In “guerra” a ottantanni per gli anziani

Sono sempre più convinto che la rivoluzione che può salvare l’uomo dall’egoismo, da una vita fatua inconsistente e disordinata, sia quella della solidarietà. Sia a livello civile che religioso l’unico rimedio per uscire dal degrado morale in cui stiamo affondando, è per me la solidarietà.

In questa “guerra” io svolgo il ruolo di un povero fante, senza gradi e senza potere, però sento il dovere di fare la mia parte fino alla fine. Non so quanto la testimonianza di un vecchio prete, senza gradi e senza grandi risorse umane e spirituali, possa incidere sull’esito di questa “rivoluzione”, ma mi è ben chiaro che l’esser fedele alla mia coscienza e ai miei convincimenti è l’unica cosa che posso fare e che possa salvarmi dalla desolazione.

Il mio posto di combattimento è collocato sul versante della terza età; portare avanti l’idea che dobbiamo dar voce e soluzioni adeguate alle istanze di questi nuovi poveri.

La Provvidenza mi ha assegnato il presidio di un piccolo avamposto che voglio difendere ad ogni costo: dimostrare che è possibile permettere agli anziani, seppur poveri e fragili, vivere una vita dignitosa e serena, indipendente dalla elemosina dei figli o degli enti pubblici, nonostante le pensioni miserevoli delle quali moltissimi fruiscono.

Purtroppo la crisi economica in atto, le avversità atmosferiche, i tagli di bilancio e gli sperperi degli enti pubblici, mi rendono particolarmente difficile tenere la posizione. Nonostante ciò ho deciso di giocarmi tutto; non mi importa cosa possano pensare confratelli o concittadini, pur facendo fatica ed arrossendo, sto costringendomi a tender la mano e a mendicare i mezzi economici per realizzare l’impresa della costruzione di ulteriori 64 alloggi a Campalto. Non so ancora con quale risultato, mi pare e mi auguro che sia positivo, comunque spero che possa testimoniare che la solidarietà non può ridursi ad un sogno fumoso, ma è un qualcosa che va perseguìto anche se costa e ti toglie la possibilità di vivere una vecchiaia in pantofole, leggendo “Il Gazzettino”.

L’opera di Antonio Fogazzaro mi aiuta ancora a capire i tempi d’oggi

Verso Antonio Fogazzaro ho sempre nutrito un sentimento di ammirazione, sia per le sue qualità di ordine letterario, sia per le sue posizioni a livello religioso. “Piccolo mondo antico”, il romanzo più noto di Fogazzaro, è stato per me uno dei primi romanzi più impegnativi che ho letto ai tempi della mia adolescenza. Sono rimasto incantato dall’atmosfera romantica, sempre ovattata e ricca di sentimento che inquadra il travaglio tra la nostalgia di un passato amato e familiare, e l’oggi, ormai proiettato verso nuovi orizzonti. Questo romanzo mi ha fatto sognare e rimpiangere l’infanzia, però mi ha costretto a non chiudere gli occhi verso i tempi nuovi.

Più adulto ho avuto modo di conoscere pure le vicende amare di questo cattolico teso a leggere in maniera nuova e nella lunghezza d’onda della cultura del tempo, che sentiva i sintomi di una nuova primavera spirituale, e che pagò con la messa all’indice de “Il santo”, il romanzo che mette meglio a fuoco le sue tesi religiose. Il processo sognato dal Fogazzaro, nonostante il pesante intervento della gerarchia ecclesiastica del tempo, continuò a svilupparsi e in buona parte fu recepito dal Consiglio Ecumenico Vaticano Secondo.

In questi giorni, avvertendo il risucchio che il tipo di fede e di Chiesa, proprio della mia infanzia, esercita ancora nel mio spirito e l’istintiva diffidenza che, a livello inconscio, provo nei riguardi del nuovo modo di impostare i problemi religiosi e la pastorale dei tempi nuovi, m’è parso di capire che la generazione che sta chiudendo con la vita non può non rimpiangere il suo “piccolo mondo antico”.

Forse per questo faccio fatica ad accettare che i giovani preti diano per scontato l’allontanamento di una grande maggioranza dei battezzati, accettino passivamente lo sfascio della famiglia cristiana, non sognino che il numero dei cittadini del territorio geografico della parrocchia non coincida con quello dei “parrocchiani”, l’accettino abbastanza serenamente una pratica religiosa attorno al quindici per cento!

Poi comprendo che solamente chi è nato in tempi diversi provi nostalgia di un mondo religioso che non c’è più o va scomparendo, mentre chi è nato in questo tempo non conosce che questo e perciò crede il presente l’unico possibile. Tra le pene della vecchiaia c’è anche questa ed io purtroppo la sopporto di malavoglia e senza alcuna rassegnazione.