Don Armando Trevisiol


Archivio di settembre 2010

“Signore, ricordati quanto d’aiuto sono stati a questo tuo povero prete!”

giovedì, 30 settembre 2010

Oggi non ho più il coraggio di concedermi il piacere di leggere un romanzo o di dedicare qualche ora all’ascolto della musica sinfonica, che mi piace da morire. Uno come me, che sta vivendo da un pezzo nei tempi supplementari, ha una tale urgenza e frenesia di far gol, per vincere la partita della vita, che non gli pare di potersi più permettere divagazioni ed impegni che non siano strettamente necessari.

Qualcuno mi dice che sbaglio a pensarla così, talaltro mi cita san Paolo che afferma che qualsiasi cosa è ben fatta se è fatta per il Signore. Io però, pur accettando con la ragione questi discorsi, a livello esistenziale non riesco più a sottrarre neppure un minuto a quello che credo sia il mio dovere. Detto questo però, ringrazio infinitamente il Signore d’aver letto molto; forse un po’ disordinatamente, perché non ho incontrato educatori che mi hanno guidato, però quello che ho letto mi ritorna come una dolce nostalgia del passato e profuma anche il mio presente. Così mi sento spesso costretto a ringraziare autori che non avranno mai la soddisfazione di sapere che molti dei loro pensieri son fioriti, hanno talvolta allietato e talaltra temprato lettori sconosciuti di popoli diversi.

Se dovessi, come sarebbe doveroso, ringraziare pubblicamente gli autori che mi hanno formato come uomo e come prete, dovrei scrivere una lunghissima lista. Non posso però non citare Cronin, con i suoi romanzi: “Anni verdi”, “La cittadella” o “Le stelle stanno a guardare” o “Le chiavi del regno”. Devo a lui se non sono diventato integralista e bigotto. O trascurare Bernanos, col suo “Curato di campagna”, per lo stimolo ad interrogare sempre la coscienza. O Tolstoi, Dostoewskij e la letteratura russa, che mi hanno aiutato a incarnare la mia vita nella storia e nel cuore dell’uomo. Quanto contò per me “Guerra e pace” o “Delitto e castigo”!

Come potrei non ringraziare Hemingway per “Per chi suona la campana?”, per “L’uomo e il mare” o per “Addio alle armi”. Da lui ho compreso il cuore dell’uomo, i suoi drammi e la poesia espressa con una prosa limpida ed essenziale e la sua condanna inappellabile contro l’assurdità e la meschinità della guerra.

Neanche vorrei dimenticare Bruce Marshall, per l’ironia nei riguardi di una religiosità fittizia, fragile ed incartapecorita. Quanto mi sono cari “Ad ogni uomo un soldo”, “Il miracolo di Padre Malachia”!

Ogni tanto salgono a galla della mia memoria – ora tutta buchi – pensieri, trame, messaggi. Non mi basta dir loro «Grazie», sento il bisogno di dire al mio buon Dio: «Signore, ricordati quanto d’aiuto sono stati a questo tuo povero prete!»


Ecco cosa produce il meraviglioso mondo dello scoutismo!

mercoledì, 29 settembre 2010

Per moltissimi anni, nella mia vita di prete, ho fatto l’assistente degli scout. Sia a San Lorenzo, che poi a Carpenedo ho avuto centinaia di ragazzi nei vari settori di questa associazione.

A me lo scoutismo ha dato molto, sia a livello teorico – perché Baden Powell, il fondatore degli scout, ebbe delle lucide intuizioni, fu un grande educatore e, da pedagogo intelligente, impostò un metodo che a distanza di oltre un secolo si dimostra ancora valido in pratica, vivendo con gli scout ho imparato la parsimonia, l’autosufficienza, l’ordine, il rispetto della natura.

Leggevo un paio di settimane fa, su “Gente veneta”, un’intervista del capo scout d’Italia, che attualmente è un veneziano della Giudecca, Alberto Fantuzzo, in cui questo vecchio Akela (il capo dei lupetti) afferma che in Italia il movimento scout conta più di centosettantacinquemila aderenti, e che l’obiettivo attuale dell’associazione è quello di diventare il “manutengolo dei paracarri”, cioè dei veri valori, quali il coraggio, la virtù, la sobrietà, la sincerità, ecc. ecc.

Ora, alla mia età, non ho più tempo, né forse voglia, ma mi piacerebbe, e riterrei utile, raccontare la mia vita con gli scout: è stata non solamente un bel gioco, una bella avventura, ma un’impresa veramente affascinante! Leggendo l’intervista del capo scout d’Italia, m’è venuto in mente un opuscolo dal titolo “Stella in alto mare”, in cui un giovane scout francese, che faceva il giornalista e che è morto al fronte nell’ultima guerra, è stato capace di trasmettere in maniera piena di fascino, l’aspetto più bello e più profondo dello spirito di questo movimento.

Ricordo alcuni passaggi che m’hanno fatto molto bene, che ho citato mille volte e che mi piace riportare, seppur succintamente.

  • La Rigaudie passa per strada e vede un cartellone con la figura di una bellissima e famosa attrice del tempo ed è colpito dal suo fascino. Entra in una chiesa e prega per lei, perché pensa che, anche nella vita di questa donna, ci saranno stati drammi e dolori, e poi ringrazia il Signore d’aver mandato al mondo donne così belle!
  • Un giorno si tuffa da uno sperone di roccia sopra un mare limpido ed azzurro. Appena staccati i piedi dalla roccia, teme d’aver preso male le misure ed ha la sensazione che dopo qualche istante si sarebbe sfracellato sul costone. In quell’attimo di paura e d’angoscia riesce a pensare: “Fra un attimo, Signore, sarò fra le tue braccia di Padre!”
  • E’ invitato ad un incontro di danza e annota nel suo carnè: “Quanto è deliziosa, Signore, l’armonia del movimento del corpo, della dolcezza della donna, della musica. Ti ringrazio, Signore, per avermi fatto provare esperienze così belle!
  • Partecipò al raid Parigi-Pechino. Durante l’attraversamento di un fiume si rovescia la macchina, lui rimane impigliato sotto, per un istante gli sembra di aver fallito tutto, poi s’abbandona al Padre e pensa: “Sia fatta, o Signore, la tua volontà. Io sono certo che comunque tu mi vuoi bene!”
  • Un’altra annotazione nel diario: “Quando, o Signore, sarà giunta la mia ora, mi piacerebbe offrirti, nel cavo delle mani, la mia vita di uomo, come la preghiera più bella, ma andrà ugualmente bene se le porte sull’eterno si spalancheranno d’improvviso ed io mi troverò tra le tue braccia.”

Lo scoutismo non si riduce ad accompagnare la vecchietta oltre le strisce bianche del passaggio pedonale, ma anche sa produrre uomini di questo valore!


Il chiodo

martedì, 28 settembre 2010

Ci sono certe affermazioni religiose che il prete fa durante le sue catechesi o le sue prediche, che la gente ascolta senza batter ciglio e senza ribattere alcunché. Però ho l’impressione che spesso parole, idee o messaggi del genere passino veloci sopra i capelli dei devoti ascoltatori senza lasciar traccia alcuna.

Dire che Dio è il punto fermo della nostra vita, che noi viviamo solamente perché il Signore ci vuol mantenere nell’essere, che la fede è essenziale per vivere, è un discorso abbastanza scontato al quale nessuno si ribella, ma del cui contenuto c’è un assenso piuttosto formale. Sarebbe più faticoso obiettare, piuttosto che accettare supinamente, una “verità” che pare aver poco a che fare con i problemi reali della vita, quali la salute, lo stipendio, la carriera o l’amore. Qualche tempo fa, nella mia meditazione, m’ero talmente convinto dell’importanza di questa verità, che m’era parso di capitale importanza passare questo concetto ai membri della mia comunità che, ogni domenica, accorrono numerosi, partecipano attenti e ai quali voglio moltissimo bene.

La mia comunità è veramente la mia famiglia che io tento di aiutare ad imparare a vivere, ma dalla quale ricevo, ogni domenica, un aiuto veramente importante, perché tacitamente mi aiuta a comprendere che vale la pena continuare a fare il difficile mestiere del prete.

Ricorsi perciò al racconto di un “fatto”. Mi ricordai che molti anni fa avevamo chiesto a Cesare Maestri, la famosissima guida alpina, di parlarci delle sue ascensioni e delle sue avventure in montagna.

Della sua conversazione ricordai un episodio. Maestri un giorno era impegnato su una parete di sesto grado – sopra di lui la cima, sotto un baratro di quattrocento metri. Sennonché, come avviene spesso in montagna, il cielo improvvisamente si oscurò e scoppiò un temporalone con lampi, tuoni e una pioggia sferzante. Era verso sera e perciò, allo scalatore, non rimase altro che piantare un chiodo alla roccia, appendervi un’amaca e passare la notte buia appeso a quel chiodo.

Maestri è un ottimo parlatore, perciò ci trasmise la sensazione esatta della sua angoscia e della preoccupazione per la tenuta del chiodo. La vita dipendeva da come il chiodo s’era conficcato nella roccia.

Conclusi guardando negli occhi l’assemblea dei fedeli: «Ci sono dei momenti nella vita che nulla può reggere, se non la fede nel Signore. Soltanto lui può offrirci “un chiodo” che ci permetta, in certe circostanze, di non sfracellarci nel baratro. Solamente quel chiodo piantato nella roccia, e non altro, ci può salvare.


L’uomo è in viaggio verso l’eternità e dovrebbe vivere di conseguenza

lunedì, 27 settembre 2010

Alcuni anni fa ebbi modo di incontrare occasionalmente un signore, ora commerciante affermato, che in tempi ormai lontani aveva frequentato un corso per fidanzati tenuto da me. Questo signore non era per nulla praticante; siccome io avevo modo, per via del suo lavoro, di frequentarlo abbastanza spesso, ed avevo stabilito con lui un rapporto di una certa confidenza, un giorno lui mi confidò che io l’avevo “preparato” al matrimonio. Io allora, scherzosamente, gli feci osservare che evidentemente non ero stato un buon insegnante se lui s’era dimenticato di tutto il mio insegnamento.

Allora egli ribatté, sorridendo, che ricordava perfino ciò che avevo detto una trentina di anni prima, durante quel corso prematrimoniale. Mi ricordò, infatti, a riprova del suo apprendimento, un fatterello che avevo raccontato in quella occasione. Molto probabilmente, di tutto il mio argomentare, ricordava solamente quell’esempio che avevo raccontato. Da allora compresi, ancora di più, il detto latino “Le parole volano, mentre i fatti rimangono” e così quando mi capita di poter addurre un fatterello, lo faccio molto volentieri.

Il sermone di qualche domenica fa verteva sulla parabola in cui Gesù insegna che avere le ricchezze, non fa felice l’uomo, anzi appesantisce il nostro andare. Raccontai di un pellegrino che fece visita ad un eremita del deserto, e vedendo questi l’estrema povertà in cui viveva – una tavola, una branda ed un testo sacro – gli chiese come facesse a vivere così poveramente. Al che l’eremita gli fece osservare: «E come mai tu hai solamente la bisaccia?» «Perché sono in viaggio!», rispose l’altro. L’eremita allora concluse: «Anch’io sono in viaggio, verso l’eternità!»

Dal silenzio con cui i fedeli seguirono il racconto, ho avuto la sensazione d’aver fatto centro e che, perlomeno per il momento, i miei fratelli di fede si fossero convinti che si può essere contenti anche senza far vacanze, avere la Ferrari in garage o un conto consistente in banca! Speriamo quindi che questo convincimento possa durare.


Il meticciato va bene ma il rispetto non può essere a senso unico

domenica, 26 settembre 2010

Spero di aver capito bene il discorso sul meticciato che il nostro Patriarca ha tenuto prima, nella “lectio magistralis” per il Redentore di qualche anno fa, e poi in molte altre occasioni. Mi pare di aver compreso che non dobbiamo temere il fatto di una possibile contaminazione culturale, civile e religiosa che può derivare dalla presenza sempre più massiccia di extracomunitari che giungono nel nostro Paese, perchè l’incontro tra culture, tradizioni e religioni più diverse non può che arricchire noi e loro. Credo che questa affermazione nasca dal fatto che il meticciato costringe sempre più i cittadini di etnie diverse a verificare la validità della propria concezione della vita e le posizioni che ognuno ha ereditato nel proprio Paese nei riguardi dei problemi più importanti dell’esistenza.

L’affermazione del Patriarca pare valida e condivisibile, ma dall’esperienza che vado facendo ogni giorno nei magazzini del “don Vecchi”, ove convergono ogni giorno centinaia di “clienti”, mi pare che si debbano piantare ben fissi alcuni paletti. Il primo di questi paletti è che non si discuta neppure che chi viene in Italia deva accettare le sue leggi, rispettare la religione e le tradizioni locali. Il secondo: che i nuovi cittadini si debbano sforzare di integrarsi mediante un dialogo a tutto campo, dalla lingua ai comportamenti e ai rapporti, e prima di accampare diritti debbano imparare a mettere in pratica i doveri. Al “don Vecchi” ogni giorno confluisce una moltitudine di persone per ricevere aiuto, ma non mi capita quasi mai di ricevere un saluto, di sentire un grazie, di offrire una collaborazione, specie da appartenenti a Paesi di cultura e di religione musulmana. Penso proprio che la cortesia e la riconoscenza siano proibite dal Corano e, semmai lo fosse, si deve correggere il Corano, non la natura umana e il vivere civile.

Comprendo fino in fondo che questi processi sono quanto mai lunghi e complessi, ma credo che comunque noi italiani dobbiamo avere le idee chiare e non permettere in maniera assoluta che questa gente pretenda di islamizzare l’Italia, come qualche Imâm pare sogni di fare. Il meticciato va bene, ma il rispetto non deve avvenire a senso unico, come purtroppo avviene nei Paesi di cultura e regime islamico.


Talvolta i padri abbandonano i figli nelle braccia di pifferai magici senza scrupoli

sabato, 25 settembre 2010

Qualche domenica fa ho ascoltato alla televisione l’anticipo della notizia del dramma che ha portato alla morte di una trentina di giovani e il ferimento di altri tre-quattrocento. Un milione e mezzo di giovani si sono accodati a branchi, mezzo nudi, esaltati dal suono assordante, dalla droga che correva a fiumi e da pulsioni animalesche, per ascoltare, in una città tedesca, un mega-concerto di cantanti della cui arte non rimarrà traccia alcuna nella storia della musica, perché sono solo dei fracassoni, degli imbonitori e dei saltinbanchi che si muovono esagitati come marionette mosse da fili tenuti in mano da individui furbastri senza scrupoli, così da essere disposti ad arricchirsi con la perversione di una generazione stordita e senza valore alcuno. Mentre ascoltavo con angoscia, mista a tristezza e disgusto, i servizi che si susseguivano ininterrotti sul tragico episodio, mi tornavano alla mente due immagini altrettanto desolanti: quella del pifferaio magico seguito da una folla di persone ingenue e disarmate, senza personalità e senza senno, ed un documentario in cui si presentava lo strano fenomeno di una popolazione di ratti che ad un certo momento, senza spiegazioni logiche, comincia a correre verso il mare, calpestandosi a vicenda in questa folle corsa, fino ad andare ad affogarsi tra i flutti del mare. In verità, io che sono nato nel primo quarto del novecento, ho osservato, che a tempi imprecisati, popoli interi che, per motivi sempre illogici ed assurdi, prendono le armi e si massacrano a centinaia di milioni. Il dramma di questi giorni mi lascia sbigottito e con una infinita tristezza, ma ancora una volta mi convince che quando un giovane dice a suo padre: «Dammi la mia parte perché voglio vivere la mia vita in libertà», finisce per sperperare ogni ricchezza e a ridursi a desiderare di mangiare il mangime dei suini.

I nostri giovani sono certamente dei dissennati, ma noi, loro padri, lo siamo forse più ancora, per non aver detto più spesso di no e per aver passato cattivi esempi piuttosto che valori. Al dramma si aggiunge poi anche la beffa del necrologio per cui, come per un altro sortilegio, le vittime “suicide” di queste assurdità diventano “solari” e stupende.


Amarezze

venerdì, 24 settembre 2010

Ultimamente è morto don Picchi, uno dei primi sacerdoti che ha tentato il recupero dei tossicodipendenti, mediante le cosidette “comunità terapeutiche”, comunità che sembrano l’unico strumento valido per “salvare” una parte, seppur infinitesimale, delle centinaia di migliaia di giovani, giovanissimi ed adulti dediti alla droga.

Altro sacerdote combattente su questo fronte arduo e pericoloso è don Antonio Mazzi. Infine, tra i più noti, c’è don Pierino Gelmini, che attualmente si trova nel pieno della bufera. Alcuni dei suoi ragazzi hanno accusato di molestie sessuali questo prete ultraottantenne, trovando dei magistrati che “amanti della giustizia”, hanno aperto un procedimento penale che prossimamente vedrà questo vecchio prete sul banco degli accusati. A questo mondo siamo tutti poveri peccatori, quindi non mi meraviglierei se anche questo povero prete avesse mancato, non sarebbe né il primo né l’ultimo, perché, a cominciare da Giuda Iscariota, che nella gerarchia ecclesiastica credo dovrebbe essere annoverato tra i cardinali, fino ad oggi la Chiesa deve mantenersi umile per la schiera infinita dei suoi membri che hanno deturpato la veste candida di Cristo. Detto questo, però, da quel po’ di esperienza che ho del mondo della droga, ho capito che la menzogna e il sotterfugio sono uno degli aspetti più comuni e più frequenti da parte dei contagiati da questa “malattia”. Perciò sono propenso a pensare che dobbiamo inchinarci con rispetto davanti a don Gelmini per quanto ha fatto e per il gesto sublime di chiedere d’essere ridotto allo stato laicale, per non godere di alcun privilegio di fronte alla legge e di poter difendersi come l’ultimo dei cittadini di questo povero Paese.

Ripeto che, anche nella fase più fragile della vita, rappresentata dalla vecchiaia, questo prete avrà un’aggiunta nel peso della croce e tanta amarezza. Io ho avuto la fortuna e la grazia di non aver avuto guai del genere, però quanta amarezza anch’io per insinuazioni, mancanza di riconoscenza e di collaborazione da parte di gente che ha beneficiato a piene mani delle mie fatiche, dei rischi affrontati e delle responsabilità pesanti che mi sono assunte per aiutarli. Farà il Signore!


Prediche coinvolgenti, vere, forti!

giovedì, 23 settembre 2010

Quando la domenica mattina esco verso le 7,20 dal “don Vecchi” per iniziare il giorno del Signore nella mia piccola diocesi, composta da due parrocchiette – quella della vecchia pieve, oltre la cancellata di ferro battuto, e quella nuova, la cattedrale che sta aldilà della mura sulla quale sono fissate delle anime sante di bronzo che salgono al cielo (opera del caro amico scultore Gianni Aricò), mi capita di sentire, sempre nella radio della mia auto, la musichetta della sigla del culto della Chiesa Evangelica.

La durata di tempo che impiego a percorrere il tratto di strada dal “don Vecchi” al cimitero, mi permette di ascoltare per intero il sermone del mio “concorrente”, il pastore valdese. Di solito sono sermoni puliti, ben curati, pieni di riferimenti biblici, condivisibili in tutto, ma tutto sommato appartengono al cliché delle prediche dei nostri preti buoni, che preparano con scrupolo la parola del Signore. Per me sono come la “dolce pioggerella di marzo” del poeta della nostra infanzia Angelo Silvio Novaro.

Io sento però il bisogno di quel qualcosa di più robusto, ciò che scosse e infervorò gli apostoli racchiusi, paurosi e rassegnati, nel Cenacolo. Ho bisogno anch’io del vento gagliardo della Pentecoste, del globo di fuoco che scende dal tetto. Per due o tre anni ho ascoltato ogni domenica le prediche di quel prete alla don Camillo, dagli occhi vivi e dalla voce tonante e persuasiva, propria di Mons. Aldo Da Villa, il cappellano della battaglia dei nostri soldati ad El Alamein. Egli, ogni volta che scendeva dal pulpito, grondava di sudore, ma ogni volta pareva che prendesse per il bavero ad uno ad uno i fedeli che gremivano la chiesa e che non fiatavano di fronte alle sue argomentazioni oneste e franche. Ogni volta pareva che mettesse i fedeli con le spalle al muro dicendo a ciascuno: «questa è la salvezza!»

Io ormai ho vissuto un tempo così lungo da sentire gli esperti parlare di prediche bibliche, prediche catechistiche, prediche liturgiche, però rimango del parere che la predica deve essere un “Kerrima”, ossia un annuncio, sicuro senza sbavature, senza perplessità o incertezze di sorta.

Qualche domenica fa toccava parlare sulla madre di tutte le preghiere, il Padre Nostro. Io neppure mi inoltrai nel sentiero invitante del susseguirsi di questa saggia e dolce preghiera. Mi fermai al “Padre”, la cara e struggente parola con cui Cristo ci invita a rivolgerci a Dio, e tentai di incorniciare il padre del prodigo. Confessai pubblicamente che da quando “scoprii” questo volto e questo cuore, sento il rimorso d’aver pensato e parlato di Dio secondo certi schemi ecclesiastici, perché quello del prodigo è il solo vero Dio, quello che capisce, perdona, accetta i nostri limiti e le nostre rivolte assurde.

M’è parso che, finito di parlare, la gente sentisse quasi l’abbraccio forte e tenero di Dio. Come vorrei che fosse così!


Al Don Vecchi Marghera c’è un dipendente modello come pochi se ne trovano!

mercoledì, 22 settembre 2010

Al “don Vecchi” preferiamo non fare assunzioni perché ogni stipendio va a finire nell’”affitto” degli anziani residenti, molti dei quali “godono” di condizioni economiche modestissime. C’è almeno una decina di persone che non giungono neanche ai cinquecento euro di pensione al mese, ed un’altra quarantina e più che arriva alla fatidica somma di 516 euro, la pensione minima erogata nel nostro Paese.

Puntiamo sul volontariato, ossia dobbiamo puntare sul volontariato, ma qualche volta questo non arriva, o non arriva quello di cui abbiamo bisogno. Talvolta però, pur con fatica e preoccupazione, siamo costretti ad assumere qualcuno.

A Marghera, almeno ogni dieci giorni, qualcuno doveva tagliare l’erba nel parco. Per fortuna di tutti, finora avevano provveduto, da volontari, alcuni residenti, ma è noto che noi accogliamo persone già avanti con gli anni. Ogni taglio costituisce un problema per la vecchia tosaerba e per i vecchi operatori, anche per lo smaltimento di una trentina di sacchi di erba tagliata. Lino e Stefano, i gestori del Centro, dopo interminabili consultazioni col ragionier Candiani e don Armando, e parecchi accertamenti sulla capacità, affidabilità e rendimento del candidato alla assunzione con la qualifica di giardiniere generico addetto al taglio dell’erba, hanno fatto una proposta e la Fondazione l’ha accettata.

L’altro ieri sono andato a Marghera per conoscere il nuovo assunto. In verità l’aspetto non è proprio incoraggiante: m’è sembrato un nanerottolo poco più grande di un coniglio, ma pare che sia un lavoratore di quelli che non se ne trovano più. Orario di lavoro pattuito: otto ore al giorno dalle 8 alle 12 e dalle 16 alle 20, ferie solamente d’inverno e, quando piove, come i muratori, paga mensile euro 1,8. Quello però che m’ha sbalordito è stata la buona volontà: mai un minuto per riposare; meglio ancora la produttività: il prato m’è sembrato un tappeto con una rasatura a pennello!

Ho concluso che i futuri dipendenti li assumo tutti dalla fabbrica che produce questo robottino. Senonché suor Teresa, che ha udito questa mia scelta, mi ha informato che anche Alberto Sordi, il compianto e simpatico attore romano, aveva scelto una robottina del genere, ma presto gli si era innamorata, ma soprattutto era tanto gelosa che quando si accorgeva dell’insistenza di qualche concorrente, pestava i piedi, sbatteva le porte e rompeva piatti. Spero proprio che non mi accada una cosa del genere e che, una volta ancora, non rimanga deluso dai dipendenti!


“do, ut des” (ti do qualcosa, ma anche tu devi ricambiare), una massima poco seguita

martedì, 21 settembre 2010

Il discorso di Pomigliano e della decentrazione in Serbia di uno stabilimento della FIAT, mi sta coinvolgendo quanto mai, come uomo, come cittadino e come cristiano.

Mio padre fu un piccolo artigiano e mio fratello, che ha ereditato la sua bottega di falegname, hanno affrontato la vita lavorando da mattina a sera, non conoscendo giorni di riposo, né ferie, non percependo tredicesime e, meno che mai, quattordicesime, non potendosi concedere il lusso di ammalarsi, coinvolgendo la moglie e i figli nell’andamento della bottega, preoccupati di stare sul mercato, misurandosi ogni giorno ed in ogni lavoro con la concorrenza.

Io, nonostante mio padre sognasse la collaborazione del primogenito, ho preso un’altra strada, ma la mia scelta non mi ha esonerato dalle problematiche del lavoro. Ho capito ben presto che la solidarietà, o la carità cristiana, se non è calata dalla stratosfera alla realtà dei bisogni concreti degli uomini, si riduce ad una menzogna.

Padre Ugo Molinari, parroco di Altobello, soleva domandare in un modo sornione, ma saggio: «Cosa fa acquasanta più terrasanta?» Aspettava un attimo e poi concludeva da solo: «Fa fango!» Le prediche sulla carità, se non diventano opere e vita, sono spudorate menzogne, non menzogne sante!

Dico questo perché so, per diretta esperienza, la fatica , i sonni perduti, i rischi che si devono affrontare per creare anche il più modesto posto di lavoro. Potete immaginare la delusione, lo sdegno, l’amarezza, quando avverti che colui a cui il lavoro viene offerto non compie il suo dovere, approfitta di ogni norma favorevole, non si lascia coinvolgere nell’impresa, prende, dando in contraccambio il minimo, è sempre preoccupato di essere sufficientemente retribuito, e talvolta arriva perfino a remare contro.

Io non sono certamente un gran ammiratore di Mazzini ma, se non avesse altri meriti che quello di aver parlato sui “doveri del cittadino”, credo che sarebbero giustificate le titolazioni di strade e di piazze e l’occupare qualche pagina dei libri di storia delle elementari.

I romani avevano coniato una massima, pur cruda ma realistica “do, ut des”, ti do qualcosa, ma anche tu devi ricambiare. In questi ultimi tempi mi sono sentito spesso romano purosangue.


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