Don Armando Trevisiol


Archivio di giugno 2010

Che gioia, in tanti sono interessati alla Cittadella della solidarietà!

domenica, 20 giugno 2010

Durante la settimana mi ha telefonato il dottor Paolo Fusco, giornalista di “Gente Veneta”, per domandarmi un incontro per mettere a fuoco qualcuno dei problemi che egli sa che mi stanno a cuore e che, per motivi professionali, ma spero anche di ordine morale, stanno a cuore anche a lui.

Era un po’ preoccupato di disturbarmi e di turbare la presunta quiete di questo prete ormai in pensione.

Gli dissi che un prete non si disturba mai, memore di un pensiero del principe del foro veneziano, l’avvocato Carnelutti. Questo uomo di cultura e di fine sensibilità cristiana affermò un giorno che non esiste lo scocciatore, ma si può invece incontrare l’uomo poco aperto e disponibile alle esigenze del prossimo. Io poi sono sempre disponibile alle richieste degli operatori dei mass-media, perché sono convinto che se non si matura una cosiddetta “cultura” attorno ad un problema, ben difficilmente si troverà chi sia disposto a dare una mano per risolverlo.

Precisato questo, tra tanti altri problemi, ho parlato al dottor Fusco della “cittadella della solidarietà”, una specie di Nomadelfia mestrina in cui si trovi “tutto per i poveri”.

Di certo la prossima settimana uscirà un servizio su “Gente Veneta” (questo, NdR), il settimanale diocesano, su questo argomento. La meta della realizzazione è certamente lontana, ma già da ora la stampa è favorevole, sono favorevoli il Patriarcato e le autorità comunali. Pare che pure la Società dei 300 Campi, proprietaria del terreno, sia disponibile ad una trattativa. Un’altra impresa ci mette a disposizione cinquantamila metri quadri per un eventuale scambio di terreno ed un’altra società ancora, che tratta di voltaico, è disposta a regalarci il “tetto” della cittadella, in cambio della possibilità di collocarvi i pannelli.

Tutto questo non è proprio poco, alla distanza di poco più di un mese dal lancio dell’idea!


C’è chi cerca “aria di onestà, di ricerca appassionata di libertà interiore e di sano coraggio!”

sabato, 19 giugno 2010

Anche oggi, come faccio da quattro anni due volte la settimana, sono andato a portare nell’espositore vicino alla cappella dell’”Angelo” e nel grande ballatoio soprastante “l’oasi” verde, la produzione dell’editrice de “L’Incontro”.

Lunedì scorso avevo portato un migliaio di copie del settimanale, una cinquantina del volume “L’albero della vita” per l’elaborazione del lutto, una cinquantina di copie del libretto delle preghiere, un centinaio di copie di “Coraggio” ed una cinquantina del mensile “Sole sul nuovo giorno”.

Come avviene quasi sempre, non c’era più niente del grosso malloppo che avevo portato alcuni giorni prima.

Si potranno trovar fuori mille difetti e limiti della produzione letteraria della nostra editrice, ma non quello, e non è certamente poco, che le sue pubblicazioni non risultino gradite al pubblico della nostra città!

Sentivo in questi giorni che tutti i quotidiani, settimanali e mensili, anche a livello nazionale, subiscono un enorme calo, tanto che qualcuno è costretto a chiudere, mentre le nostre pubblicazioni, che certamente non competono con questi giganti della carta stampata, non solo non sentono questa crisi, ma sarebbero in costante aumento, se non fossimo trattenuti dalle difficoltà di carattere finanziario.

Una signora, qualche giorno fa, forse me ne ha dato un motivo credibile: «In quello che scrivete si avverte aria di onestà, di ricerca appassionata di libertà interiore e di sano coraggio!” Sono convinto poi che a questo si aggiunge che gli argomenti trattati non sono mai oziosi e marginali, ma vanno sempre al cuore della vita.


Sant’Agostino aveva proprio ragione!

venerdì, 18 giugno 2010

Da molti anni godo della stima e dell’affetto di due giovani imprenditori. Dico “giovani” perché per me, più che ottantenne, due sposi che celebrano le nozze d’argento sembrano tali.

Quando facevo le prime classi delle elementari, guardavo quelli della quinta come fossero uomini già vissuti. E’ normale che col passare degli anni i rapporti di età rimangano sostanzialmente uguali. Al “don Vecchi” ci sono delle signore non molto lontane dai cento anni che talvolta, certamente anche un po’ per vezzo, ma soprattutto per questa legge di natura a cui ho accennato, mi ritengono, nonostante la mia veneranda età, “ancora un bambin!”

Pochi giorni fa questi “ragazzi” di cui parlavo prima mi hanno scritto una bella lettera dicendomi che celebravano le loro nozze d’argento e, per festeggiare l’evento, avevano pensato di sottoscrivere 20 azioni per la costruzione del “don Vecchi” di Campalto, allegando alla lettera mille euro. Confesso che non mi sarebbe dispiaciuto che mi avessero invitato a celebrare la messa per solennizzare l’anniversario, ma ciò non mi ha sorpreso più di tanto, perché non ho ricordi di averli mai visti in chiesa. Con loro non ho mai affrontato il problema della fede e della pratica religiosa, non so se per timore di avere una risposta negativa o per il mio naturale rispetto delle posizioni religiosi degli altri. Essi certamente sanno come la penso io al riguardo.

Quando però ho visto il “segno” scelto da loro per la liturgia delle nozze d’argento, ho d’istinto pensato a ciò che afferma sant’Agostino: «Ci sono persone che Dio possiede e che la Chiesa non possiede». Mi sono messo il cuore in pace perché è certamente meglio che quei due sposi vadano d’accordo con Dio piuttosto che con la Chiesa.


Il compito che sento di dover svolgere all’interno della Chiesa

giovedì, 17 giugno 2010

Il giorno dell’Ascensione, durante il sermone, ho invitato i fedeli che gremivano la mia povera chiesa a domandarsi, sulla scorta del fatto che Cristo ritornava al Padre perché aveva terminato la missione che gli aveva affidata, quale ritenessero la loro missione specifica in questo mondo. Spero che ognuna delle 250-270 persone presenti si sia posta la domanda e si sia data una risposta precisa, poi abbia verificato se il proprio comportamento era coerente ed in linea col proprio compito specifico.

E’ evidente che per fare questo discorso preciso agli altri, prima di tutto me lo ero proposto io stesso, e siccome comincio fino dai primi giorni della settimana a riflettere sulle tematiche che poi pongo ai fedeli, per tutta la settimana non ho fatto altro che meditare sul tema del brano del vangelo e in maniera particolare dell’omelia. La riflessione ha tenuto conto di tutto lo spettro della vita, ma soprattutto si è soffermata su un obiettivo ben preciso: “che compito sento di dover svolgere all’interno della Chiesa?” Mi pare abbastanza logico che un prete si ponga una domanda del genere, e non in termini generici, che sono abbastanza scontati ed universali.

La risposta s’è andata via via precisando, riducendosi a formula precisa, che credo potrei tradurre così: “sforzarmi di far scendere dall’altare, dall’acqua santa, dall’incenso e dai tanti riti la mia religione, perché si incarni, ossia diventi il respiro, la luce e il sangue del vivere quotidiano”. Di certo questo è un aspetto parziale, ma per un cristiano ed un prete quale sono io, non è certamente un aspetto da poco.


Riuscire a togliere dalla vita gli spazi vuoti per fare più opere buone

mercoledì, 16 giugno 2010

Qualche giorno fa stavo percorrendo con passo veloce il “corso” del “don Vecchi”, ossia l’asse viario più importante del Centro, il corridoio dal quale si smistano gli altri corridoi minori sui quali si affacciano gli ingressi del piccolo borgo degli anziani.

Una residente, molto probabilmente influenzata dal fatto che ho subìto una recente operazione chirurgica, mi ha detto: «Ma don Armando, lei è sempre di corsa!» Un dolce rimprovero comprensibile in un luogo in cui tutti vanno piano, spesso appoggiandosi al bastone o al deambulatore, ora molto di moda. «Ho poco tempo, signora», le ho risposto. Difatti ho veramente poco tempo, da un lato perché forse gli impegni che mi prendo sono troppi, e dall’altro lato perché mi pare ovvio che una persona che ha più di ottant’anni deve essere conscia di non avere troppo tempo davanti a sé.

Neanche a farlo apposta l’indomani mi capitò di leggere, durante la messa, quel brano di san Giovanni in cui Gesù dice agli apostoli: «Ancora un poco e mi vedrete, un altro poco e non mi vedrete, perché vado al Padre».

La misura del tempo degli uomini è sempre “un poco”; l’importante però, penso, sia riempire questo “poco” fino all’orlo. Mons. Bosa, mio insegnante di fisica, ci insegnava che se potessimo togliere la distanza che passa fra atomo e atomo, la terra si ridurrebbe ad una sferetta di pochi centimetri. L’importante perciò è togliere dalla vita gli spazi vuoti tra azione ed azione, allora anche nel “poco” ci starebbero un’infinità di opere buone!


La vita senza la Fede in Dio appare inutile, ingannevole ed irrazionale!

martedì, 15 giugno 2010

Qualche domenica fa ho celebrato, con la mia splendida e numerosa comunità, che si dà appuntamento ogni domenica nella chiesa della Madonna della Consolazione del cimitero, la festa dell’Ascensione. Premetto che ho fatto il proposito, seguendo le indicazioni del prete che cura la messa in onda delle messe festive della Rai, che il mio sermone non deve durare più di otto minuti. A questo scopo ho incaricato suor Teresa, che prende messa in sagrestia, di cronometrare le mie omelie. Sto pensando a delle penalità da infliggermi qualora sforassi questo tempo in cui si dice che gli ascoltatori prestano una vera attenzione.

Una volta accettata questa disciplina, debbo cominciare fin dall’inizio della settimana a pensare alla predica. Da quando comincio a riflettere mi si aprono mille orizzonti, ma ne debbo prendere in considerazione al massimo uno o due e debbo cominciare a scegliere vestiti sobri ed essenziali per vestire questi messaggi; quindi niente divagazioni e parole superflue perché queste mercanzie non stanno dentro gli otto minuti.

Ciò premesso, per la mia omelia, quella domenica ho considerato l’Ascensione come l’addio di Gesù a questo mondo, per raggiungere la splendida aurora del nuovo giorno.

Ma subito mi si è affacciata l’immagine tetra, buia e desolante dell’alternativa proposta dalla cultura radicale e nichilista, portata avanti dagli atei radicali, ma pure in maniera più subdola da non credenti o da credenti a livello solamente formale. Mi sono accorto del baratro della morte che rende beffarda ed assurda la vita, inutile, ingannevole ed irrazionale. Ricerca, fatica, sofferenza, lavoro, sogni, speranze, valori per una concezione laica dell’esistenza, sono quanto di più inutile ed ingannevole si possa immaginare. Io mi tengo di certo l’Ascensione e credo di aver convinto anche i miei fedeli a fare altrettanto!


Voglio spendere tutte le mie energie per dare una vita migliore agli anziani non del tutto autosufficienti

lunedì, 14 giugno 2010

Sto vivendo giorni molto impegnativi, di una ricerca faticosa, perché sto mettendo a punto un progetto affinché i residenti al “don Vecchi” possano vivere fino alla fine dei loro giorni e non siano sepolti anzitempo in una casa di riposo per anziani non più autosufficienti.

La messa a punto del progetto, su cui poi dovrò confrontarmi col Comune, perché lo finanzi, mi sta letteralmente logorando; aprire nuove piste, “scoprire” modi nuovi di impostare la vita, è faticoso quanto lo fu la scoperta dell’America per Colombo. Ti trovi solo, pur avendo delle intuizioni, delle linee di ricerca, spesso sorgono dubbi, perplessità e paure dalle quali è ben difficile liberarti completamente.

In quest’impegno m’aiutano due immagini, belle e nello stesso tempo tragiche. Quella di una nonnetta che vive vicino a “casa mia” e che ha compiuto 94 anni; di lei ho riferito qualche tempo fa quando rimase male perché il giorno del suo compleanno, quando ero andato a farle gli auguri, aveva ancora i bigodini in testa e perciò non era ancora pronta. Qualche giorno fa disse alla figlia: «Portatemi in casa di riposo, perché qui non mi aiutano sufficientemente!» L’accontentarono. Dopo tre o quattro giorni, con la grinta che le è propria, disse: «Riportatemi a casa, questa è una tomba, un cimitero, non una casa per vivere!»

L’altra immagine è quella di un mio amico che incontrai nel suo emporio di Favaro, ed essendosi accorto della mia malcelata sorpresa perché aveva due occhi grandi, infossati e lucidi per un tumore all’ultimo stadio, mi disse: «Don Armando, voglio che la morte mi incontri vivo, in piedi!»

Quando penso che sto lavorando per uomini e donne, fratelli e sorelle che si trovano in queste condizioni, non posso badare alla fatica, alla stanchezza; per creature in queste situazioni vale la pena di spendere anche l’ultima goccia di forza.


Prediche non più lunghe di otto minuti!

domenica, 13 giugno 2010

Io leggo molto volentieri per bisogno e per necessità e sono dispiaciuto perché non riesco a dedicare alla lettura più tempo di quanto normalmente faccio.

La lettura mi tiene aggiornato sulle problematiche della società in cui vivo, sugli umori della gente e sul mutare costante della sensibilità e contemporaneamente mi mette al corrente sulle iniziative pastorali, sul modo di proporre il messaggio evangelico e mi è quanto mai stimolante per mettere a punto il mio pensiero, le modalità con cui intervenire per iscritto nella stampa e nei miei “sermoni” feriali e soprattutto domenicali.

Tempo fa ho pubblicato un trafiletto, che avevo trovato quanto mai interessante sul nostro periodico nell’intento di condizionare me stesso e i miei confratelli sacerdoti a tutto vantaggio della Parola di Dio e soprattutto del Popolo del Signore, che spesso deve sorbirsi dai suoi preti dei pistolotti che non finiscono più e che costituiscono una penosa penitenza.

L’articolo aveva come titolo “La predica valida è quella con tre c: ossia quando è corta, convinta, e convincente”.

L’altro ieri leggendo “Vita pastorale” una rivista rivolta soprattutto al clero, un articolo dal titolo un po’ sorprendente: “Il diavolo e l’acqua santa” in cui il sacerdote, che organizza da 25 anni la trasmissione da parte della radiotelevisione italiana le messe domenicali, afferma che la predica non deve superare gli otto minuti. Suddetto esperto diceva che questa era la prescrizione del Sinodo dei vescovi italiani; lui aggiungeva poi altre argomentazioni assolutamente condivisibili.

Ho immediatamente chiesto a suor Teresa quali fossero i miei tempi, lei m’ha risposto che sforo di 3-4 minuti! L’ho pregata quindi che d’ora in poi mi cronometri perché ho tutta l’intenzione di obbedire ai vescovi italiani!


Forse la mia idea non era del tutto sbagliata!

sabato, 12 giugno 2010

Nota: la redazione, che immette settimanalmente i pensieri di don Armando in questo spazio dando loro la forma di un blog, è felice di aver contribuito indirettamente a questo post!

Oggi mi ha raggiunto prima della messa un giovanotto che fa l’agente di commercio per una azienda che è disposta a finanziare “Piccoli cimiteri” di loculi cinerari da costruirsi in eventuali dependances di chiese o di luoghi sacri. Questo giovanotto, che aveva una busta con i relativi depliants e costi del progetto aveva scoperto sul mio blog che la loro iniziativa corrispondeva alla lettera al progetto che io avevo proposto alla “Veritas” e al comune per finanziare la chiesa del cimitero.

Sono stato contento dell’incontro per vari motivi: a) ho scoperto di avere un blog. A più di ottantanni possedere un “blog”, che non so neppure in che cosa consista, mi fa sentire moderno quasi fossi appena uscito dalla facoltà di informatica, b) la conferma che il mio progetto non era poi tanto peregrino quanto mi vollero far credere se pare che ci sia gente disposta a finanziare progetti del genere, mettendo a disposizione capitali che poi pensa di recuperare in vent’anni esigendo solamente la metà di quanto viene richiesto a chi acquista il loculo!

Le cose sono andate diversamente, ed io ne sono particolarmente felice perché la soluzione provvisoria è risultata quanto mai economica e positiva per i fedeli e per me. Da qualche tempo sto proponendo un altro progetto al comune per prolungare l’autosufficienza dell’anziano, per offrirgli una vita il più possibile normale ed umanamente rispettosa della sua persona e per abbattere i costi iperbolici che il comune deve addossarsi. So di certo che non la spunterò!

L’amministrazione civica è un pachiderma, spesso sordo alle proposte di chi opera per il prossimo, solamente spinto da ideali, è spendacciona per natura e purtroppo forse anche per scelta! Io faccio un’immensa fatica pensare ai 4600 “lavoratori” del comune che talvolta a taluno sembrano pagati per complicare la vita e creare impedimenti a chi vuol lavorare, ma capisco che mi debbo rassegnare.


La storia della nostra Patria

venerdì, 11 giugno 2010

Da un lato mi ha sorpreso alquanto il patriottismo del nostro Presidente della Repubblica; so che l’area culturale in cui s’è intriso nella sua giovinezza, nella maturità e anche nell’incipiente vecchiaia, considerava la vera patria la Russia, ove prosperava il modello di “democrazia” tanto caro al suo partito, mentre i discorsi patriottici erano avversati e bollati di fascismo da parte della stessa parte politica. Ma da un altro lato mi fa alquanto felice prender atto di questa “conversione”. Ciampi ha riscoperto il tricolore e l’inno nazionale, “Fratelli d’Italia”, Napolitano la Patria! Questo recupero mi fa ritornare alla mia infanzia in cui queste parole e questi ideali letteralmente imperversavano!

Ora però ho veramente paura della retorica, del patriottismo formale e dello spreco di denaro per qualcosa che arrischia d’essere più apparenza che sostanza! Siccome non mi pare d’essere il solo a pensarla così ho fatto un serio esame di coscienza nella preoccupazione di aver preso un’influenza oggi abbastanza diffusa che non si chiama più “asiatica” o “suina” ma “influenza leghista”. No! La mia preoccupazione nasce da altri motivi. Già una trentina d’anni fa mi è capitato per caso, di leggere una storia dell’unità d’Italia vista non con gli occhi del Piemonte, del fascismo o del liberalismo anticlericale, ma con gli occhi dei soccombenti, dei vinti. Quella lettura mi ha fatto nascere i primi dubbi sulla retorica risorgimentale. Ora i dubbi sono diventati certezza; la storia è ben diversa, lo confessano anche i “patrioti” dell’ultima ora: la politica britannica, l’appoggio della mafia, la corruzione pagata abbondantemente da Cavour, i plebisciti farsa, gli interventi espansionistici dei Savoia sono elementi che hanno poco a che fare con l’ideale di Patria, di risorgimento!

Ora, “cosa fatta capo ha!”, ma almeno tentiamo di evitare la commedia o peggio la farsa e tentiamo di fare quello che non s’è fatto per non manomettere la storia o meglio ancora per fare spazio a quella autonomia di cultura, di tradizioni che è ancora possibile fare e per togliere spazio a quelle “animosità” che continuano a creare incomprensioni e dissapori tra i vari ceppi culturali della nostra nazione. Io sono italiano e ci resto, ma sono italiano veneziano, come spero che Napoli sia abitata da italiani napoletani.


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