L’accattonaggio

Nota della redazione: come sempre, questo appunto di don Armando scritto a penna e trasformato in articolo per “L’Incontro” e post per il blog, risale ad alcune settimane fa.

Questa mattina la mia amica de “La nuova Venezia”, una giovane giornalista che segue con passione le vicende del “don Vecchi” di Campalto, mi ha telefonato chiedendomi che cosa ne pensavo in merito all’accattonaggio.

La notizia che un prete di un paesotto della marca trevigiana aveva dal pulpito messo in guardia i suoi parrocchiani a diffidare degli accattoni e di non prestarsi a dare l’elemosina ai mestieranti della carità, aveva suggerito a questa giovane giornalista, sempre a caccia di notizie, di scrivere un pezzo per il giornale con cui collabora, sull’argomento.

Domani mattina sono certo che avrò una foto nella pagina cittadina con, molto probabilmente, l’affermazione che anch’io sono contrario all’accattonaggio e che diffido i concittadini dal far l’elemosina.

Io, in verità, affronto il problema in maniera più articolata: è giusto, per me, che i preti proibiscano agli accattoni piagnucolosi di stendere la mano alla porta della chiesa, a patto che la parrocchia relativa sia veramente attrezzata a soccorrere i poveri e, al momento presente, credo che quasi nessuna parrocchia della città abbia messo in essere un impianto serio ed efficiente per soccorrere chi ha bisogno. Il prete in questione ha affermato che la Caritas è deputata ad aiutare seriamente i poveri. Io però non conosco parrocchia della nostra città e, meno che meno dell’interland, che si sia munita di strutture atte a dare un aiuto serio.

Sono pure decisamente convinto che le singole parrocchie, anche le più sensibili a questo problema – e sono pochissime, meno forse delle dita di una mano – potranno mai essere in grado di dare una risposta adeguata a chi è nel bisogno e credo che neppure le Caritas, così come sono attualmente impostate, siano in grado di farlo. Per questo sogno la “Cittadella della solidarietà” come risposta seria e globale al bisogno dei cittadini in difficoltà. Spero che il mio sogno non sia una illusione!

Una bella iniziativa del nostro Patriarca Scola

Più di una volta ho sentito, da qualche collaboratore vicino al Patriarca, che il nostro vescovo è estremamente impegnato e che lavora moltissimo. Questo mi fa molto piacere perché ho l’impressione che il mondo clericale di oggi sia gravemente affetto dalla sindrome del risparmio di fatica, mentalità diffusa senza risparmio dai sindacati. Oggi c’è più attenzione ai diritti che ai doveri, più comprensione per chi si risparmia che per chi si spende totalmente.

Non ho mai tenuto nascosto che non accetto chi difende il diritto dei preti ad avere un orario di lavoro apostolico, chi difende e chi rivendica il loro diritto alle ferie estive e non. Io vengo da una scuola diversa, in cui si presentava come motto una frase, forse mal interpretata, del sacerdote Melchisedec e che don Bosco fece sua: “Dammi le anime e poi toglimi pure tutto il resto!”. Io sono rimasto legato al concetto che fare il prete non è un mestiere, ma una missione e, aggiungerei, rifacendomi ad una cultura cinematografica corrente, “una missione impossibile”, ma che deve essere portata avanti con coraggio, abnegazione somma e spirito di sacrificio.

Mi è sempre presente l’immagine di san Francesco Saverio che, pur stremato, sogna di evangelizzare il Paese del Sol Levante. M’è venuto da riflettere su questo argomento, leggendo sul “Messaggero di sant’Antonio”, che il nostro Patriarca avrebbe iniziato una collaborazione stabile con questa rivista, curando una rubrica di questo mensile.

Sono molto grato al Patriarca per questa sua testimonianza di dedizione apostolica, di zelo pastorale e di scelta di “seminare”, non attingendo solamente con la mano nel sacco e spargendo nel solco con gesto sacrale la buona semente, ma adoperando una macchina tra le più moderne ed efficienti (“Il messaggero” è la rivista italiana che stampa più copie) per offrire alla gente del nostro tempo una lettura cristiana della vita.

Nenche gli uomini più grandi, purtroppo, sono immuni da qualche neo

Ho terminato di leggere il diario spirituale di Papa Giovanni: “Il giornale dell’anima”. Avevo letto molti anni fa la prima edizione di questi appunti che Papa Roncalli buttava giù in occasione di ritiri spirituali o conversazioni religiose che egli aveva tenuto nelle occasioni più diverse della sua lunga vita sacerdotale.

Ero rimasto veramente ammirato dalla ricerca spirituale ed ascetica di questo grande uomo di Dio, che seppe vestire di calda umanità la sua vita di cristiano. Ora poi, il meditare su queste riflessioni con gli occhi e col cuore di un ottantenne, mi è apparseo ancora più sublime, facendomi comprendere maggiormente il fascino spirituale che egli esercitò nella Chiesa e nel mondo intero.

Giovanni ventitreesimo è stato veramente un uomo di Dio, che seppe vivere all’interno dell’apparato ecclesiastico senza però esserne condizionato in maniera notevole e contagiato dalle debolezze di un certo clericalismo, in un tempo ancora più imperante e grigio che ai giorni nostri.

La mia ammirazione è somma, nonostante che in una nota del suo diario abbia rilevato ancora una volta il limite della nostra umanità e del nostro vivere da seguaci di quel Gesù che è stato un autentico maestro di anticonformismo e di libertà.

Papa Giovanni racconta che don Ernesto Bonaiuti, verso cui dai suoi scritti trapela la sua stima e il suo rispetto, l’aveva aiutato con affetto fraterno il giorno della sua prima messa, ad indossare le vesti sacre. Poi però annota, in maniera quasi sfuggente, la condanna di questo prete, accusato di modernismo dall’apparato clericale. Siccome la condanna era tra le più gravi, quindi “scomunicato da evitarsi in qualsiasi modo”, la Chiesa lo ridusse in miseria mediante una clausola, certamente illiberale, inserita nel concordato, che poi gli tolse la cattedra universitaria. Una volta morto, questo prete intelligente, libero ed onesto, è condotto in cimitero senza funerale religioso e senza che almeno uno dei suoi “discepoli” e confratelli abbia avuto il coraggio di accompagnarlo alla tomba.

Nelle parole del vecchio Papa m’è parso di avvertire tutta l’amarezza e lo smarrimento morale; però neanche lui, che credo fosse tutto sommato, un ammiratore o perlomeno che comprendesse il dramma di Bonaiuti, trovò il coraggio e la libertà di accompagnarlo al camposanto.

Anche gli uomini più grandi, purtroppo, non sono immuni da qualche neo! M’è tornata, purtroppo, alla mente, la massima evangelica: “Sfortunato chi confida solamente nell’uomo!”

Sognate con me!

Credo che non ringrazierò mai sufficientemente il Signore per avermi dato lo splendido dono di sognare ad occhi aperti. Il sognare in modo nuovo però, che non si riduce ad un’utopia lontana ed irraggiungibile, ma come gradini successivi che mi portino più avanti, più in alto e più vicino ad un “mondo nuovo”. Qualche giorno fa ho letto che don Verzè, il fondatore del grande ospedale-università di Milano, il San Raffaele, sta sognando, a più di novant’anni, di sconfiggere il tumore. Allora perché io, che ne ho solamente 82, non posso sognare un qualcosa alla grande?

Voglio confidare agli amici i miei sogni-nella speranza che pure loro non si rassegnino a non guardare più in là del proprio naso. Sognare costa poco, ma dona molto, offre nuove prospettive, scatena risorse interiori, mette in moto sinergie e talvolta, se ti va bene, può offrirti anche qualche realizzazione che gratifica lo spirito.

Comincio col più piccolo: l’Agape. Ogni quindici giorni vorrei, con i volontari della cucina del “Seniorestaurant” del “don Vecchi”, offrire un “pranzetto” cordiale a quaranta, cinquanta anziani della città che vivono soli. Un pranzetto che parte dall’antipasto e termina col dolce, in un ambiente caldo e cordiale. Non è molto, ma se ogni parrocchia ne organizzasse uno, più di mille anziani potrebbero pranzare assieme al costo di una “pipa di tabacco”!

Secondo sogno – che già ha messo radici e sta crescendo decisamente, tanto che col prossimo settembre potrà “camminare con i suoi piedi” – il “don Vecchi 4 di Campalto”: 64 nuovi alloggi per anziani poveri.

Qualche ostacolo, qualche bastone fra le ruote, qualche preoccupazione economica, ma ormai pare tutto in via di superamento, e soprattutto quanta gioia poter pensare che un’altra settantina di anziani trascorrerà la vecchiaia senza timore di sfratto e senza dover chiedere l’elemosina a nessuno.

Terzo sogno: la cittadella della solidarietà. Un ostello con duecento stanze, un ristorante con trecento coperti, un'”Ikea” per i mobili, un “Coin” per i vestiti, un ipermercato per i generi alimentari, un poliambulatorio, un centro di ascolto collegato con tutti i servizi in atto in città, un complesso-docce, un salone di parrucchiere per uomo e donna, un ufficio legale, una banca per miniprestiti, ecc.

Per ora ci sono le idee, ma non è impossibile, prima o poi, mettono le ali e comincino a volare.

Il perché della nostra avventura

La gestazione de “L’incontro” è sempre faticosa e la sua nascita settimanale segue ad un lungo travaglio, anche se apre gli occhi alla luce di questo mondo nella tipografia dell’interrato del “don Vecchi” fra l’entusiasmo di un gruppo di vecchi scout.

L'”Incontro” costa, perché costa la carta, costano le matrici, l’inchiostro, l’inserimento nel computer, l’impaginazione e la diffusione. Il prezzo più alto però è quello del messaggio e dei contenuti; nessuno di noi vi opera per consumare carta, per farsi pubblicità o per riempire le pagine, ma c’è in tutti noi la speranza e la volontà di indicare un’angolatura opportuna per leggere gli eventi della nostra città, della Chiesa e della società in cui viviamo. Nessuno di noi vuole essere uomo di fronda o di rottura o di parte, ma tutti invece sogniamo di aiutare i concittadini a maturare valori civili e religiosi sani che aiutino a crescere in umanità per creare una città più solidale ed una religiosità più vera.

Il nostro sogno è quanto mai ambizioso per le nostre risorse; pure con umiltà, coraggio e libertà tentiamo ogni settimana di offrire il nostro piccolo contributo.

Al lunedì mattina lo staff di vecchi scout passa lietamente la mattinata stampando le cinquemila copie, al pomeriggio gli anziani del “don Vecchi” piegano il giornale ed immediatamente i “corrieri” portano in una sessantina di recapiti il nostro periodico.

La distribuzione assomiglia molto alla parabola del Vangelo in cui il seminatore sparge la semente con fiducia e generosità, non troppo preoccupato del terreno su cui cade; così è anche per “L’incontro”, che lo si può trovare in chiesa come al bar, in banca come in ospedale, dal giornalaio come alla Casa di riposo, in pasticceria come all’ipermercato, a Mestre o a Venezia o nei paesi dell’interland.

La nostra avventura vuol essere un gesto di fraternità ed un tentativo onesto di ripensare la vita e la fede in modo positivo!

“E’ meglio essere cristiani senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo”

Questa mattina, durante la recita del breviario, mi ha colpito una frase di un antico vescovo di una chiesa del Medioriente, sant’Ignazio di Antiochia. Leggendo il pensiero di questo santo uomo di Dio, ho provato un sussulto di sorpresa, apprendendo che forse, diciotto o venti secoli fa, questo pastore della Chiesa aveva detto delle verità che io pensavo di aver scoperto negli ultimi decenni della mia vita di prete e che credevo fossero verità di assoluta avanguardia.

Sant’Ignazio, nel suo sermone, afferma: “E’ meglio essere cristiani senza dirlo, che proclamarlo senza esserlo”. Mi pare che fin d’allora c’è stato chi aveva capito che i cristiani veri non sono quelli iscritti nel registro dei battesimi, o che vanno alla messa alla domenica, o sono schierati tra i cittadini moderati o benpensanti, ma coloro che definendosi religiosi o no, sono persone solidali, oneste, libere, coraggiose e disposte a pagare il prezzo salato che costa l’amore al prossimo.

Nei miei sermoni ritorno quasi con monotonia sulla verità che se la nostra frequenza alle liturgie più o meno solenni, non ci trasforma in “uomini nuovi e migliori”, il tempo che impieghiamo per esse è tempo sprecato, anzi motivo di accusa un domani di fronte al giudizio di Dio.

Talvolta mi pare di battere l’aria, e ciò mi scoraggia, sennonché, qualche giorno fa, una signora che mi chiese di celebrare una data significativa del suo matrimonio tra le commemorazioni e le preghiere per i morti, mi disse: «Forse mio marito accetterà di venire con me solamente in questa chiesa!». E poi, per addolcire l’immagine che io avrei potuto farmi di quest’uomo, soggiunse: «Sa, don Armando, mio marito è di quelli, come lei ripete “che Dio possiede e la Chiesa non possiede”».

Ciò mi fece molto piacere e celebrai con entusiasmo l’anniversario delle nozze prima del “Memento dei morti”. Però, con un po’ di preoccupazione, mi chiesi se tra la folla che gremisce la mia chiesa alla domenica non ci sia qualcuno “che la Chiesa possiede, ma Dio non possiede?”

Sono innamorato della mia “chiesa-baita”!

Il cimitero è doppiamente “cimitero” durante tutti questi giorni di nebbia, di questo piovviginare fine che inumidisce prima i vestiti e poi il cuore, giorni di pioggia fredda sempre sul punto di trasformarsi in una “ghiacciaiola” gelata.

Il viavai continuo di fedeli delle giornate di sole si rarefà perché gli anziani, che sono coloro che sentono sempre di più la nostalgia e il rimpianto delle persone amate, temono di ammalarsi e se ne rimangono rinchiusi in casa. Solamente qualcuno, come presenza quasi spettrale, si aggira sui viali in cui si affacciano le tombe dei nostri morti, forse perché gravi ferite recenti lo spingono a recuperare memoria ed incontro con le persone che se ne sono andate.

Nonostante questo, nella “mia chiesa-baita” l’andirivieni è continuo. La casa di Dio tra i cipressi è quanto mai accogliente col suo tepore diffuso, con le sue luci calde, coi suoi fiori ordinati e sorridenti e con i testimoni di Dio dell’antico e nuovo tempo che attendono in fila sulle pareti di offrire il loro messaggio di speranza e di bene.

Spesso mi siedo in fondo alla chiesa per assistere dolcemente al dialogo silenzioso, ma intenso, dei fedeli con la Madonna della Consolazione, o con Teresa di Calcutta o sant’Antonio da Padova, con Padre Pio o Papa Luciani, con Papa Giovanni XXIII o Francesco d’Assisi o Papa Woytila. Un incontro intimo, un segno di croce, la lettura del messaggio di queste creature di Dio stampato loro accanto; spesso con gesto lento e affettuoso la mano si posa su un lumino rosso perché continui durante il giorno la preghiera del loro cuore.

La mia chiesa è la più umile tra quelle della nostra città, la più povera e silenziosa, però forse è la più cara ed accogliente. Io ogni giorno di più ne sono innamorato.

Un fallimento devastante

Anche recentemente ho avuto modo, quasi costretto dalla cronaca e dagli eventi, di riflettere sul rapporto tra la vita privata e l’attività, arrivando alla conclusione che “il capo” non è una guida vera se non insegna con la sua vita.

Io poi, che vengo fuori, come educazione e cultura, dallo scoutismo, non riesco neppure ad immaginare che sia possibile guidare una comunità di uomini con la tecnica, l’istruzione, l’intelligenza solamente: Il capo deve impersonare la legge, i valori, i principi, o perlomeno deve tentare di trasmettere tutto questo al meglio con la parola, ma soprattutto con l’esempio del suo modo di vivere.

I cittadini di qualsiasi paese hanno bisogno di un’economia sana, di lavoro, di una sanità efficiente, di un apparato sociale valido, di leggi giuste, ma hanno soprattutto bisogno di un’etica che sorregga e dia indirizzo alla vita sia privata che sociale.

Le ultime notizie sulla vita morale del presidente del nostro governo mi hanno lasciato letteralmente sconvolto: il fallimento del primo matrimonio, la “tragicomica” del secondo, con relativa dichiarazione d’amore sul Corriere della Sera, le chiacchiere scandalistiche sui festini in villa e ora le dichiarazioni per televisione su un “nuovo rapporto stabile” e le infinite insinuazioni della stampa e dei suoi avversari sulla sua sessualità, hanno creato una cornice veramente desolante su un uomo che s’è proposto alla nazione come il redentore dalla mala politica degli intrallazzi! Un fallimento più devastante credo che non si possa neppure immaginare.

Un tempo nella scuola, giustamente o meno, si metteva non solo il ritratto del re ma anche quello del duce, come padri della patria – e di certo si è sbagliato – ora però temo che l’immagine del capo del governo appaia come le foto che nell’America dei cowboys si affliggevano per riscuotere la taglia.

Le parole di padre Bianchi mi aiutano a vivere la vecchiaia

A ottantadue anni come non posso non pensare alla vecchiaia? Dico questo senza tristezza e rimpianto per la stagione bella della primavera, stagione dei fiori, dei sogni e dei progetti, che ormai è definitivamente passata.

Anche la vecchiaia però è una stagione da scoprire e da esplorare. Chi non fosse capace di cogliere l’autunno, la stagione della raccolta e il tempo in cui la natura si veste d’oro e di intimità, perderebbe molto.

E chi non s’incantasse di fronte al gelo, alla neve e al freddo dei mesi d’inverno, sentendo che essi proteggono con il loro manto i germi che stanno mettendo radici nel cuore della terra, sarebbe pure un uomo che si priva di un’esperienza tanto inebriante.

Rimane però tutta la titubanza e la preoccupazione di muoverti su un terreno ignoto, lasciandoti alle spalle la terra amata e il tempo vissuto.

Io mi muovo con passi incerti verso la quarta età e non vi nascondo preoccupazioni e paure che rendono un po’ incerto il mio andare. Spesso la mancanza di sonno, l’incertezza della memoria, il fiato grosso quando allungo il passo, lo scorrere veloce dei giorni sul calendario, mettono un po’ di disagio e di angoscia nel mio animo; mi pare di avanzare quasi in solitudine su questo mondo finora ignoto.

Fortunatamente ho incontrato in questa settimana un compagno di viaggio molto più saggio e preparato di quanto non lo sia io. Le riflessioni di Enzo Bianchi, il priore della Comunità di Bose, sta accompagnandomi con le sue meditazioni alle quali dedica un intero capitolo nel suo ultimo e meraviglioso volume “Ogni cosa alla sua stagione”.

Padre Bianchi mi è di conforto e di aiuto, parlando della vecchiaia come tempo della fraternità, della tenerezza, dello stupore per le piccole cose del quotidiano, date prima per scontate, e della rilettura più attenta ed approfondita del passato.

Voglio consigliare vivamente ai miei coetanei questo “giovane” vecchio, quanto mai sapiente.

“Fa, Signore, che i germi di bene seminati nei solchi di questa giornata producano una messe abbondante!”

Ho confessato più volte che spesso non mi trovo a mio agio con i salmi del breviario. L’orgoglio ebraico di cui trasudano questi canti poetici di più di mille anni fa, la voglia di sopraffazione ad ogni costo degli ebrei nei riguardi dei nemici, l’esaltazione del proprio Dio a scapito di “quelli” di altri popoli e la presunzione che Egli sia il Dio degli dei, mal si conciliano con la mia concezione dell’Assoluto, filtrata da tanti secoli di ricerca e soprattutto dal razionalismo, arrivatoci dall’oltralpe, figlio di quell’illuminismo di cui tutti siamo in qualche modo affetti.

Spesso neanche i testi delle letture degli antichi Padri della Chiesa mi appagano e mi aprono orizzonti e visioni spirituali serene e tranquillizzanti. Le argomentazioni teologiche di questi scrittori ecclesiastici e di questi “dottori della Chiesa” mi pare, spesso, che si arrampichino sugli specchi e che riescano tanto poco convincenti.

Talvolta mi ridico e mi giustifico pensando di non aver sufficiente cultura biblica per decodificare questi testi e coglierne la sostanza: rimane quindi il fatto che spesso colgo il tutto, più come una medicina amara, che come un liquore dolce ed inebriante quale, secondo me, dovrebbero essere le meditazioni e le lodi dell’Altissimo.

Talvolta però mi capita di scoprire qualche parola che fa da contrappeso e che mi canta nel cuore per tutta la giornata. Questa mattina, ad esempio, ho colto una preghiera che letteralmente mi fa sognare: “Fa, Signore, che i germi di bene seminati nei solchi di questa giornata producano una messe abbondante!”

Dopo questa preghiera, sono uscito di casa di buon mattino, quasi sentendo d’avere nel cuore e nello spirito un sacco di ottima semente da seminare con gioia e speranza nell’animo di tutte le persone che avrei avuto modo di incontrare durante le ore del giorno.

Mi piace e mi consola il pensiero di poter gettare nel “solco” solamente il germe, il quale poi germoglierà e fiorirà da solo, senza che io lo debba seguire ed alimentare!

L’annuncio del Signore al don Vecchi

Ho terminato da pochi giorni la visita alle famiglie della mia “parrocchietta” del “don Vecchi” o, per adoperare il linguaggio della tradizione,”ho finito di benedire le case” della mia comunità cristiana. La mia parrocchia è piccola – 192 famiglie con 230 anime. Il “don Vecchi” però non è la più piccola comunità cristiana della diocesi di Venezia. Infatti Ca’ Corniani ha 147 anime, Marango 52, Brussa 88, Altino 116, per giungere a Torcello che non supera i 16 (sedici) parrocchiani, divisi in due chiese!

Nella mia visita ho tentato di aprire la porta ed introdurre Gesù nella speranza che la parola e la presenza di Cristo operi lo stesso effetto di quando entrò nella casa di Zaccheo. In quell’occasione la luce del Figlio di Dio fece esplodere tutte le contraddizioni e le incongruenze, tanto che “il banchiere” disse: «Darò quattro volte quanto ho frodato e offrirò metà dei miei beni ai poveri!»

Finora non è avvenuto questo “miracolo”, infatti il “don Vecchi” è un campione esatto della nostra società e, a livello religioso, si parte da qualcuno che non desidera la visita del prete, di qualche altro che si fa trovare regolarmente assente, a chi ti accoglie con cortesia, a chi invece ti abbraccia come il padre atteso e l’inviato del Signore.

Io ho già detto che immaginavo che il “don Vecchi” fosse quasi un convento di frati e suore, perché a nessuno abbiamo nascosto il nostro sogno e il nostro tentativo di dar vita ad una comunità di fratelli e di cristiani. Al momento dell’accettazione sembrava che tutti abbracciassero questo sogno, in realtà dopo poche settimane ognuno riprende le vecchie abitudini e lo stile di vita proprio delle nostre parrocchie che annoverano dal bigotto, al praticante, all’apostolo, ma scendono poi all’ateo, all’indifferente, al praticante in certe occasioni, al presente a Pasqua e Natale, al cristiano nominale, per arrivare perfino a chi ha cercato di sbattezzarsi.

Io poi in questa realtà mi ritrovo nell’ambigua situazione del Papa-re nello Stato Pontificio: presidente del consiglio di amministrazione e nello stesso tempo sacerdote che, come invita san Paolo, dovrebbe “parlare, insistere a tempo e fuori tempo con ogni argomentazione ed ogni sforzo, per far accettare la Parola del Signore”.

Mi auguro che allo scadere di questo consiglio di amministrazione ci sia un presidente laico a dirigere ed un prete ad annunciare il Regno, due compiti ben distinti, in modo che ognuno possa sviluppare al meglio la sua funzione.

Il dono di speranza che posso offrire grazie alla Fede

Il sermone che tengo in occasione del funerale dei defunti, penso debba vertere sulle grandi verità che buttano luce sulla vita e sulla morte, sulla misericordia e la paternità di Dio e sulla vita nuova di cui ci ha parlato più volte Gesù nel suo Vangelo. Queste grandi e meravigliose verità sono l’autentica ricchezza e il dono meraviglioso che un prete può e deve offrire in occasione dei giorni del lutto e dell’amarezza.

In queste occasioni ho sempre presente una frase che Bernanos, il grande romanziere d’Oltralpe, mette in bocca al prete protagonista del suo romanzo “Il diario di un curato di campagna”: «Non è colpa mia se vesto da beccamorto, ma io posseggo la gioia e la speranza, che vi donerei per nulla, solamente se voi me la chiedeste».

Io posso donare ancora queste meravigliose verità ed indicare “le nuove frontiere”. Ora sono vecchio, non incontro più né bambini né giovani, non celebro né battesimi né matrimoni, ma mi sento pienamente prete potendo seminare speranza e perfino gaudio in occasione della morte.

Monsignor Vecchi talvolta arrivava a dire: «Partecipiamo alla festa della morte». Io non oso dir tanto, però faccio mia di frequente la confessione di san Paolo e l’invito a vivere in quella cornice: “Ho fatto la mia corsa, ho combattuto le mie battaglie, ho conservato la fede, ora non mi resta che ricevere la corona di gloria”. Offro la lettura positiva della realtà amara della morte, che tutti paventano, con il canto di san Francesco: “Laudato sii, mi Signore, per nostra sora morte corporale”.

Com’è bello ed inebriante dipingere di luce, di speranza e di bellezza perfino la morte; la fede ci offre questa splendida possibilità.

La gente, di solito, ascolta queste parole inusitate ed ho la sensazione che guardi in alto ed intraveda la gloria celeste anche se il coperto di legno della chiesa prefabbricata è tanto basso. La Parola di grazia sfora però facilmente le povere tavole della copertura e ci lascia sognare.

Cerco l’aiuto solo di chi crede alla solidarietà!

A me capita di sbottare talvolta e forse troppo spesso e troppo violentemente; la pazienza, la ponderazione e la moderazione non sono il mio forte!

Ho scritto e riscritto su “L’incontro”, il periodico che accoglie tutti i miei sfoghi, le mie angosce e i miei pensieri, che alcuni mesi fa me la sono vista veramente brutta quando la Fondazione Carive, che di solito mi aveva generosamente aiutato, a firma del presidente Segre mi ha detto, quasi cinicamente, che da essa non dovevo aspettarmi neppure un soldo; così aveva comunicato la Banca Antoniana presso cui la Fondazione movimenta ogni anno molto denaro. La Regione mi ha risposto dopo quattro mesi che non spetta ad essa erogare denaro per gli alloggi protetti. il Comune, la Cassa di Risparmio: silenzio assoluto. Mentre il Banco di san Marco ha stanziato per il “don Vecchi” di Campalto la bella somma di mille euro.

In questa situazione ho avuto paura! Come san Pietro ho dubitato ed ho cominciato ad affondare. Fortunatamente sono intervenuti i cittadini e la Provvidenza, motivo per cui non sono “annegato”, anzi vedo già la Terra Promessa.

Ma il motivo che mi ha mandato in bestia sono state alcune voci arrivatemi, che dicevano che i confratelli – non tutti per fortuna, perché don Liviero, il parroco di viale san Marco, don Bonini del Duomo, don Cicutto ed altri non è stato così anzi mi hanno aiutato, – mi criticavano perché non avrei dovuto mettermi nei guai perché non tocca ai preti pensare ai poveri, ma al Comune e allo Stato.

Poi ci fu qualche altro che mi fece capire che non è opportuno chiedere sempre, quasi dicendomi la frase fatidica di Berlusconi: “Non si deve mettere le mani nelle tasche dei cittadini!”. Non tutti la pensano così, ne fa fede la lista di offerte che pubblico ogni settimana. Tuttavia questo mi ha fatto scrivere quello che ribadisco: “Non voglio assolutamente i soldi di chi non ha fiducia in me, di chi non ritiene opportuno aiutare i vecchi in povertà, di chi è convinto che la Chiesa debba occuparsi solamente delle anime e del Paradiso, di chi è convinto che le cose debbano cadere dal cielo!

So di non avere la fede e l’umiltà del Cottolengo, di san Vincenzo de Paoli, dell’Abbé Pierre o di Teresa di Calcutta, ecc…, però lasciatemi dire che chi crede che sia giusto pensare solamente a se stessi e ai propri famigliari, i suoi soldi se li tenga, io e chi la pensa come me ci faremo aiutare da chi crede comunque alla solidarietà!

“In mezzo sta la virtù!”

Come tutti gli italiani, ho partecipato con passione e preoccupazione alla vicenda della Mirafiori della Fiat. E penso, come tutti gli italiani, che sia stato giusto tirare un sospiro di sollievo alla notizia che la maggioranza, seppur sparuta, ha votato per il contratto. Col tasso di disoccupazione che incombe sul nostro Paese, l’aggiungersi di nuove decine di migliaia di disoccupati non era proprio una prospettiva allettante.

Più di una volta avevo ascoltato la pacatezza e la saggezza di Bonanni, che era per il si, e del capo della Fiom che era invece per il no. Le argomentazioni dell’uno e dell’altro erano quanto mai stringenti, tanto che, ascoltando il primo, d’istinto mi veniva da parteggiare decisamente per la sua tesi, però poi, ascoltando il secondo, mi veniva da concludere che neanche lui aveva tutti i torti.

Ben s’intende io ho tifato in maniera appassionata per Bonanni, però non me la sento neppure ora di condannare totalmente Landini. Questa diatriba mi ha fatto venire in mente due ricordi.

Uno lontano: la giornalista milanese Lidia Menapace, simpatizzante per la sinistra, che in una conferenza al Laurentianum – eravamo ancora ai tempi di Stalin – dichiarò che in Russia c’era lavoro per tutti e che gli operai non erano sfruttati dai padroni. A chi le fece osservare che essi non si ammazzavano per lavorare e che producevano poco, essa rispose: «Ma non c’è alcun comandamento che stabilisca che uno debba ammazzarsi di lavoro!» Probabilmente ella sognava il “Paradiso” in terra, e non teneva conto delle leggi ferree dell’economia e del mercato, per cui solamente chi produce di più e a minor prezzo, guadagna e crea benessere.

L’altro modo di vedere il problema del lavoro mi viene dalla confidenza con un amico, che solitamente ha mille impegni e mille occupazioni, il quale mi ricordò che sua nonna ripeteva spesso e con convinzione: «Nessuno è mai morto di lavoro!» La nonna del mio amico probabilmente non era convinta che neppure “l’inferno si trova qui in terra!”

Mi è facile concludere con i nostri avi, i romani: “In mezzo sta la virtù!” Credo però che dovranno passare forse secoli o millenni perché riusciamo a trovare il giusto equilibrio. Nel frattempo prego perché la Fiat e la Fiom raggiungano almeno un compromesso!

Le parole non dette

Recentemente la televisione ha mandato in onda un film che mi ero proposto di vedere, ma che poi – non so per quale motivo – mi sono lasciato scappare. La suora, che l’ha visto, m’ha detto che era molto bello. Io però sono stato attratto dal titolo che accennava ad un tema che il mio ministero specifico mi sollecita ad affrontare personalmente per parlarne ai fedeli che partecipano al commiato che si celebra nella mia chiesa tra i cipressi.

Il titolo che mi ha incuriosito era questo: “Le parole non dette”. Questo argomento è sempre stato per me un problema di scottante attualità, perché essendo di carattere riservato, tinto di fondamentale timidezza e forse di un pizzico di poca propensione a manifestare i miei sentimenti, finisco per non dire quasi mai quelle parole di affetto e di tenerezza che butterebbero un ponte levatoio nei riguardi del prossimo con cui vivo o che comunque incontro e faciliterebbero quella comunione calda e profonda con le persone con le quali condivido la mia vita.

Questo problema è stato poi quasi esasperato dalla lettura di una serie di considerazioni di un poeta latino-americano, colpito da tumore, il quale scrive: “Se questo fosse l’ultimo giorno della mia vita, direi alle persone che mi sono care ….” e giù una serie di parole tenere e care.

Quando prendo la parola durante i funerali, spesso ripeto: «Avverto che voi chiedete cuore e parole per dire al vostro congiunto che vi lascia “grazie, ti voglio bene, ti chiedo perdono, ti debbo molto” ed ogni volta mi pare di coinvolgere e di dare voce a sentimenti non manifestati che costituiscono motivo di rimpianto e perfino di rimorso.

E’ da tanto che mi riprometto di dire le parole che sarebbe bello dire, che farebbero felici le persone alle quali sarebbero rivolte, ma che farebbero pure molto felici anche chi le dice. Al funerale però questo suscita solamente rimpianto, spero tuttavia che queste riflessioni, fatte a voce alta, aiutino me e i miei fedeli a pronunciarle con più frequenza e con più calore nei tempi nei quali è possibile dirle.