Perché no?

Io sono nato durante il periodo fascista e quando frequentavo le elementari scrivevo, accanto alla data, l’anno del regime fascista.

Da bambino ho fatto la guardia al monumento ai caduti della Grande Guerra che sta al centro del mio paese natìo. Fui felice ed orgoglioso quando mi regalarono una camicetta nera ed un paio di calzoncini corti color grigioverde per partecipare ad un concorso provinciale che si svolse a Venezia sul tema “L’aratro traccia il solco, ma è la spada che lo difende”.

Ricordo ancora che in quell’occasione scrissi anche una frase che avevo appena imparata: “Se il nemico valicherà i sacri confini d’Italia, noi gli spezzeremo i reni!”

In quei tempi non esisteva la “nazione”, ma la “patria”! In quei tempi il tricolore e le glorie di “Balilla”, poi di Pietro Micca, di Cesare Battisti e di tutta quella numerosa galleria di personaggi che il Duce mise in bella mostra nei testi di storia patria, fungevano da “santi patroni”.

Io provengo da questa educazione e non ho mai rinnegato l’amore alla nostra terra, alla nostra cultura e al mondo passato. Da assistente degli scout ho partecipato sull’attenti all’alzabandiera, salutando il tricolore che saliva sul pennone. Però sulla mia coscienza ci sono stati poi degli apporti che hanno annullato ciò che non c’era di buono in questo passato, anzi hanno sublimato solamente ciò che vi era di positivo.

Visitando un tempo l’Alto Adige con i miei anziani, ho scoperto che per i sud tirolesi la lingua, l’arte, la tradizione, lo stile, la patria erano l’Austria, e la loro gloria era “Cecco Beppe” e mi sono domandato perché non li lasciamo vivere con la loro storia e la loro nazione mantenendo con loro rapporti fraterni di collaborazione.

Partendo da questi presupposti, in questi giorni, pensando ai disordini per la discarica per i rifiuti napoletani, mi sono chiesto di nuovo: «Ma perché non dobbiamo permettere che Napoli e tutto il resto di quella parte del nostro Paese, non li lasciamo vivere in pace con i loro rifiuti, la loro mafia e, se proprio rivogliono il Regno delle due Sicilie, non li lasciamo ad un “Franceschiello” di turno?»

Per scrupolo di coscienza ho esaminato i dieci comandamenti e vi confesso che non ne ho trovato nemmeno uno da cui si possa dedurre che il buon Dio voglia che viviamo con gente che ha una mentalità tanto diversa dalla nostra e per noi incomprensibile! Io non auspico guerre di sorta, né ostilità, ma solamente rivendico per il nord e per il sud di vivere come piace a ciascuno!

Quella massima che devo ricordare!

Qualche settimana fa ho ricevuto la notizia che un nostro coinquilino ultranovantenne è morto in una struttura per anziani non autosufficienti al Lido di Venezia. L’annuncio di una morte è sempre una brutta notizia, ma quella del vecchio Toni è stata per me ancora più brutta.

I coniugi Fornasier sono vissuti al “don Vecchi” una decina d’anni fa. Non so a che titolo siano entrati, perché lui era stato un bravissimo capomastro e godeva di una pensione discreta, specie se confrontata a quelle magrissime dei residenti al “don Vecchi”. I primi anni trascorsero quanto mai sereni; credo senza vanto di sorta, che la soluzione di vita offerta al “don Vecchi” sia quella più auspicabile e confortevole per gli anziani: autonomia assoluta, supporto sociale ed organizzativo, struttura accogliente che tiene conto del bisogno di vivere in un clima quasi paesano, senza responsabilità dirette, in un ambiente strutturato con molti spazi comuni per facilitare le relazioni umane e supportare la fragilità dell’anziano.

Passati i primi anni, insorsero però gravi acciacchi per la moglie, tanto che dovette essere ricoverata in una struttura per non autosufficienti ove, dopo poco tempo, è morta. Toni rimase solo, e ben presto s’accorse che pure il litigare con la moglie aiuta a vivere! La mente del nostro ospite cominciò ad annebbiarsi e poi a smarrirsi, tanto che neanche l’ausilio della badante riusciva a fargli vivere una vita passabile.

Noi della direzione, prima suggerimmo il ricovero in una casa di riposo e poi ci parve di doverlo imporre, perché la situazione diveniva di giorno in giorno non più sostenibile. Con immensa fatica il figlio trovò il posto al Lido, località quanto mai scomoda per i famigliari. Pur avendo una forte fibra, dopo pochissime settimane il nostro amico ci lasciò per sempre. Se avessimo pazientato ancora un po’, sarebbe morto nel luogo dove visse stagioni serene della sua vecchiaia.

Questa partenza mi ha posto, ancora una volta, il problema del dovermi fidare di Dio e della sua Provvidenza.

Ricordo, ma devo averla sempre più presente, una massima di Gandhi: “La carità risolve ogni problema, ma quando a noi pare che non lo risolva, non è che l’amore diventi impotente, ma che il nostro amore non è autentico!”

Maria e Giuseppe quest’anno bussano alle case di Mestre

Quest’anno ho vissuto la letizia e il dramma del Natale di Cristo con un paio di mesi di anticipo sulla data del 25 dicembre, fissata dalla tradizione. Un comune amico mi chiese di ascoltare un cristiano del Congo che da dieci anni vive a Mestre e lavora a Padova.

L’ho incontrato al “don Vecchi” nel tardo pomeriggio quando la vita sociale, nella grande hall del Centro, si spegne perché i residenti si ritirano nei loro appartamenti per la cena che gli anziani consumano assai di buonora.

Il giovane congolese portò con sé la sua bimba di tre anni, una bimba bellissima, due occhi luminosi, un volto armonioso color ebano, capelli crespi e più neri ancora, un fare da donnina, pudica, riservata, innocente.

Questo signore mi parlò della sua condizione angosciosa, per non dire tragica, perché la moglie aspetta a giorni un secondo figlio; aveva ottenuto una stanza dalla parrocchia per un mese finché non avesse trovato un alloggio. Aveva bussato a tantissime porte ottenendo un diniego dopo l’altro, mentre il mese stava per scadere e il nuovo bimbo per arrivare. Mentre mi parlava alle sue parole si sovrapponevano nel mio animo le rime della nota filastrocca del brano che noi vecchi abbiamo imparato a scuola e, il bussare inutile a tutte le porte di Maria e Giuseppe mentre il campanile suonava inesorabile il susseguirsi delle ore.

Non ricordo il nome delle locande alle quali il povero Giuseppe, sempre più angosciato, chiese alloggio, mentre s’avvicinava quello che doveva essere il lieto evento.

Quello poi che mi colpì di più fu la fede linda ed assoluta di quel cristiano in nero: «So di certo che il Padre ci vuol bene e mi aiuterà!»

Per tutta la notte m’è parso di sentire i lugubri rintocchi che si sperdevano inutilmente per l’aria, sopra una città diffidente e preconcetta. Quanto avrei desiderato che il bimbo nero nascesse in uno dei 250 alloggi del “don Vecchi”, però i regolamenti, le convenienze si opponevano. Quanto non ho desiderato avere il cuore grande di don Benzi, di don Gelmini o di don Mazzi che credo abbiano il coraggio di non subire regole o Consigli di Amministrazione quando si tratta dell’uomo povero e derelitto che soffre ed attende!

All’alba di una notte insonne mi sono attaccato al telefono, avendo intravisto di lontano una pallida speranza. Poggiandomi su questa speranza sogno che quest’anno il Gesù nero, di questi fratelli che vengono da lontano, possa nascere in una casa ospitale.

Un dialogo difficile

Una concittadina del rione don Sturzo ha telefonato al “don Vecchi” per denunciare che un extracomunitario aveva buttato via i tortellini che gli erano stati appena donati e poi aveva finito per rompere un vetro della pensilina dell’autobus che era già stato sfondato da chissà chi!

Non avendomi trovato, mi ha ritelefonato il giorno dopo per ripetermi, con dovizie di particolari, il misfatto a cui aveva assistito. La voce era abbastanza calma e gentile, ma il rifiuto verso questa gente irriconoscente, incivile e maleducata era quanto mai fermo e deciso.

Io ebbi un bel dirle che fra centinaia di persone che vengono ogni giorno al “don Vecchi” si trova certamente anche la persona poco corretta, che la povertà non è sinonimo di “santità”, che i paesi di provenienza, le consuetudini, la vita emarginata a cui sono costretti a vivere non li aiutano ad assumere i migliori comportamenti del paese che li ospita, ammesso e non concesso che da noi non ci siano mascalzoni di ogni specie: drogati, bulli, sfaticati ed imbroglioni.

Non riuscii però a far minimamente breccia nella sua esecrazione, cortese a parole, ma tagliente nella sostanza. Ingranai quindi la seconda marcia, dicendole che l’integrazione è un problema che riguarda tutti, che i poveri nel mondo sono prodotti soprattutto da noi occidentali, che noi cristiani abbiamo un dovere particolare nel comprendere, aiutare e perdonare.

M’accorsi però che non incidevo niente di niente, perché probabilmente in una certa fascia del nostro quartiere s’è formata la mentalità che non siamo la periferia ma “i Parioli” della città, per cui i poveri, i diseredati, gli stranieri, sono come la spazzatura del meridione, che non deve notarsi per le nostre strade.

Ci siamo lasciati civilmente, lei però è rimasta nelle sue posizioni ed io pure!

Fanghiglia e disperazione!

Il piccolo mondo in cui vivo non posso definirlo un Paradiso terrestre, né il Paese del Bengodi o la Terra promessa, perché anche dalle nostre parti ci sono beghe, arrivismi, gente disimpegnata, critiche e pettegolezzi, ma tutto sommato si tratta di “peccati veniali”. Va bene che, vecchi come siamo, anche se volessimo fare bagordi non ne avremmo la possibilità, ma comunque la vita scorre tranquilla, perfino troppo.

Al “don Vecchi” trionfano indisturbati il riposo, il sonno e il dolce far niente. Quando però, di buon mattino, apro il giornale, ho l’impressione che una marea di fanghiglia entri in ogni fessura dell’anima e soltanto i titoli o fanno rabbrividire o, peggio ancora, stomacare. Delitti, ruberie, imbrogli di ogni genere, corruzione, immoralità a tutti i livelli della società, ma soprattutto nelle classi più alte, tra i politici, gli operatori finanziari, l’amministrazione pubblica, la magistratura, gli industriali e tutti con le relative corporazioni.

Qualche giorno fa ho incontrato una persona che conoscevo e che si ritiene “informatore sui fatti”, che me ne ha raccontate di ogni sorta di imbrogli e di immoralità. Il peggio poi, e quello che mi ha turbato di più, è stato che con grande sicumera mi ha parlato delle malefatte di “Comunione e Liberazione”, dell'”Opus Dei”, dello Ior, di cardinali di grande prestigio.

Credo che la bomba atomica o quella all’idrogeno non potrebbero creare nel mio animo una maggiore devastazione di questi discorsi. Spero che queste affermazioni siano solamente esagerazioni esasperate dalla passione politica ma, fossero anche vere, io ho deciso di stare dalla parte degli ultimi e di spendermi giorno per giorno e situazione per situazione, per aiutare chi sta peggio. Spero che questo mi salvi dalla disperazione sociale.

Don Gianni Fazzini, simbolo di un’utopia irrinunciabile

La nostra diocesi ha incaricato don Gianni Fazzini a promuovere la cultura della sobrietà, del risparmio, ma soprattutto del rifiuto dello sperpero, del consumismo esasperato e del recupero della sovrapproduzione. Il prete scelto per questo compito penso, per quanto mi è dato di conoscere, che sia la persona più adatta a promuovere questa autentica ed “impossibile” rivoluzione comportamentale.

Don Gianni, che non è più un adolescente, ho la sensazione che abbia raggiunto la pensione come prete operaio lavavetri, mi è parso che in tutte le sue imprese pastorali sia stato e sia ancora un gran sognatore, impegnato in missioni quanto mai difficili, anzi umanamente impossibili.

Guai a noi però se non ci fossero questi sognatori che perseguono con entusiasmo e generosità queste utopie! Il mondo senza gente del genere, sarebbe quanto mai statico, egoista ed indifferente ad ogni miglioramento nello stile di vita.

Mi rendo conto però che egli sia una voce nel deserto; predicare la sobrietà nei comportamenti quotidiani, quando la macchina poderosa dell’economia “costringe”, con un martellamento incessante, a consumare e convince l’opinione pubblica ad avere dei bisogni impellenti ed assoluti, quando in realtà sono assolutamente fasulli e nocivi sia per l’individuo che per la collettività.

Mi rendo conto che il confronto, tra questa voce “profetica” e il Golia tronfio e possente, può incorniciarsi solamente nel quadro dell’utopia, però sono egualmente convinto che è una fortuna per la Chiesa e la società, avere dentro di sé questo sognatore. Non sono molti nella Chiesa questi “preti folli”, ma ringrazio Dio che almeno ce ne sia qualcuno in ogni settore della vita pastorale anche se, per i più, essi sono solamente degli illusi.

La bella Fede dei cristiani d’oltreoceano

Più volte ho confessato che di buon mattino faccio un po’ di “meditazione” su un opuscolo edito dalla Chiesa metodista che fa parte dell’infinito arcipelago del mondo protestante.

Le mie cognizioni di teologia e di storia della Chiesa sono piuttosto limitate, perché il mio ministero l’ho svolto sempre a livello di manovalenza e perciò sono sempre stato un po’ lontano dall’intellettualismo teologico, motivo per cui mi domando spesso che cosa mi separa da questi fratelli che, con la ribellione di Martin Lutero, hanno rotto la totale comunione con la Chiesa cattolica.

Dalla lettura dei commenti alla Scrittura non avverto divergenze di sorta dal Credo che recito ogni mattina. Forse solamente pochi “eletti” – fuori dai percorsi della vita normale e della fede – conoscono i reconditi misteri di questa “separazione”.

Uso l’opuscolo per meditare perché dei cristiani di questa confessione religiosa senza titoli e senza pretese confessano con semplicità ed immediatezza, come si sforzino di tradurre nella vita concreta il messaggio di Dio che emerge dalla Bibbia, che credo conoscano meglio di noi cattolici.

Quello che però mi incanta è la fiducia assoluta con cui si accostano al testo sacro e l’interpretino in maniera letterale e si lascino condurre dalla “Parola di Dio” senza esegesi complicate e senza tentativi di coniugare suddetto pensiero con la cultura dominante, ora così razionalista e scettica verso tutto il discorso religioso.

Ho l’impressione che i cristiani d’oltreoceano siano più candidi, più fiduciosi in Dio, più disponibili alle verità rivelate, quasi che la loro fede abbia i connotati della freschezza dei bambini.

Gli atei come fanno?

Recentemente ho pubblicato una lunga lettera apparsa su “Gente veneta”, il periodico della nostra diocesi, scritto in cui un certo signor Luciano Verdone, persona certamente aperta alla filosofia, dimostrava che “negare Dio è una novità più grossolana che mai”, opponendosi, con rigore razionale, alla tesi di uno sparutello gruppo di atei militanti che vorrebbero far credere che il credo rappresenta “un pensiero debole ed un’idea malata”.

Era dai tempi del liceo e dei primi anni dei miei studi di filosofia e teologia che non affrontavo tematiche di questo genere e non risentivo le logiche stringate e rigorose di Aristotele e di san Tommaso, ma dopo una prima lettura frettolosa, mi sono presto ritrovato come chi è costretto ad ascoltare e parlare una lingua da tanto tempo trascurata. Da decine di anni mi sono sempre occupato della qualità del credere e dell’inverare nella vita concreta le verità su Dio; soltanto ultimamente mi è capitato di riflettere sulle posizioni, per me preconcette, di un certo ateismo militante e sulle posizioni di comodo di chi si crede ateo, pur non supportato da alcun ragionamento.

Ora, il manifestarsi di questo rigurgito ateista, mi ha risvegliato da un lungo torpore, portandomi a constatare che a livello personale mi trovo nella posizione di un famoso entomologo, Faber, il quale affermava: «Io non credo, perché vedo il volto di Dio nella natura e nel Creato!»

Qualche tempo fa, camminando lungo il sentiero lastricato che gira attorno al “don Vecchi”, vicino al quale ho piantato i ceppi di crisantemi di tutte le specie che la gente butta via dalle tombe quando sono sfioriti dopo novembre, e vedendoli tutti pronti a sbocciare a ottobre inoltrato, mi sono detto: “come fanno il giornalista Augias e il medico Veronesi a spiegare che tutti questi fiori, così diversi, si presentano all’appuntamento della fioritura come fossero svegliati da un lungo letargo invernale con uno squillo di tromba?”

A proposito del mio pensiero sugli zingari

La gente che legge volentieri “L’incontro” e ne condivide le idee, me lo comunica personalmente e fortunatamente per me e per la mia sensibilità, essa è numerosa. Mentre chi dissente dalle mie valutazioni, solitamente me lo scrive.

Io so di essere un uomo passionale, un combattente all’arma bianca, per difendere ciò in cui credo e per oppormi a ciò che ritengo nocivo ai valori che mi sono cari e ritengo importanti per me e per il mondo in cui vivo.

Non ho mai amato la diplomazia, le mezze misure, i silenzi di comodo per il quieto vivere, per non espormi o per essere preoccupato d’aver contro qualcuno o l’opinione corrente. Ho sempre ritenuto questo comportamento ignavo e meschino, pur sapendo che comportandomi diversamente posso scontentare qualcuno, crearmi grane, farmi dei nemici e sentirmi isolato e talvolta perfino emarginato. Però ho sempre pagato il conto della mia franchezza e della mia libertà di pensiero, non riuscendo a capire che chi la pensa diversamente non possa dire la sua, ben s’intende creandosi anche gli strumenti per passare le sue tesi.

Qualche giorno fa ho ricevuto una lettera astiosa ed irridente, per non dire strafottente, circa il mio pensiero sugli zingari, da parte di una persona talmente preconcetta da non aver neppure compreso che cosa ne penso sull’argomento. Gli ho risposto a giro di posta perché mi sfidava, se proprio volevo servire i poveri, di impegnarmi a favore degli zingari. Pur non condividendo la scelta comunale di aprire un nuovo ghetto, gli zingari li sto aiutando fornendo loro cibo, vestiti e quant’altro, opponendomi, come posso, alle loro ruberie ed insistendo presso l’opinione pubblica perché essi siano trattati come tutti i cittadini sia nei diritti che nei doveri.

La preghiera dei vecchi

Qualche tempo fa sono andato a far visita ad un mio vecchio parrocchiano che il Parkinson ha relegato in casa come un povero esiliato.

L’amico, solamente più vecchio di me di qualche anno, è sempre stato una persona attiva, prima nella politica come giovane democristiano della sinistra, poi impegnato con risultati veramente eccellenti a livello sociale e umanitario; scrittore caldo e dalla battuta ricca di humor, è vissuto da protagonista per molti anni a livello non solamente della comunità parrocchiale, ma soprattutto a livello cittadino. Poi la sorte cominciò ad essergli avversa, come tocca a quasi tutti noi anziani. Prima la morte di sua moglie, donna particolarmente ricca di umanità, intelligente, dolce, profondamente materna e dallo spirito gentile e garbato. Poi la malattia insidiosa e progressiva che gli ha rallentato il passo e reso più faticoso il linguaggio, pur lasciandogli lucida la mente per accorgersi del declino inesorabile che lentamente gli ha rubato brio, vivacità di parola, entusiasmo e speranza.

Desiderava vedermi, forse spinto dalla nostalgia di tempi migliori e di battaglie ideali combattute ambedue con coraggio per il bene della nostra città.

L’incontro però si risolse nel sommare tristemente le due vecchiaie minate da mali diversi, ma non migliori. I miei guai sono ancora in prospettiva, ma ogni giorno li vedo vieppiù nell’orizzonte sempre più vicini. Ci siamo scambiati reciprocamente una solidarietà nella nostra vecchiaia, ancora fortunatamente supportata dalla fede di un tempo, ma anch’essa meno bella e luminosa di quella dei tempi del vigore fisico e spirituale.

Iddio abbia pietà di noi, poveri vecchi e ci faccia l’ultimo dono: che non si spenga la speranza e la sicurezza di aver impiegato bene gli anni migliori.

Condivido il buon proposito del Patriarca circa la “Cittadella della Solidarietà”!

Nell’incontro promosso dal Patriarca e portato avanti dal vescovo ausiliare, mi è stato ripetuto più volte che l’iniziativa della “Cittadella della Solidarietà” verrà seguita dalla Diocesi. Perché poi non ci fossero dubbi di sorta, monsignor Pizziol mi ha ribadito, pur con rispetto e cortesia, che questa cittadella non sarà la cittadella di don Armando, ma quella del Patriarcato.

Perlomeno una volta sono totalmente d’accordo con la Curia. Non sogno, a livello personale, alcuna “cittadella”, mi bastano i 48 metri quadrati del mio alloggio al “don Vecchi” e me ne avanza. Sono felicissimo che la Chiesa veneziana faccia proprio questo progetto, lo promuova e lo realizzi come entità ecclesiale globale; mi pare che questa scelta coinvolga tutti i membri della comunità diocesana e soprattutto sia segno alto che i discepoli del Signore ritengono come componente essenziale della nostra religione non solo la linea verticale che la unisce al Creatore, ma anche quella orizzontale con la quale abbraccia il popolo dei fratelli.

In verità sono sempre stato abbastanza scettico circa l’autenticità cristiana di una Chiesa tutta preoccupata ed impegnata per la salvezza eterna e lo spirituale e poco attenta alla vita fisica e sociale dei suoi membri e al loro benessere umano.

Il Patriarca, nella sua visita pastorale, mi pare abbia quanto mai insistito sul dovere “del gratuito” e perciò, alla conclusione di questo lungo ed appassionato incontro con tutte le comunità e con tutti i membri della Chiesa veneziana, dar vita ad un segno che attualizzi il suo messaggio sia la cosa più bella e più opportuna che potesse fare. Io mi sentirò lieto di essere parte dei quattrocentomila cattolici veneziani che intendono dar gloria a Dio mediante la carità.

Scioperi scolastici

Mi pareva impossibile che quest’anno gli studenti, all’inizio dell’anno scolastico, non scioperassero, protestando contro qualcosa!

Quest’anno gli studenti ce l’hanno con la Gelmini per la riforma della scuola, ma mi domando: “Sono cinquant’anni che all’apertura della scuola vedo gli studenti protestare per qualcosa, ogni anno riescono a trovare un motivo per farlo!” Sono quindi giunto alla conclusione che, come ogni anno verso Natale scoppia l’influenza, ogni anno con un nome diverso – ma sempre di influenza si tratta – così ad ogni apertura dell’anno scolastico, gli studenti o risentono del risucchio delle lunghe vacanze, o faticano ad affrontare i ritmi per forza regolari delle lezioni. Sta di fatto che immancabilmente, sotto ogni governo e con tutti i ministri che via via si sono succeduti, ogni anno ho visto folle di studenti, ragazzi e ragazze, rubicondi e vestiti alla moda che, in maniera tanto goliardica e per nulla seria, con grida truci ed altisonanti, hanno manifestato perché la scuola che essi stessi rendono sempre meno seria, si rinnovi, illusi di poter crescere culturalmente, impegnandosi sempre meno a tutti i livelli (tanto i loro padri provvedono ad imbandire la tavola ogni giorno!).

Quest’anno, ma non è il solo, alla protesta festaiola degli studenti, s’è aggiunto il dramma dei precari che, per l’impreparazione di certuni e la demagogia di tutti gli uomini dello Stato, si sono inseriti a decine e decine di migliaia nel limbo del precariato, composto di insegnanti né carne né pesce.

Io non so se la Gelmini abbia ragione, non sono documentato, ma credo che comunque abbia ragione di tener duro; ormai da troppo tempo e per colpa di troppi, la scuola non educa, non passa valori, non insegna a vivere e lavorare con serietà.

E’ indispensabile dare agli anziani in perdita di autosufficienza una vita dignitosa!

Io non sono certamente un ammiratore delle case di riposo per mille motivi, primo fra tutti perché l’anziano viene privato di ogni seppur minima possibilità decisionale.

Qualche settimana fa sono stato a visitare un mio “confratello” ricoverato in una casa di riposo che, peraltro, gode di ottima fama a Mestre e che in realtà non è un’azienda in cui degli azionisti abbiano investito del denaro pensando che il rendimento sia maggiore e più sicuro! Ebbene l’ospite, pur se con una coscienza ormai limitata e fragile, mi raccontava, amareggiato e stupito: «Qui tutto è proibito “non deve far questo, non può andare là … ” ogni decisione è in mano dell’infermiera!»

Normalmente poi il bacino in cui si pesca il personale di servizio è certamente povero, spesso fatto prevalentemente da extracomunitari, che se non altro, hanno una cultura ed una sensibilità tanto lontane dalla nostra e sono sempre costretti ad accettare i lavori più ingrati che la nostra gente non vuole più fare. Comunque ci sono delle situazioni che, nel tipo di società in cui viviamo, dobbiamo accettare ricorrendo a questa soluzione, pur riveduta, corretta e umanizzata al massimo.

Io convengo con la dottoressa Corsi, alto funzionario del Comune di Venezia per quanto riguarda la terza età. Ella afferma: «L’anziano deve rimanere nella sua casa ed essere accudito come un tempo lo erano i nostri vecchi, accompagnati con amore al termine dei loro giorni». Io convengo totalmente su questo progetto e penso che la stragrande maggioranza dei nostri vecchi potrebbe vivere in questo contesto, ma a condizione che si possa ricreare la grande e numerosa famiglia patriarcale, con la coscienza di poter sorreggere con rispetto e amore l’anziano in perdita di autosufficienza.

So che questo obiettivo è difficile da perseguire, perché il contesto sociale è individualista o peggio ancora egoista, perché i famigliari spesso tentano di scaricare il “vecchio incomodo”; perché talora l’anziano rappresenta “un’entrata” da sfruttare col minimo sforzo e costo possibile; perché le norme burocratiche sono ben lontane dall’aver questa sensibilità e quindi l’importante per l’apparato è erogare comunque un servizio senza poi accertarsi se esso funziona e rispetta la dignità dell’anziano.

Noi al “don Vecchi” ci troviamo nella quasi tragica situazione che le case di riposo per non autosufficienti hanno sempre fuori il cartellino “completo”. Nel Centro non riusciamo ad avere quell’elementi giovani e disposti ad accettare la fragilità esistenziale del vecchio, qualora ce li cercassimo, e ciò sarebbe possibile, lieviterebbero i costi così che i “poveri” non potrebbero rimanere.

Spesso sarei tentato di “mollare”; per ora m’aiuta anche a non farlo una cara alunna di anni lontani, che pur dentro al groviglio burocratico del Comune, continua a credere ed operare come venti anni fa le ha insegnato questo “vecchio docente”.

Gli oleandri del Don Vecchi

Ogni tanto mi salgono alla mente certi proverbi, certi detti popolari, che mi sembrano dei segnali stradali quanto mai opportuni per raggiungere la meta.

Normalmente sono sentenze certamente, se non sapienti, almeno di buon senso, che si ricordano o per la rima o perché evocano istintivamente intuizioni o immagini che mettono a fuoco una verità o un obiettivo.

Qualche giorno fa , passeggiando lungo il vialetto che separa l’edificio del “don Vecchi” col filare di carpini, ormai possenti, che segnano oltre il prato, il confine del parco, osservavo con molto piacere la sequenza di oleandri che ora sono ancora in fiore. Essa costituisce quasi una scia colorata di bianco, rosetta, rosso e crema che ti accompagna lungo il vialetto e pare che ti sorrida con lo sguardo carico di simpatia.

Tra me e il filare di oleandri c’è una storia quanto mai impegnativa e non sempre idilliaca. Durante un torrido luglio di cinque, sei anni fa, un ipermercato ci ha regalato una ottantina di piccole piante in vaso di oleandro (al “don Vecchi”, come ad ogni ente caritativo, si regalano, come fosse oro, le cose più strampalate). Il vecchio Mario, che ora se li gode guardando giù dal cielo, le piantò scavando solo un buchetto col piccone, perché i muratori avevano seppellito sotto un lieve manto di terra tutte le macerie del cantiere. Per tutta l’estate li curarono col biberon perché non morissero in culla. Passati i primi due anni cruciali, crebbero fin troppo, creando una barriera verde che nascondeva il prato e che mi costava ogni anno più di mille euro perché non andassero a disturbare le stelle.

Pur sapendo che gli oleandri sono nati come arbusti, mi sono accorto che con un opportuno “addestramento” si adattano, pur con qualche ritrosia, ad erigersi come alberelli col fusto un po’ contorto, ma con una chioma quanto mai bella.

“Volere è potere”, dice il proverbio, ed io, come l’Alfieri, “volli, sempre volli, fermamente volli!”. Ora l’operazione non è ancora completa, però ogni giorno i miei occhi si posano con dolcezza e legittima soddisfazione su quei filari di cappellini multicolori, e penso con riconoscenza ed affetto, al vecchio Mario che mi ha lasciato in eredità tanta bellezza.

Come dovremmo rispondere agli atei e agli “atei cristiani”

L’impatto per l’incontro con alcune persone, che in questi ultimi tempi mi hanno detto d’essere atee, mi ha colpito profondamente.

Da un lato perché negli ultimi cinquant’anni della mia vita sono stati ben pochi coloro che mi hanno detto in maniera così esplicita di non credere, da un altro lato perché queste dichiarazioni di ateismo mi sono giunte in un lasso di tempo tanto ravvicinato così da farmi sospettare di trovarmi di fronte ad un nuovo fenomeno a livello religioso, infine perché quando ha cercato di indagare un po’ mi sono subito accorto che in quasi tutti i casi non c’era dietro a queste dichiarazioni alcun supporto razionale.

Probabilmente penso sia lo svilupparsi fino alle conclusioni estreme del processo di scolarizzazione iniziato decine di anni fa.

Ad accelerare questo processo di certo hanno contribuito i mass media che hanno enfatizzato le affermazioni di un corpuscolo di atei militanti, che pur non essendo tanto numerosi, fan tanto chiasso come tutte le persone controcorrente.

Questa riflessione preoccupante per un vecchio prete che si rifà all’idea di cristianità piuttosto che a quella del “piccolo gregge”, s’è purtroppo aggiunta un’altra ancora più preoccupante che verte sul fatto degli “Atei Cristiani”. Cioè di coloro che appartengono ufficialmente alla chiesa, ma la cui fede non incide minimamente sulla vita, questi, questi temo siano ormai moltitudine. Che fare?

Di certo la testimonianza decisa e coerente può essere un faro per tutta questa gente che naviga al buio o nella nebbia.

Poi però credo che si debba puntare con più decisione sulla catechesi seria ad ogni età, sviluppata con tutti i mezzi possibili.

Infine credo che sia tempo e ora di finirla con l’enfatizzazione dei riti quasi invano talismani miracolosi, penso che, come in tempi lontani S. Girolamo tradusse la Bibbia nella “Vulgata” cioè nella lingua parlata del popolo, cosi oggi dobbiamo tradurre il messaggio in maniera comprensibile all’uomo comune, ossia a quella che chiamano “opinione pubblica”.

Da ultimo forse è giunto il tempo di tirar fuori la vecchia apologetica, riveduta e corretta, ossia è giunto il tempo di passare al contrattacco con motivi di logica stringente e convincente.

Da parte mia da tempo tento di fare la mia piccola parte; spero che gli “alti comandi” e il grosso dell’esercito si scuota finalmente e sviluppi una forte controffensiva.