Don Armando Trevisiol


Archivio di aprile 2010

Quell’augurio prima di partire per la “battaglia”

martedì, 20 aprile 2010

Nota della redazione: don Armando questa battaglia l’ha affrontata., qui leggiamo i suoi scritti dei giorni dell’intervento. Raccomandiamo a lettori e amici di continuare a sostenerlo con la preghiera!

Mi ritrovo in ospedale con prospettive non eccessivamente rosee.

“La bestia” che per sette anni i medici dell’Angelo hanno combattuto sul terreno della vescica, s’è rifugiato in una posizione per lui più favorevole, in un rene. I medici padovani hanno studiato un attacco diretto per demolire in maniera radicale il rifugio, nella speranza che lo scontro frontale risulti positivo e non vi siano sortite alla talebana su altre zone.

Sono soletto nella clinica urologica vicino a Sant’Antonio in quel di Padova. I miei crucci nascono sì dal fatto che l’impresa non sarà troppo facile, ma soprattutto nell’avvertire che finisco di disturbare tanta gente, perché, pur non essendo Padova ai confini del mondo, è sempre un viaggio raggiungere mediante l’intrico caotico di strade, l’istituto della clinica padovana.

Io poi che non amo il telefonino, sia per trasmettere che per ricevere, provo maggiori difficoltà di altri. Nella mia camera ho modo, invece, di constatare con quale disinvoltura e continuità gli altri tre inquilini mantengono i contatti con parenti ed amici.

Per quanto riguarda l’aspetto di fondo, specie quando sono stato posto tra i marchingegni della piastra operatoria mantenendo la padronanza solamente di una parte di me a causa dell’anestesia, un paio di volte mi è capitato di pensare: “Sono giunto all’inizio della fine!”

Sono però molto sereno, temo solamente le notti interminabili e l’immobilità fisica. Molte volte ho ripetuto dentro al mio cuore “nella tue mani, Signore, metto la mia vita” e “Sia fatta la tua volontà!”
Sarebbe sciocco sperare un domani diverso da tutti.

Prima che il chirurgo cominciasse il suo lavoro, mi han chiesto la data di nascita: così che i miei 81 anni li ho festeggiati immobilizzato sul tavolo operatorio con l’augurio del chirurgo, dei tecnici e degli assistenti.

Però è stato pur bello sentire l’augurio di tutti!


Ho riscoperto il cuore del Padre nelle parole di don Mazzolari!

lunedì, 19 aprile 2010

Don Mazzolari ebbe dei grossi guai dalla gerarchia ecclesiastica per il suo volume di commento sulla parabola del prodigo.

Da quei tempi, nei quali era rimasto ancora nella gerarchia qualche piccolo residuo della lontana “sacra inquisizione”, che poi di sacra non aveva proprio nulla, n’è passata dell’acqua sotto quei ponti, motivo per cui se affermo che mi trovavo e mi trovo d’accordo con don Mazzolari non credo di passare alcun pericolo, poiché ora don Mazzolari è una delle bandiere più fulgide delle testimonianze delle quali la chiesa ormai si vanta quanto mai!

La lettura che don Mazzolari fa della parabola inquadra sì l’amara avventura del minore, la meschinità e l’egoismo del più grande, ma soprattutto mette a fuoco l’amore del Padre che dimostra un amore che a pensarci bene quasi ti provoca le vertigini.

Confesso che da quando ho letto il commento della parabola fatto dal prete della bassa padana, quasi mi sento in colpa perché mi pare d’aver presentato un Dio piccolo, intrigante, preoccupato fin troppo delle beghe delle sue creature, angusto nei giudizi, preoccupato di non essere sminuito ed infangato dalla miseria degli uomini.

La scoperta del cuore del Padre è stata per me quasi una folgorazione sulla via di Damasco.

Ora so che posso tuffarmi sereno e sicuro nell’amore del Padre come in un oceano accogliente d’amore che mi satura di luce, di bellezza e di bontà.


Anche oggi ci sono le potenzialità per costruire un mondo nuovo!

domenica, 18 aprile 2010

Io sono sempre stato un gran sognatore, mi sono sempre prodigato con tutte le mie risorse perché convinto che sia possibile un mondo diverso e migliore.

Ricordo quasi con un’ebbrezza interiore d’aver partecipato in Piazza San Marco, appena terminata la guerra, ad un discorso di Padre Lombardi, il gesuita che predicò quasi una crociata che aveva come obiettivo “un mondo migliore”.

A quel tempo ero poco più che adolescente e il discorso di questo grande oratore mi entusiasmo al punto che mi pareva che ormai fossimo giunti all’alba di questo sognato “mondo migliore”.

Continuai sempre a sognare nuovi orizzonti per la chiesa, per la società, per la scuola, per i giovani, per le parrocchie per tutte quelle realtà con le quali via via sono venuto a contatto.

Ora mi sono appoggiato su certi uomini di chiesa ora sulle proposte ideali di certi politici ora sulle piccole comunità che ho incontrato e che ho visto crescere come per miracolo, ma sempre ho trovato materiale per accendere il sogno.

Sempre mi è parso che le realtà umane che incontravo scout, azione cattolica, maestri cattolici, gruppi spontanei del ’68, parrocchie ecc. avessero al loro interno delle potenzialità che bastava fossero riattizzate, curate con amore perché fiorissero!

Credo ancora che sia sempre così; gli uomini hanno bisogno di fiducia, di entusiasmo, di amore di incoraggiamento! Non penso più che le riforme fatte a tavolino con norme, leggi, possano cambiare il mondo.

Ho l’impressione invece che pure oggi anche le istituzioni più vecchie, più sorpassate nel tempo possano rinascere come arabe fenici se incontrano uomini di buona volontà, seri, corretti, entusiasti ed un po’ folli che le sollecitino e facciano sprizzare la scintilla che hanno dentro di sé, ma sempre ci vuole la buona volontà, il coraggio e la scelta di spendersi tutti per un ideale positivo.


Un funerale povero a Mestre, città sempre più disumana…

sabato, 17 aprile 2010

Cristiano, il capoufficio della Veritas della direzione del cimitero, mi ha chiesto di accompagnare alla sepoltura la salma di uno sconosciuto che dopo essere stato parcheggiato per lungo tempo nei frigoriferi delle celle mortuarie, si congedava dalla città in cui è vissuto con un “funerale di povertà”

Ho chiesto se ci fosse stato qualche parente o qualche amico. La risposta è stata pronta e malinconica; “Nessuno! ha dei parenti, ma non ne hanno voluto sapere perché temevano di dover pagare qualcosa”.

La mattina era gelida il vento del nord sferzava i cipressi, le lapidi e i nostri volti nel cimitero quasi deserto.

Ci avviammo con la bara dei poveri trasportata su un carrello di ferro spinta da quattro necrofori in tuta da lavoro e gli scarponi infangati dal terreno melmoso del campo. Io davanti con la stola viola, dietro la bara Cristiano, il dirigente che non manca mai di accompagnare i poveri al sepolcro.

La terra era franata motivo per cui l’escavatore dovete rifare la fossa, poi la preghiera e la sepoltura.

Fui edificato dal contegno particolarmente dignitoso dei seppellitori, alla mia benedizione, cosa insolita, tutti si segnarono devotamente e poi presero le vanghe per coprire di terra benedetta la bara del fratello che si accomiatava tanto poveramente.

Sembrava che il mistero della morte di una persona sola in una città spesso anonima ed indifferente ai drammi dell’individuo, colpisse particolarmente la coscienza e il cuore di queste persone umili ma sane che percepivano la tristezza dell’indifferenza di un mondo disposto a beneficiare dell’apporto di tutti, ma che rimane sordo di fronte al dramma della persona. Ritornai in chiesa a chiedere al Signore che accogliesse benevolmente il figlio che ritornava a casa solitario, e lo ringraziai per la calda e semplice testimonianza di umanità che avevo colto in Cristiano e nei suoi quattro dipendenti, umani e fraterni in una città che di giorno in giorno diventa sempre più disumana.


Ebrezza e paura nel proporre il messaggio di Dio

venerdì, 16 aprile 2010

Qualche settimana fa illustravo ai fedeli che gremivano la mia chiesa tra i cipressi che gli ebrei chiamavano le loro assemblee religiose: “Sacra convocazione”

Facevo questa premessa alla riflessione domenicale per ribadire che quando il Signore convoca il suo popolo lo fa sempre perché ha qualcosa di importante da suggerire ai suoi figli, qualcosa che Egli sa che essi ne hanno bisogno per vivere una vita più bella e più degna.

Continuavo poi la premessa, dicevo che sempre il buon Dio ha anche qualcosa di buono da donare loro per aiutarli a trascorrere una settimana più serena.

Il Signore di solito convoca nella mia nuova chiesa un’assemblea molto numerosa, tanto che già qualcuno deve seguire la messa fuori delle “mura” del nuovo edificio.

Ogni domenica avverto quindi nel mio animo l’enorme responsabilità di mettere a disposizione di Dio la mia povera voce, ma soprattutto il mio spirito come strumento che Dio sceglie per comunicare con il suo popolo.

Non so quanto tremasse la parola di Mosè quando faceva la stessa funzione che oggi è chiesta a me e ad ogni sacerdote. So però che Mosè come Geremia, quasi protestavano con Dio, il primo perché non aveva una parola calda e scorrevole, perché balbuziente, il secondo perché si sentiva troppo giovane per avere pensieri capaci di trasmettere la sapienza e l’amore di Dio.

Il compito che Dio mi affida settimanalmente l’avverto come un compito che da un lato mi da un’ebbrezza infinita per le proposte splendide di Dio, dall’altro lato una preoccupazione ed un’angoscia profonda per la mia inadeguatezza ad un compito così sublime.

Durante la settimana mi dedico a scoprire in anticipo il dono che il Signore mi pare voglia fare ai suoi figli e lo sento sempre e lo scopro immensamente importante per la gente che amo e che vorrei aiutare in tutti i modi perché è tanto cara con me e mi edifica ogni domenica con la sua compostezza, la sua fede e la carità verso questo povero vecchio prete!


Un nuovo sogno: la cittadella della solidarietà!

giovedì, 15 aprile 2010

Sognare non costa niente ed io che di soldi ne ho sempre troppo pochi per fare ciò che riterrei necessario per il prossimo al quale ho scelto di dedicarmi, mi consolo sognando.

Poi capita che finisco di innamorarmi pazzamente dei miei sogni, ne rimango così contagiato dall’opportunità di concretizzarli tanto da finire a confidarli prima ai vicini e poi anche ai lontani.

Forse mi ha indirizzato in questo processo, una confidenza ricevuta personalmente dallo stesso Papa Giovanni, quando era nostro Patriarca a Venezia.

Diceva l’allora Patriarca: “Quando hai un progetto che ti sta particolarmente a cuore, parlane a destra e a manca, perché così è più facile che tu incontri qualcuno che ti possa dare una mano!”
Spero che questo sant’uomo abbia ragione.

Ogni giorno vengono al don Vecchi centinaia di persone italiane e straniere che cercano indumenti, mobili, arredo per la casa, generi alimentari ed altro ancora. Io sono orgoglioso e felice della carità che “profuma” il don Vecchi, ma sono anche preoccupo perché tutto è tanto inadeguato. E’ nato quasi per caso, sulla falsariga del progetto di don Zeno “Nomadelfia la città dei fratelli” il sogno di costruire sul grande campo in abbandono “la cittadella della solidarietà” un ristorante al prezzo fisso di 3 euro al pranzo, un ostello a 5 euro la notte, un grande outlet per indumenti, un’Ikea per i mobili, un banco alimentare, un gran bazar ed altro ancora.

Sognare queste cose alla vigilia dell’ottantunesimo compleanno e con un nemico in corpo può essere etichettarsi, come “illusione, dolce chimera!” o utopia!

Vi prego lasciatemi sognare, mi fa bene anche alla salute!


Politici al Don Vecchi

mercoledì, 14 aprile 2010

Il mio diario è sì un diario di incontro, di sensazioni e di riflessioni che nascono nel mio animo in un giorno ben determinato, con l’impatto con fatti e situazioni, ma questo giorno è solamente un giorno anonimo non contrassegnato da una data precisa. Motivo per cui a chi capitasse di leggerne il contenuto, ben difficilmente può far riferimento ad un giorno in particolare. Può darsi quindi che qualcuno possa scoprire che il riferimento ai fatti non coincida al momento in cui il periodico esce fresco di stampa, può quindi verificarsi che quando vedrà la luce questa pagina, ciò di cui parla sia totalmente superato.

In queste ultime settimane, il don Vecchi è stato visitato da tantissimi aspiranti ad amministrare la municipalità, il Comune o la Regione, forse spinti anche dalla mia pubblica dichiarazione che la nostra struttura rimaneva aperta ed accogliente a qualsiasi cittadino che intendeva candidarsi alla guida di suddette realtà.

A tutti io ho tentato di fornire informazioni adeguate dei bisogni e delle attese della categoria di cittadini che abitano al Centro: anziani autosufficienti o quasi, di condizioni economiche ultramodeste.

E’ mia viva speranza che chi ha preso coscienza diretta della situazione se ne ricordi quando sarà al governo della città. In questa occasione ho avuto anche modo di confrontare le campagne elettorali alle quali ho partecipato nella mia giovinezza a quella attuale.

Un tempo c’erano grandi tensioni sociali, proposte, ideali , orientamenti, scelte di fondo, grandi utopie!

Ora invece qualche progetto concreto, qualche soluzione di problemi esistenti, ma nulla più.

Mi è parso di avvertire un grande grigiore in cui tutti i colori, le proposte e i progetti si stemperavano tanto da non riuscire più a comprendere la matrice.


Dall’ospedale dell’Angelo alla città del Santo

martedì, 13 aprile 2010

Il medico che segue le vicende alterne della mia salute, dopo aver preso visione della Tac che mi è stata fatta a Villa Salus qualche giorno fa, mi ha consigliato la clinica universitaria di Padova perché nell’ospedale all’Angelo, che tutti hanno affermato essere un ospedale di eccellenza, non ci sono attrezzature adeguate al mio caso e alla mia età.

Sono stato profondamente ammirato dall’umiltà, dall’onestà e dalla saggezza di questo medico. Avevo letto nel recente passato qualche notizia al riguardo, delle carenze tecniche e di personale del nostro nuovo ospedale, ma non ci avevo fatto tanto caso, sapendo che è sempre tanto facile criticare.

Io più volte ho manifestato pubblicamente la mia ammirazione per il nuovo ospedale, per la bellezza architettonica, per la sistemazione a verde della grande e piacevolissima hall d’accoglienza e per la funzionalità del tutto. Però già in passato ero rimasto un po’ perplesso quando la stampa cittadina denunciava la fuga di ottimi sanitari a motivo che l’organizzazione ospedaliera non li supportava adeguatamente di mezzi tecnici.

Ora però che m’è toccato di fare un’esperienza diretta il problema si è manifestato in tutta la sua cruda realtà.

Nella clinica padovana, ho trovato un affollamento ed un ritmo tanto convulso, fortunatamente pèrò mi ha accolto un giovane primario, che a detta di tutti è un eccellente professionista, il quale mi ha ricevuto con cordialità e simpatia, mi ha inquadrato il problema e mi ha indicato il percorso che intende seguire.

Ora, sono come sempre nelle mani di Dio, ma anche dell’uomo che ha scelto per darmi una mano!


Una nuova battaglia

lunedì, 12 aprile 2010

Nota della redazione: don Armando questa battaglia l’ha affrontata., qui leggiamo i suoi scritti antecedenti l’intervento. Raccomandiamo a lettori e amici di continuare a sostenerlo con la preghiera!

Gli americani hanno voluto ricordare l’avvenimento che diede una svolta decisiva nella guerra degli alleati contro il 3° Reich, cioè lo sbarco in Normandia con un film grandioso che è stato intitolato “Il giorno più lungo” A ragione fu dato questo titolo perché nelle 24 ore dello stesso sbarco, si svolse un dramma bellico ed umano così intenso e di così grande portata da sembrar che il tempo normale non lo potesse contenere.

La notte che si è conclusa con il suono della sveglia alle 5,30, come ogni giorno, è stata per me la notte più tormentata e certamente la più lunga della mia vita.

Ieri sera il medico ha letto il dischetto della Tac che ho subito qualche giorno fa mostrandomi che “la bestia” come l’ha chiamata il servita padre David Maria Turoldo, che io mi ero illuso d’aver sconfitto mediante la chemioterapia, non era stata uccisa definitivamente, si era soltanto ritirata in un posto del mio organismo strategicamente più difficile da combattere e più nevralgico per la mia esistenza.

Mi sono accorto nella veglia notturna agitata ed insonne, che le mie difese psicologiche ed ascetiche erano ben più fragili di quanto non immaginassi, tanto che la notizia ha riportato in prima linea le tematiche fondamentali della vita, del presente e del dopo.

Le risposte teoriche racimolate con tante letture e tante meditazioni sono risultate sì importanti ma fragili a livello esistenziale.

Ora comincia una nuova battaglia che fatalmente devo affidare a soldati di ventura quali sono i medici, io starò a vedere e semmai a rafforzare il fronte interno con la preghiera e l’abbandono nel Signore pur avvertendo, ma questo dovevo saperlo da sempre, che se anche vincessi un’altra battaglia la guerra per me e per tutti è perduta!


La rivoluzione della solidarietà per costruire il mondo nuovo!

domenica, 11 aprile 2010

Fin da bambino ho sentito parlare di frequente di rivoluzioni che avrebbero finalmente sistemato il mondo in maniera definitiva e giusta.

I primi ricordi risalgono alla mia infanzia di balilla, allora si parlava della rivoluzione fascista. Più grandicello mi ha investito la rivoluzione franchista e quella opposta, la repubblicana, poi presi coscienza della rivoluzione per antonomasia, quella dei soviet, la rivoluzione d’ottobre che sembrava proprio dovesse espandersi nel mondo intero. Dopo di allora ho cessato perfino di prendere nota del nome delle rivoluzioni, da Mao a Peron, da Ataturk ad Hitler ……….di rivoluzioni ne sono avvenute per tutti i gusti!

Fortunatamente per me e per l’umanità esse sono tutte miseramente fallite e tanto esse sono state più grandi e più estese, tanto più grande è stato il tonfo del cumulo infinito di rovine provocate da esse. In tutta questa porzione di secolo XIX° e XX°, l’unica che è rimasta in piedi è stata la rivoluzione di Cristo, quasi sempre incruenta, pagata col sacrificio dei suoi adepti piuttosto di quello dei suoi avversari, come avviene sempre, non troppo rumorosa e poco appariscente , essa accompagna ed irradia la vita del singolo e della società aiutandola a sognare e a vedere un mondo nuovo ed una vita più solidale.

In questo ultimo scorcio di tempo, a dire il vero, sono sempre più interessato a quell’aspetto particolare di questa grande rivoluzione pacata, incruenta e gentile che comunemente è chiamata solidarietà. Credo sempre di più che nella misura in cui si educheranno le coscienze a condividere, ed essere solidali, a pensare che solo aiutandosi si trovano soluzioni e pace, si realizzerà in maniera quasi impercettibile, ma vera, il mondo nuovo.

Sto ritornando bambino quando sognavo percorrendo il rettilineo sull’argine del Piave che da Eraclea porta a San Donà, spingendo i pedali per raggiungere il punto dell’orizzonte in cui il cielo e la strada si congiungevano.

Ora so che potrei pedalare anche per un millennio senza raggiungerlo, ma so ancora che questo sogno m’aiuta ad andare avanti!


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