Ho stimato che la pubblicazione dei nomi e dei relativi importi avrebbe funzionato da volano per mettere in moto questa “campagna” che costituiva la mia unica tavola di salvataggio. Così è stato!

A Natale ho inserito ne “L’incontro” il conto corrente postale ed è iniziata così una pioggerella di offerte, che tutto sommato rappresentano ancora, in questo settore, “l’umile goccia” di cui è formato perfino l’oceano. A Pasqua, visto il relativo successo, ripeterò l’iniziativa per esaurire i diecimila conti correnti postali che avevo fatto stampare!

Che le poste italiane siano lente, ferruginose, poco efficienti, lo sapevo da una vita, infatti tante sono state le mie lettere di protesta inviate in questo mezzo secolo, senza ottenere risultato alcuno, né prima né dopo la riforma delle poste. In questa occasione ho scoperto che la sconfitta inferta dai mille di Garibaldi a Franceschiello delle due Sicilie, non ha risolto quasi nulla. In Italia, nonostante Garibaldi, Cavour, Mazzini e i Savoia, e nonostante che Napolitano arrischi di passare alla storia della Repubblica perché si è impuntato a festeggiare i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia, poco è cambiato!

Ho scoperto che le poste italiane, per informarmi che un concittadino mi ha donato cinque euro, mi manda un plico con ben quattro fogli di carta A4.

Spero che Brunetta, prima o poi, s’accorga anche di questo, se vuole portare l’Italia nel terzo millennio.

Un antidoto contro la disperazione

Più volte ho fatto pubblica confessione di essere un apolide a livello politico, talvolta poi, vedendo comportamenti sempre più deludenti e prese di posizione arroganti, insulti impietosi o il ricorso ad “armi improprie”, dovrei confessare di essere perfino “disperato”. Mi sono addirittura sorpreso a pregare il Signore che mi facesse la grazia di prendere una cotta per un partito, di infatuarmi di un personaggio politico, per avere almeno la falsa illusione di aver trovato un appiglio che regga. Niente! Proprio niente!

Quando comincio a guardare con gli “occhiali buoni” non scopro che prepotenza, arroganza, attaccamento alla sedia, volontà assoluta di primeggiare, incoerenza a tutti i livelli di un tatticismo furbesco ed interessato che non ha proprio nulla a che fare con le qualità di un capo, che deve guidare soprattutto con la vita e non con le chiacchiere.

Spesso invidio amici e concittadini che sono ancora dei politicamente “credenti”. Tutto questo vale per i politici, ma anche per tante altre componenti della nostra società e soprattutto del nostro Paese che non sto a citare solo per carità cristiana. Girando gli occhi attorno, preti compresi, mi pare che si “salvino” solamente i vigili del fuoco e la polizia stradale!

In questi giorni fortunatamente m’ha dato una mano un pensiero di Madre Teresa di Calcutta, donna che se ne intendeva di “poveri uomini”, il cui pensiero ho trovato nel mensile “Sole sul nuovo giorno”. Diceva la vecchietta di Calcutta: «Io non sono che una povera e piccola goccia d’acqua, ma il grande oceano è formato da piccole povere gocce d’acqua».

Mi sono ripreso riproponendomi di condurre la mia piccola guerra personale, nonostante tutto! Credo che i testimoni autentici l’abbiano sempre pensata così. Infatti il mio maestro, don Primo Mazzolari, ne “L’impegno con Cristo”, scrive: “Come la primavera comincia col primo fiore e la notte con la prima stella, così il mondo nuovo comincia quando uno decide di essere una “creatura nuova”: Dono perciò a tutti questo antidoto contro la disperazione.

Una preziosa riflessione del Cardinale Martini

Confesso che io avevo una conoscenza molto approssimativa del cardinal Martini, già Arcivescovo di Milano. Nella mia memoria avevo impresso l’immagine imponente e ieratica di questo prelato, sapevo che era un gesuita esperto biblista e sapevo che “governava” la diocesi più numerosa ed importante del nostro Paese, tanto che m’ero fatto l’idea che egli fosse il “governatore” ecclesiastico di quella “gran Milan”, industriosissima ed efficiente a livello civile, che da sempre si contrappone alla paciosa ed intrigante capitale. Così pensavo che anche in campo religioso intercorressero con Roma gli stessi rapporti che intercorrono in campo civile tra l’efficiente e ricca capitale della Lombardia e Roma, pesante e burocratica.

Di Martini avevo letto una delle prestigiose “lettere pastorali” (“Farsi prossimo”) in cui egli aveva magistralmente messo con precisione e forza i puntini sulle “i” riguardo il problema della carità e poi aveva coerentemente tradotto, a livello di scelte ed iniziative pastorali, la presa di posizione messa a punto a livello di principio.

Martini, a suo tempo, ha dato le dimissioni per limiti di età ed è ritornato, vecchio e minato nella salute, ai suoi amati studi.

Riscopro, in questi ultimi anni, un Martini nuovo, più umano, con una religiosità discesa dalla cattedra, umile, disponibile ed in ricerca, come qualsiasi altro mortale. M’ha fatto un enorme piacere e m’ha aperto il cuore il leggere in un trafiletto apparso in uno dei suoi ultimi volumi:

“L’angoscia nasce dall’insicurezza e dalla fatica a trovare nel proprio bagaglio risposte rassicuranti. E’ la paura di dover affrontare un futuro incerto, rimanendo privi di quel poco di terreno solido che si pensava di aver conquistato.
Tuttavia, se impareremo a guardarci negli occhi, con rispetto e da fratelli, ci troveremo uniti nella fiducia, o almeno nel presentimento, che ci deve pur essere qualcosa in cui possiamo ancora credere.
Oggi i credenti debbono mettere assieme le loro riflessioni e la loro ricerca, senza ostentazioni di sicurezze impossibili e senza la presunzione che i cattolici abbiano tutte le verità in tasca, ma assieme a tutti debbono invece difendere ‘quel poco di terreno solido che pensano di avere ancora’”.

Avere fiducia, e non solo Fede, nel Signore

In questi giorni sto pensando che il termine “fede” è, almeno per me, un termine un po’, o tanto, ambiguo. Ho l’impressione che uno ritenga di aver fede quando crede che la realtà in cui vive è stata creata da un Essere superiore, dalle risorse infinite, tanto da essere stato capace di fare un mondo così complesso e nello stesso tempo ordinato, tanto che ogni essere ed ogni realtà ha una sua funzione correlata all’infinita catena di creature, di minerali, di corpuscoli, di atomi o di leggi.

Osserviamo l’universo! Tutto questo ci fa esclamare col ragazzo di Rousseau: “Quanto sei bello o sole, ma quanto più bello deve essere chi ti ha creato!” Di fronte alle meraviglie del Creato sono portato ad ammirare, adorare e ringraziare questo “architetto” così geniale, pieno di intelligenza, fantasia e generosità. Però con questa fede mi fermo qui! Mentre io avverto d’aver bisogno di molto altro per non sentirmi solo, smarrito, indifeso, abbandonato alla sorte ed impotente.

Da queste mie meditazioni piuttosto arzigogolate ho concluso che io più di fede, ho veramente bisogno di “fiducia” nel Signore, di sentire che mi è vicino, pensa a me e sceglie per me quello che è il mio vero bene, non quello che io mi illudo che sia.

Ho letto qualche giorno fa che ad un operaio disoccupato da sei mesi è capitato d’essere convocato per un colloquio. Purtroppo gli è andata male. Si scoraggiò e si lagnò con Dio perché si era disinteressato alla sua sorte. Un mese dopo però apprese che la ditta che l’aveva chiamato era fallita e perciò, se fosse stato assunto, si sarebbe trovato nuovamente disoccupato, mentre nel frattempo egli aveva trovato un buon lavoro, ben remunerato e vicino a casa.

Dio ci conosce a fondo e ci vuol bene, perciò i suoi “no” sono solamente per il nostro vero bene. Aver fiducia nel Signore allora vuol dire fidarci e leggere gli eventi in positivo a qualunque costo e in qualunque situazione. Già a Roma avevano coniato una sentenza a questo proposito, sentenza che io ho fatto scrivere in un mosaico all’entrata del “don Vecchi”: “In spem contra spem”. Bisognerà che me la legga di frequente per non lasciarmi prendere talvolta dall’angoscia o dalla paura dell’ignoto.

Dovremmo convertirci tutti quanti alla Parola del Vangelo

“Oh Italia, si bella e perduta!”. Pensavo che si fosse giunti al fondo, invece il mondo politico ed amministrativo che lo rappresenta, pare che sia inesorabilmente risucchiato da un gorgo buio ed infinito!

So che farei meglio a parlare delle margherite che, pur timide e rare, cominciano a sorridere umili e pudiche nei prati, o degli uccelli che, incuranti della crisi, del tempo balordo e delle vicende sociali del nostro Paese, continuano beatamente a danzare in cielo.

Nel parco del “don Vecchi” c’è ormai una mezza “colonia” di merli che, eleganti nella loro redingote nera, passeggiano da mane a sera, liberi e felici. Io potrei fare come loro e come parecchi dei miei colleghi, mentre purtroppo, o per fortuna, il mio carattere e la mia sensibilità, umana e sociale, si cercano guai a buon mercato; però non riesco a non dire la mia. Sono fatto così e perciò non riesco a comportarmi diversamente.

Da quanto ho appreso dalla stampa, capisco che se il nostro Capo del Governo avesse un minimo di dignità e di decenza, nonostante i voti presi, dovrebbe ritirarsi, dopo lo scandalo che ha dato all’intero Paese, e cominciare una vita migliore – con questo sono perfettamente d’accordo con i suoi oppositori. Non sono però d’accordo con loro quando pretendono di governare quando sono radicalmente in disaccordo e poi il popolo italiano ha preferito a loro, nonostante tutto, Berlusconi, benché essi dicano di avere la ricetta giusta e affermino d’essere un’accolta di anime celestiali.

Meno ancora sono d’accordo con i magistrati, talmente preoccupati di far giustizia su Berlusconi per i suoi peccati, che si dimenticano dei quindici milioni di processi pendenti, di spendere mesi su mesi per indagini , scrivere una mezza Treccani per dimostrare le sue colpe, spendere milioni su milioni per le relative intercettazioni e dare scandalo infinito mettendo in pasto all’opinione pubblica tutto il marciume possibile e immaginabile, senza spiegarci perché non si occupano delle centinaia di migliaia di prostitute di tutte le età che infestano le nostre strade e dei relativi clienti, che non sono tutti scaricatori di porto, o marinai appena sbarcati!

Avendo dimenticato un po’ tutti il discorso di Cristo: “Chi non ha peccato, scagli la prima pietra!”

Come vorrei dire a tutti, a cominciare da me: «Riconosciamo i nostri peccati, convertiamoci e rifacciamoci, per la nostra condotta, alle parole del Vangelo!»