Sono innamorato della mia comunità!

Sono sempre più innamorato della mia comunità. Con alcuni fedeli ci incontriamo ogni giorno per la preghiera comune, mentre tutti gli altri li incontro per l’Eucarestia del giorno del Signore che diventa il cuore e il momento più ricco della nostra fraternità e della calda amicizia.

Col tempo si è aggiunto al denominatore comune nell’ascolto della Parola di Dio, della lode al Signore e della frazione del Pane di vita, pure un ricco sentimento di simpatia umana. Nei nostri incontri s’avverte sempre il calore della nostra comunione e l’entusiasmo di avere la gioia di incontrare il Padre comune e i fratelli.

Per i fedeli della mia piccola comunità della “Madonna della consolazione” parlare di precetto festivo sarebbe usare un termine estremamente riduttivo, perché da noi c’è sempre l’attesa e la gioia di ritrovarci.

Io, ripeto, sono letteralmente innamorato della mia comunità, tanto da essere pure geloso ogni volta che mi sembra che manchi qualcuno!

Ho letto, molto tempo fa, un bellissimo volume che parlava della Chiesa come comunità di credenti, di fratelli e di figli di Dio. Di questo volume ricordo benissimo l’entusiasmo e la gioia con cui si parlava della Comunità di Cristiani fondata da Cristo, ma soprattutto ricordo il titolo: “La sposa bella”.

Il Signore m’ha fatto l’immenso dono di farmi incontrare ed innamorare pazzamente della mia sposa bella. Non è vero che la vecchiaia non è più un tempo per amare, anzi in questa “stagione” l’amore diventa più tenero, più delicato ed essenziale. Ogni volta che io incontro la “sposa” della mia vecchiaia il mio cuore batte forte forte e ringrazio Iddio d’avermi fatto un dono così bello anche per la mia tarda età.

Una bella verità da ricordare sempre

La ditta di pompe funebri “Busolin”, condotta da due giovani e cari amici, qualche anno fa mi ha commissionato una riflessione sull’evento della morte.

Fui felice di collaborare, a motivo della mia stima e della mia riconoscenza, ma anche perché il mio apporto mi dava modo di dare una lettura religiosa a questo triste evento.

Mi accadde però un guaio di impostazione, in quanto avevo capito che mi si chiedesse qualche indicazione di ordine pratico circa questo evento, mentre questi due giovani titolari dell’impresa di pompe funebri avevano pensato ad un volume contenente una ricerca da parte di una psicologa ed un’altra da parte di un sacerdote a livello religioso.

Quando mi si mostrò il contributo della psicologa, dottoressa Gardenale – uno studio ben fatto – compresi che la mia impostazione era sbilanciata perché povera e limitata ad aspetti solamente pratici. Tentai di rimediare offrendo una antologia di immagini, come tessere, di forma e di colore diverso, quale mosaico che raffigurasse una lettura positiva del triste evento, illuminato dalla fede.

Il mio discorso si presenta quindi nel volumetto, non come un approfondimento teologico, dotto e specifico, ma con una serie di immagini semplici e soprattutto facilmente leggibili a livello popolare. Non passerò alla storia come un teologo insigne, ma mi accontento di essere accettato come un modesto catechista che spera di farsi ascoltare.

Il volume ha avuto e continua ad avere un insperato successo, tanto che se ne sono stampate e diffuse quindici-ventimila copie e continua ad essere richiesto.

Qualche giorno fa pensai che se mi fosse possibile oggi aggiungerei un’altra bella tessera al mosaico sulla vita nuova. L’immagine mi è stata offerta da un film trasmesso in occasione della morte recente del famoso attore Paul Newman. Il protagonista del film interpretato da questo attore, racconta la storia amara di un ragazzo sbandato della periferia di una metropoli americana che trova la “salvezza” nel pugilato. Dopo alterne vicende il protagonista affronta un match dalla cui riuscita è in gioco la sua vita e quella della sua famiglia. Vince con immensa fatica e, prima di annunciare la vittoria a casa, guarda il cielo stellato e pronuncia la frase che offre la chiave di lettura di tutto il suo dramma: «Lassù qualcuno mi ama!» Quando cito questo pensiero durante il sermone dei funerali, avverto che i miei fedeli sono quasi sollevati e rincuorati da questa bella verità.

Situazioni che mettono in difficoltà

C’è un detto popolare che recita: “Il mondo è bello perché è vario!”. Sarà anche vero, ma a me questa varietà crea spesso dei drammi interiori.

Col tempo credo, come tutti, di essermi costruito una certa strutturazione nei riguardi della vita, di aver creato comparti, scala dei valori, criteri di valutazione. Ma il “quotidiano”, questo apparentemente monotono e terribile quotidiano, mi procura degli incontri, delle situazioni che spesso scuotono e talvolta sconvolgono questa sistemazione esistenziale costruita con tanta fatica e in tanto tempo.

Nel giro di una quindicina di giorni mi sono capitati due “casi” simili, che di primo acchito mi hanno sorpreso, poi irritato ed infine messo in crisi.

Una quindicina di giorni fa una buonanima di uno dei tanti “centri d’ascolto” che oggi vanno di moda anche nelle strutture ecclesiastiche e che risolvono i problemi scaricandoli sulle spalle degli altri, mi ha mandato una signora di mezza età un po’ “particolare”. Mi chiedeva, su indicazione del solito centro di ascolto, una stanza per dormire perché attualmente dormiva nella sua vecchia auto parcheggiata nel cortile del patronato di Spinea.

Le spiegai che non ne avevamo e soprattutto che la nostra scelta era quella degli anziani (purtroppo la gente in difficoltà non capisce la logica di queste scelte). Le indicai alcune possibili soluzioni ma, con notevole sorpresa, venni a sapere che aveva rifiutato una stanza calda della Caritas per solidarietà con la sua cagnetta che avrebbe dovuto rimanere al freddo in automobile perché non le permettevano di portarla a letto con lei. “Risolsi” il caso dandole 10 euro!

In questi giorni, sempre su indicazione delle assistenti sociali di un Comune limitrofo, che non sono diverse dai centri di ascolto, fui invece in grado di assegnare un alloggio ad una signora con mille drammi e con la risorsa di 320 euro mensili, somma che riceve, come alimenti, dal marito da cui è separata. Anche questa signora da mane a sera piagnucola perché non le permettiamo di portare al “don Vecchi” la sua gattina. Se lo facessimo il “don Vecchi” sarebbe già diventato lo zoo di Mestre! Occuparsi del prossimo è giusto e doveroso, ma purtroppo è tanto difficile!

Un prete che ha precorso i tempi

La mia lettura della vita di don Olindo Marella, il santo prete dell’isola di Pellestrina, tanto ammirato da Indro Montanelli, procede abbastanza veloce e sempre più appassionata. Mai avrei immaginato che questo concittadino della nostra laguna avesse una personalità così decisa, una carità senza limiti ed una fede così forte da reggere di fronte all’ottusità di certi comparti dell’apparato ecclesiastico che si sono accaniti nei suoi riguardi.

I cenni veloci del principe del giornalismo italiano su questo prete avevano creato in me una immagine bella, ma un po’ patetica, tanto che nella mia fantasia s’era formata l’immagine di un prete vecchiotto e molto pio che stendeva la mano all’angolo delle strette strade del paesino lagunare, elemosinando per poter pagare il latte e il pane ai suoi assistiti. Don Marella fu invece molto, molto di più, è stato un innovatore, un don Milani in anticipo. Promuovendo la culturazione per ragazzi ed adulti, fu una presenza attiva e coinvolgente nella scuola pubblica, un promotore di iniziative solidali di tutto rispetto, anticipando pure in questo campo il progetto di Nomadelfia (la città dei fratelli) di don Zeno Saltini, un realizzatore della città dei ragazzi, ben prima delle iniziative similari sorte dopo l’ultima guerra mondiale.

Don Marella fu un prete “libero e fedele”, come poi è stato don Primo Mazzolari, un prete che amò la Chiesa e vi rimase dentro nonostante che certi membri dell’apparato ecclesiastico, infastiditi forse per la radicalità evangelica di questo sacerdote da Vangelo, l’abbiano umiliato nella sua dignità di uomo e di credente.

Incontrare preti del genere, anche se solo tra le pagine di una modesta biografia, è una fortuna ed una grazia che ti sprona all’autenticità e all’impegno. Io mi reputo ben fortunato d’aver incontrato, seppur nella tarda età, un prete del genere che riesce a ringiovanire il mio sacerdozio.

Ancora un pensiero a suor Maria Luisa, per me “un garibaldino in convento”

Ultimamente è morta, dopo una lunga ed operosa vita, suor Maria Luisa delle canossiane di Mestre. Una suora “sui generis”, meravigliosa e stupenda per me, che tutto sommato tendo ad essere anticonformista, ma che credo, per quanto ne so io, possa aver creato almeno qualche problema per la sua congregazione e per il suo convento in particolare.

Suor Maria Luisa, donna non estremamente colta, ma estremamente intelligente, s’è interessata di tutto e di tutti, non c’era settore della vita o tipo di personalità o di dramma umano che non la coinvolgesse come donna e come credente. So che era laureata in lettere e che ha insegnato soprattutto nella scuola pubblica, ma anche i bambini, i poveri, la catechesi, gli ammalati e i drammi umani la coinvolgevano in maniera totale; era una donna che non si impegnava a risolvere i problemi in genere, ma era interessata soprattutto all’uomo, alla persona e all’individuo, che in realtà è l’unico soggetto non fittizio, ma vero.

Tante volte mi sono domandato “Ma come ha fatto a rimanere in convento per una vita intera, ove le regole, il carisma, la tradizione, la comunità, i superiori sono, in genere, più rigidi delle sbarre di una prigione e tutto tende ad appiattire, a standardizzare le persone costringendole a modelli preconfezionati, mediante un’ascetica che è esattamente opposta ai criteri del Padre eterno? Dio ci ha creati diversi, tanto che ogni creatura è assolutamente unica, perché a qualcuno è capitato lo sfizio di pretendere per tutti lo stesso abito, lo stesso modo di vivere, operare e pregare?”.

Alla notizia della morte di suor Maria Luisa, suora che nella mia fantasia ho sempre inquadrata come il titolo di un vecchio film “Un garibaldino in convento”, ho pregato perché il Signore mandi in ogni comunità religiosa di qualsiasi tipo, almeno una suor Maria Luisa che metta in crisi “il sistema”.

A proposito di scuola

M’è capitato di leggere su di un periodico genovese “Il seme”, una strana “particolare” notizia che riporto integralmente. Premetto però il motivo di questa pubblicazione: primo, perché il trafiletto m’ha dato modo di riflettere sulla situazione della scuola nel nostro Paese e sulle vicende della recente riforma, le quali hanno dato modo ai nostri studenti, all’inizio dell’anno scolastico, di prolungare, come ogni anno, le già lunghe vacanze estive; secondo, perché mi costringe a riflettere a voce alta anche su un altro grave problema nazionale ben bene occultato da un velo di ipocrisia e di stoltezza intollerabile.

Veniamo alla notizia de “Il seme” firmata da Massimo Gramellini.

Stamani la signora Francesca Merlo e suo marito manifesteranno con cartelli e striscioni davanti al Comune di Milano per chiedere al vicesindaco che la loro creatura quindicenne venga bocciata. Sono esasperati e un po’ esibizionisti, ma non pazzi. Non più di chi ha scritto la legge della scuola nell’ultimo mezzo secolo. La ragazza frequenta il liceo linguistico Manzoni ed è stata promossa in seconda con tre “debiti formativi”.

Una volta si sarebbe detto rimandata in tre materie. Ma erano tempi volgari in cui le parole cercavano ancora di dire la verità. Adesso che bocciare è maleducato, oltre che scarsamente utile alla carriera dei professori (chi perde alunni non sa insegnare, è una teoria in voga) i somari vanno avanti lo stesso, accumulando “debiti” che negli anni seguenti non avranno neppure l’obbligo di onorare: un ideale biglietto da visita per questa Repubblica fondata sui mutui. Proprio come certi strozzini che non mollano il cliente, la scuola promuove la ragazza “indebitata” ma le impedisce di cambiare istituto.

Per spezzare la catena servirebbe una bocciatura ed ecco spiegato il gesto a prima vista assurdo dei genitori. Il resto, la ragazza che vuole cambiare aria “perché non si sente capita”, mamma e papà che non comunicano con gli insegnanti della figlia e si schierano acritici al suo fianco, persino la minaccia di ricorrere al Tar, rientra invece in un contesto di rassegnata normalità.

Io non sono in grado di valutare i meriti e i demeriti della riforma Gelmini, però se fosse vero che questa riforma si rifà al criterio della meritocrazia, per me sarebbe già una riforma splendida.

E’ giustissimo che il Paese cerchi una culturizzazione generale, e lo faccia mediante insegnanti validi ed operosi, ma è altrettanto stupido e nocivo avere una scuola che appiattisce, continui a dare “voti politici”, ed incoraggi a salire i gradini del sapere a chi non ne ha le risorse.

La cultura di sinistra, in questo ultimo secolo ha collocato in alto delle creature che non hanno risorse per occupare posti che esigono intelligenza e preparazione adeguata. Per me merita altrettanto rispetto ed ha altrettanto valore per la collettività sia il professore universitario che l’ultimo spazzino, però c’è chi è idoneo e si realizza compiutamente a fare il professore universitario e chi invece a fare lo spazzino, guai a invertire i due ruoli.

Col crollo del muro di Berlino è crollata una impalcatura politica falsa e fallimentare, ma c’è ancora molto da fare per far crollare una mentalità altrettanto assurda e fallimentare ancora presente nella scuola e in tanti comparti della nostra società.

Auguri

Quanti curano questo spazio con don Armando porgono (un po’ tardivamente e ce ne scusiamo) ai visitatori i piu’ sinceri auguri per una buona Pasqua, Lunedi’ dell’Angelo, San Marco (patrono di Venezia) e festa della Liberazione.

Una mamma tenace

Il figlio mi aveva tracciato un rapido e sommario ritratto della mamma a cui l’indomani avrei dato l’ultimo saluto. Come capita per le realtà importanti ed essenziali della vita, uno ha la sensazione di aver bisogno di tempo per delineare la vita e la personalità della persona cara dalla quale sta per distaccarsi. Poi, quando questo figlio prende la parola, finisce per balbettare qualcosa di confuso, mentre avrebbe il desiderio di trovare le parole più belle per incorniciare il volto dell’amata mamma.

Anche in questa circostanza dovetti esser io a fargli qualche domanda perché emergesse dal suo rimpianto e dall’amore un volto più definito di chi gli aveva donato la vita e l’aveva cresciuto con amore.

Quando poi, a conclusione di questo breve discorso, finii per domandargli se avesse qualche particolare da riferirmi, in modo che io potessi offrire ai partecipanti alla messa del commiato un aspetto positivo della testimonianza di vita di questa vecchia donna che tornava al Signore, farfugliando confuso mi disse che sua mamma era stata una donna “tenace”. Immaginai quindi una donna dalle linee consistenti, mentre invece, prima di darle l’ultima benedizione scorsi nella bara un corpicino minuto.

Nonostante questo compresi che lo spirito che abitava in un corpo ormai logoro dalla vita deve aver dato il coraggio, la forza e la volontà di affrontare la vita, compiendo il proprio dovere e portando a termine la sua missione senza deflettere.

Aveva ragione il figlio! Compresi che quella povera mamma era stata una di quelle tante e povere pietre, nascoste dall’intonaco, che nonostante la poca apparenza, reggono l’edificio della nostra società.

Guai se ci fossero nel mondo solamente capitelli elaborati che fanno fin troppa mostra di sé; la società regge ancora perché nel mondo ci sono, per fortuna, innumerevoli creature “tenaci” come questa che, nonostante tutto, reggono le pareti portanti del nostro mondo.

Nel mio sermone perciò le appuntai la “medaglia d’oro” della stima e della riconoscenza di tutti.

Il libro della natura ci offre una lezione magistrale di vita

Il sermone a commento del Vangelo della domenica mi impegna quanto mai. A parte il fatto che la “parola di Dio” dovrebbe essere sempre inquadrata ed offerta in una cornice d’oro massiccio, io in più ho la fortuna di rivolgermi ad una comunità così bella, a cui vorrei donare un qualcosa che veramente sappia di verità e d’amore.

Alla domenica, dopo la lettura del testo sacro, sogno di spargere nei cuori attenti dei miei carissimi fedeli dei semi di luce e di speranza veramente turgidi di vita, pronti ad attecchire immediatamente e a donare un frutto sostanzioso. Tutto questo mi comporta una riflessione prolungata che accompagno con una preghiera ardente perché il Signore fecondi il messaggio e, come dice la Scrittura, “la pioggia che cade dal cielo non cada mai senza portar frutto”.

Qualche settimana fa m’è capitato di commentare una delle pagine del Vangelo più ricche di poesia e di saggezza; era il brano che parla degli uccelli dell’aria che non seminano né raccolgono dai granai, eppure da mattina a sera danzano felici nel cielo, e dei gigli del campo che senza andare da Cristian Dior vestono meglio di re Salomone il quale incantava perfino la regina di Saba.

Dissi ai miei fedeli che se non avessimo altro testo dal quale imparare a vivere, basterebbe guardare in ogni stagione e in qualsiasi angolo della terra il Creato, per avere una lezione magistrale di vita.

Ricordo che, avendo io, giovane pretino un po’ presuntuoso, fatto osservare al mio vecchio parroco don Vecchi, che lo vedevo poco leggere ed aggiornarsi culturalmente, egli mi rispose: «Caro Armando, se alla mia età non avessi ancora imparato a leggere il libro della vita, sarei finito, alla mia bella età, senza aver capito proprio nulla!»

Il libro della natura, o quello della cronaca quotidiana, sono due volumi più che sufficienti per diventare veramente sapienti quanto Socrate o Aristotele!

“Lassù abbiamo qualcuno che ci ama!”

La frase con cui un famoso attore, morto lo scorso anno, conclude il film di cui era protagonista, è diventata per me una “citazione” quanto mai ascoltata durante i miei sermoni di commiato.

Paul Newman era un attore che io non conoscevo, ma che la stampa unanime, in occasione della sua morte, descrisse come un attore quanto mai valido.

Io ormai non guardo quasi mai i film alla televisione, mi sembrano ripetitivi, carichi di violenza e soprattutto mancanti di quella poesia che è il cuore di ogni opera d’arte. Ma non so come, e perché, in occasione della morte di questo attore, avendo la Rai messo in onda il film di cui era protagonista, finii per vedere tutto il film senza addormentarmi, come mi capita quasi sempre.

La trama si rifà a quel filone della tradizione americana che vuole che, nonostante tutte le difficoltà e traversie, il protagonista risulti vincitore. Volesse il cielo che le pellicole del nostro tempo si rifacessero a questa positività e a questo ottimismo, magari di maniera!

Ecco la trama. Un ragazzo di famiglia povera finisce per vivere un’infanzia e soprattutto un’adolescenza balorda finché, per grazia di Dio, finisce in una palestra di pugilato e, attraverso infinite vicende, ora liete ora tristi, emerge, si fa una famiglia ed ha dei bambini. Sennonché la sorte gli è avversa e pare che ritorni nel baratro, ma gli si offre l’opportunità di un “combattimento importante” e riesce, con sforzi inumani, a vincerlo.

Torna a casa per annunciare alla sposa e ai figli, che l’aspettano con ansia, la vittoria che finalmente risolverà anche i suoi problemi di ordine economico. Prima di salire le scale guarda in alto ed esclama: «Lassù c’è qualcuno che mi ama!»

Newman, anche senza saperlo, dice una grande verità, e quando io cito la frase di questo attore durante il commiato che celebro nella mia povera chiesa che ha le capriate a due spanne dalla testa dei fedeli, i presenti l’ascoltano con più attenzione e fiducia che se l’avesse detto san Paolo o sant’Agostino.

E’ bello e confortante sapere che “lassù abbiamo qualcuno che ci ama!”

E’ sempre vero il vecchio motto “bisogna fuggire le occasioni prossime di peccato!”

Circa un anno fa le assistenti del Comune ci avevano chiesto di accogliere al “don Vecchi” un loro assistito, per tentare un suo inserimento sociale nella normalità della vita. Assieme avevamo concordato qualche lavoretto semplice che quest’uomo, ancor giovane, poteva fare. Egli venne con puntualità, facendo del suo meglio, a tener in ordine il cortile, svuotare i contenitori delle immondizie.

Finimmo per affezionarci reciprocamente, tanto che alla fine dei tre mesi di prova tutti fummo contenti di “assumerlo” a tempo indeterminato. Il Comune gli garantiva una paghetta mensile di un paio di centinaia di euro, noi aggiungevamo delle mancette in occasione dell’arrivo delle bollette del gas o della luce.

Carlo mangiava dai frati, ma in occasione delle ferie di agosto, quando i frati chiudono, ci disse: «Vengo da voi a mangiare!» Così ci restò anche dopo le ferie.

Nel frattempo egli cominciò a socializzare e a rendersi utile, tanto che ai nostri vecchi non parve vero di poterlo utilizzare per l’asporto delle immondizie o per qualche altro lavoretto. In compenso gli regalavano qualche euro o, peggio ancora, gli pagavano qualche “ombretta” al bar.

Questo fu l’inizio della china, ma il colpo di grazia glielo diede un nuovo arrivato, suo commensale, che portava volentieri una bottiglia di quello buono a tavola, e il nostro collaboratore non si tirava indietro. Per qualche giorno continuò a lavorare barcollando, poi una “caduta” rovinosa, seguita da una breve ripresa.

La diga della continenza però, gia segnata, crollò disastrosamente come il Vajont. Quando tornerà lo metterò a tavola con delle nonnette assolutamente astemie e gli farò fare il voto di bere solamente “sorella acqua, umile e casta”.

In occasione della “caduta” di Carlo, mi sono ricordato dell’antico e saggio monito che ho imparato settant’anni fa al catechismo e che è tuttora valido per tutti i settori della vita, nonostante il parere contrario degli psicologi o dei radicali: “Bisogna fuggire le occasioni prossime di peccato!”. Questo vale per fratello Carlo del nostro convento, ma vale pure per tutti noi!

Don Olindo Marella

Ci sono certe immagini, certe esperienze ed anche certe letture che rimangono particolarmente impresse nella memoria e nella coscienza.

So di ripetermi, ma non riesco a non farlo. Più volte ho annotato in questo mio “diario” la mia sorpresa nell’aver letto quanto il famosissimo giornalista italiano, Indro Montanelli – l’uomo di cultura dalla parola essenziale e tagliente come una lama affilata, lui di matrice radicalmente laica – scrive con grande ammirazione del “santo” palestrinotto, padre Marella. Credevo che Montanelli fosse stato toccato dalla grande carità di questo prete, nato nella piccola isola di pescatori della laguna veneta. Montanelli ha scritto più volte di questo prete che amava veramente i poveri, il quale s’è perfino spinto a stendere la mano per chiedere l’elemosina per poter aiutare i suoi beneficiati.

Qualche tempo fa una cara creatura con cui ho condiviso per parecchi anni la splendida avventura de “Il Germoglio”, il centro polifunzionale per l’infanzia della mia parrocchia, avendo letto queste note con cui affermavo che non solo i laici, ma anche i miscredenti si inchinano di fronte agli uomini della solidarietà, essendo essi pur frati o preti, mi fece avere la biografia di questo prete, don Olindo Marella.

Sto leggendo con notevole interesse la vita di questo prete isolano, vissuto all’inizio del secolo scorso, ed ho scoperto finalmente un motivo supplementare dell’ammirazione di Montanelli: don Marella non fu solamente un uomo della carità, ma anche un uomo di cultura, un prete libero ed anticipatore del Concilio e del risveglio della Chiesa e del pensiero dei cattolici moderni, un uomo che seppe pagare in umiltà e in silenzio l’arroganza e la chiusura mentale di qualche membro della gerarchia.

Per fortuna don Marella incontrò l’arcivescovo di Bologna, mons. Nasachi Rocca, che lo accolse a braccia aperte riscattando col suo gesto la “categoria” che a suo tempo non brillò per ricchezza umana, coerenza evangelica e rispetto della persona e della coscienza altrui.

Credo che anche ai nostri giorni, nonostante la secolarizzazione, chi si nutre di libertà, di verità e di Vangelo, si impone all’ammirazione e alla stima della gente del nostro tempo, sia credente che laica.

La tragica vicenda di Enzo Tortora

L’ho già detto: “Rai storia”, offertami dal digitale, mi sta rubando i dopo cena. Finalmente mi pare d’aver scoperto il meglio della televisione. Anche se talvolta mi lascio andare a qualche pisolino, dovuto alla stanchezza e all’età, seguo con estremo interesse i programmi che questo canale sforna giorno dopo giorno. Sembra un flusso inesauribile di note e di filmati che mettono a fuoco avvenimenti e personaggi che avevo conosciuto fuggevolmente dalla cronaca, ma che ora i redattori del programma inquadrano in maniera approfondita e con dovizie di particolari.

La mia televisione, oltre ai notiziari, è ormai suddivisa tra la storia, l’arte e la natura. Mai avrei immaginato di poter “visitare” un’Italia così bella e così ricca di monumenti e di opere d’arte, mai avrei neanche minimamente sognato di poter scoprire mari, coste, boschi, lagune e paesaggi così belli e diversi. Sto letteralmente scoprendo il volto più bello del mio Paese.

Non tutto però quello che scopro è idilliaco; purtroppo la macchina da presa è spesso impietosa e talvolta riprende e ti mette di fronte agli occhi gli aspetti più crudi della cattiveria umana e i drammi più struggenti degli uomini del nostro tempo.

Qualche sera fa ho seguito la tristissima vicenda di Enzo Tortora. A suo tempo avevo sentito parlare delle accuse, della condanna del prestigioso presentatore televisivo, ma mai avevo sentito dalla viva voce il dolore, l’impotenza, la ribellione e la disperazione di Tortora e della sua famiglia.

La magistratura italiana, che dovrebbe rappresentare la coscienza, l’attenzione all’uomo, la sete di verità e di giustizia, credo che mai sia caduta tanto in basso nella stima del Paese.

Io non posso parlare perché non conosco i problemi della separazione delle carriere, del processo breve, della responsabilità del giudice e delle intercettazioni, però ho l’impressione che l’avere in mano il potere di decidere sulla sorte degli uomini induca facilmente all’arroganza e allo sprezzo del dolore umano, della dignità. Non ho motivo di dire che i magistrati assomiglino ai despoti, ma di certo credo che almeno ne abbiano le stesse tentazioni. Non vorrei aver mai visto il servizio su Enzo Tortora, esso mi pesa troppo sul cuore.

Da oggi pregherò ogni sera per gli innocenti e per chi deve giudicare l’uomo.

La primavera e l’autunno

Quando sono venuto via dalla parrocchia ho dovuto regalare, vendere o buttare la biblioteca che m’ero fatto in mezzo secolo di vita da prete. Sono stato costretto a farlo perché nel mio minialloggio al “don Vecchi” o ci mettevo i libri o il letto per dormire e il tavolo da mangiare! Ho optato necessariamente per questa ultima soluzione.

Di tutti i volumi ho conservato solamente quelli che abbiamo sfornato con l'”Editrice Carpinetum”. Pensavo che in pensione mi avrebbe fatto piacere ritornare ai “bei tempi andati”, sfogliando i numerosi volumi che raccolgono le mie innumerevoli riflessioni, prese di posizione, sogni e speranze. Un capiente armadio di noce custodisce ora i cinquantacinque anni di vita della parrocchia: dagli articoletti romantici dei Gesuati agli articoli più maturi nati a San Lorenzo e a Carpendo, alla “storia di un ottuagenario” prete in pensione.

Tutto questo lungo passato rimane ben custodito nell’armadio di noce.

Ben raramente trovo il tempo di sfilare un volume per ricordare tante vicende che portano il segno del tempo in cui le ho scritte. Talvolta però, seppur fuggevolmente, rubo qualche momento a ciò che mi impegna attualmente, per lasciarmi andare alla memoria e alla nostalgia.

Qualche giorno fa, terribilmente angosciato perché mi pareva che il mio scrivere stesse diventando sempre più involuto e banale, ho preso il secondo volume dei miei “diari”. E mi sono trovato tra le mani un volumetto compatto di 240 pagine stampate in 2500 copie dall’editrice “Il prato” di Padova e curato da Giovanni Stefani, caporedattore della Rai TV di Venezia. Dopo la cara prefazione del noto giornalista televisivo, la prima pagina porta la data del 3 gennaio 1990, ventun anni fa, e termina col 29 settembre 1998.

Leggendo qua e là le note di qualche giorno, ho scorto la stessa differenza che passa tra l’immagine, matura si, ma non ancor vecchia di allora, e quella cadente e logora di oggi. Ho capito che debbo assolutamente rassegnarmi ad accettarmi anche nello scrivere, come ora sono.

L’autunno non potrà mai pretendere d’avere il volto della primavera e neanche dell’estate. Voglio perciò essere almeno contento d’aver vissuto con intensità tutte le stagioni della vita.

Religione e libertà

Ho scoperto tardi, ma fortunatamente ho scoperto che in ogni tempo ed in ogni categoria di persone c’è sempre qualcuno di intelligente, onesto e coerente, che con la sua dirittura morale fa da contrappeso alle meschinità del tempo e degli uomini.

Recentemente s’è celebrato l’anniversario della morte dell’Abbé Pierre, il famoso francescano che prima si converte, poi si fa frate, quindi entra nella resistenza, viene eletto deputato ed infine fonda quella splendida associazione denominata “Emmaus” per la redenzione dei barboni e dei senza fissa dimora.

Ho letto recentemente che il confessore dell’Abbé Pierre, che era il famoso teologo francese De Lubac, suggerì, il giorno dell’ordinazione sacerdotale del suo penitente: «Nel momento in cui sarai prostrato a terra, di fronte al vescovo che sta per importi le mani, chiedi allo Spirito Santo la grazia di concederti la virtù di un sano anticlericalismo!»

Quando ho letto questo discorso, di primo acchito sono rimasto un po’ sorpreso, ma poi ho ben capito quanto fosse saggio ed opportuno questo suggerimento. L’Abbé Pierre credo che abbia detto con fede questa preghiera ed abbia sicuramente ottenuto la grazia perché visse con pienezza la libertà di figlio di Dio.

Cristo è venuto in questo mondo perché l’uomo prendesse coscienza della sua dignità, della sua libertà e dell’originalità della sua persona e perciò è antireligioso non chi non accoglie e vive con ebbrezza questo dono, ma chi pretende invece di limitarlo o mortificarlo.

Io ringrazio Dio di tutto cuore di vivere in questo tempo in cui questa libertà è garantita anche al più umile dei cristiani e chiedo perdono per tutti coloro che, in nome di non so quale dottrina, l’ha terribilmente cancellata fino ad un recente passato.