Don Gallo

Per Pasqua i volontari che si occupano della raccolta e della distribuzione degli indumenti per chi ne ha bisogno, mi hanno donato un volume di un prete genovese. Sto leggendo questo libro con estremo interesse, perché sono avido di conoscere le testimonianze degli uomini della Chiesa e perché mi interessa quanto mai tutta la lettura delle cose della religione. Già più volte avevo sentito parlare di questo don Gallo, e non sempre bene! Si tratta di un salesiano, mio coetaneo, in costante rotta di collisione con la gerarchia ecclesiastica, che si occupa di drogati, prostitute, viados, extracomunitari, no-globals e via dicendo.

Don Gallo è uno di quei preti che certamente non sono mai in riga né, temo, sopra le righe, ma anzi, sempre, sotto le righe suggerite e ordinate dalla Chiesa ufficiale. Tutto sommato non condivido il suo pensiero e la sua condotta; eppure riscontro in questo prete un sano e forte amore per l’uomo, una vera solidarietà per i più fragili, i dissenzienti cronici su tutti i fronti, una capacità di dialogo con quel mondo al limite di ogni legalità, sia civile che religiosa.

Confesso che sono contento che vi siano al mondo dei don Gallo e confesso ancora che li preferisco a certi abatini ordinati ed incolori, o a certi prelati di piccolo, medio o grande rango, che sono insignificanti, non rappresentano nulla dell’ineffabile mistero di Dio. Questi preti, alla don Gallo, sanno leggere nella parte in penombra della vita della Chiesa e sanno raccogliere quella religiosità difforme dalle regole ufficiali, ma che pure si confronta in modo vero nel rapporto con un Dio che non è un teorema semplice, ma un mistero profondo e complesso.

“Noi preti dobbiamo essere testimoni della tenerezza di Dio!”

Qualche settimana fa è morto don Zega, il sacerdote della congregazione di don Alberione, fondatore dei Paolini. Don Alberione fu il sacerdote che intuì, in maniera lucida e intelligente, il ruolo decisivo che i mass-media avrebbero svolto nella società attuale. In relazione a questa intuizione don Alberione ebbe la forza e la capacità di dar vita ad un movimento di persone e di strutture veramente imponente. Sono numerose le “famiglie religiose” fatte nascere da don Alberione, più numerose le testate giornalistiche, tanto da arrivare perfino alle produzioni cinematografiche. Ma fra le testate più famose e più diffuse tra quelle promosse dai Padri Paolini, la più nota è certamente il settimanale “Famiglia Cristiana”, periodico che fino a qualche anno fa aveva una delle tirature più alte in assoluto nel mondo della stampa del nostro Paese. Don Zega fu per alcuni anni il direttore di “Famiglia Cristiana” ed ultimamente curava invece l’importantissima rubrica “Colloqui con i lettori”.

Don Zega fu uomo e sacerdote intelligente, libero, ricco di una religiosità autentica ed attuale. “Famiglia Cristiana” in quest’ultimo mese ha dedicato parecchi articoli alla testimonianza pregnante di questo sacerdote che si è fatto messaggero del sacro mediante i mezzi di comunicazione sociale.

Sono stato particolarmente colpito da una frase pronunciata da don Zega nella chiesa del suo paese natìo in occasione della celebrazione del suo cinquantesimo di sacerdozio: «Noi preti dobbiamo essere testimoni della tenerezza di Dio!» Che obiettivo meraviglioso! Che proposta alta e comprensibile per tutti!

Sono ormai molti anni che ho cominciato ad essere disaffezionato del Dio ufficiale, ossia da quello teologico e da quello dei preti, dal Dio incomprensibile, rigido e geloso. Mi sono ormai innamorato del Dio della parabola del Figliol Prodigo ed ascolto tanto volentieri gli uomini che parlano e credono, comunque, nella tenerezza di Dio!

A proposito del Catecumenato

Ho letto recentemente su “Gente Veneta”, il settimanale della diocesi veneziana, un articolo di cronaca in cui si annuncia che in due parrocchie della diocesi si sta procedendo ad una sperimentazione per quanto riguarda la prima comunione dei ragazzi. Da quanto ho compreso questa sperimentazione si rifà alla dottrina e alla prassi del movimento neocatecumenale.

Premetto, a scanso di equivoci, che io guardo con rispetto ed ammirazione questo singolare modo di approfondire e di vivere la vita religiosa rifacendosi alla prassi della Chiesa primitiva. Riconosco i meriti e i successi di questo movimento ecclesiale, che oggi va per la maggiore e sta ottenendo tante adesioni e ribadisco ancora che riconosco per questo “cammino” la libertà di vivere la fede e la proposta cristiana secondo le intuizioni e le regole dettate dal fondatore e dagli attuali responsabili, ma confesso altresì che non condivido di esso quasi nulla, anzi ritengo che molti aspetti diano una visione angusta, interista e sorpassata della fede e testimoni una vita ecclesiale da ghetto, per nulla aperta al respiro e alla cultura della nostra società.

Col mio spirito libertario, che ha bisogno di vasti orizzonti che permettano di cogliere la luce di Dio ovunque e in ogni creatura, ritengo più negativa che positiva questa esperienza ecclesiale. A parte tutto questo, la scelta di far fare la comunione in terza media ai ragazzi, credo sia l’esatto opposto di ogni dettato della psicologia e della pedagogia e che sia una scelta che non ha alcun supporto teologico e pastorale.

Finito di leggere l’articolo suddetto, ho pensato che esso fosse il colpo al cuore al messaggio del nostro vecchio Papa veneto Pio X. Per una vita l’intera cristianità e tutto l’apparato pastorale e di catechismo ha inneggiato alla saggezza del Papa che aveva avvicinato gli innocenti all’ Eucaristia, mentre ora, per motivi a me incomprensibili, e di pensiero di riflesso, si ritorna al passato. Poveri Papi di oggi e di ieri: sono smentiti anche dopo morti, altro che infallibilità pontificia!

Che tristezza vedere delle radici al sole!

Prima che entrassi in ospedale ci fu una burrascata anticipatrice dei temporali estivi. Una notte è soffiato così forte il vento del nord da ammucchiare, contro le mura del cimitero, una quantità sconfinata dei vecchi fiori di plastica collocati sulle tombe, quei fiori che rendono più desolante e povero l’amore della nostra gente verso i propri defunti. I fiori veri sopravvivono nella loro bellezza, si e no un paio di giorni, poi sembrano materiale da pattumiera. Dopo qualche tempo il biroccio dei becchini porta il tutto nella discarica. E’ diventata prassi seguita quasi da tutti che quando i congiunti ritornano per la prima visita dopo la sepoltura, comperino un mazzo di fiori di plastica, sempre troppo belli per essere veri, ma che presto, con l’alternarsi della pioggia e del sole, sbiadiscono e svuotano quel ricordo e quell’amore dei quali si pretenderebbe che essi fossero segno.

La burrascata di qualche settimana fa, non ha solamente spazzato via i fiori di plastica, divelto qualche grosso ramo, ma ha anche letteralmente sradicato due cipressi centenari, uno nel campo presso il porticato a sud prospiciente la vecchia chiesa ed un altro nel campo presso il vecchio ingresso del camposanto. Ho visto questi grandi fusti lunghi una ventina di metri, con le radici al sole e tutta la ramaglia appoggiata sulle tombe. I cipressi hanno poco radicamento e per di più la terra attorno era stata mossa per lo scavo delle fosse.

E’ triste e desolante l’immagine di questa pianta che normalmente accarezza, dolce e superba, il cielo, desolatamente accasciata per terra. Questa immagine, non so per quale associazione di idee, m’è venuto da collegarla con le convinzioni, gli ideali, i valori e le utopie dell’uomo. Guai se le nostre convinzioni vengono a mancare di un forte radicamento con la cultura e la coscienza dell’uomo, è quanto mai triste incontrare uomini con le radici al sole, con radici che non affondano più su verità forti e sicure, ma sono esposte agli eventi e allo sguardo impietoso e deluso dei passanti.

Le parole non dette

Qualche tempo fa, non so chi, mi ha presentato una serie di frasi di un poeta di cultura ispanica: Gabriel Garcia. Sono stato colpito molto profondamente da queste frasi così intense e pregne di calore umano e di poesia. I poeti hanno la capacità di mettere a nuovo il contenuto delle parole e di renderle cariche di fascino, tanto da farti scoprire che quel mondo che talvolta pare banale, scontato e pressoché insignificante, è invece affascinante e meraviglioso.

Un tempo, quando celebravo l’amore dei giovani che si presentavano all’altare, spinto anche da un certo romanticismo insito nella mia persona – sentimento di cui non mi sono mai vergognato e del quale mai mi sono voluto disfare – arrivavo a dir loro che solo i poeti, gli innamorati e i santi sanno veramente cogliere la bellezza della vita.

Garcia, ammalato e morente, affermava, partendo da questa sua situazione esistenziale: «Se questi fossero gli ultimi giorni della mia vita, direi, senza un momento di esitazione e con tutta la ricchezza del mio spirito “ti voglio bene”.»

Mi venne in mente questa lettura e questi sentimenti quando, dopo un intervento chirurgico durato molte e molte ore, mi sono riscoperto solo, indifeso ed impotente, in una linda camera di rianimazione con le pareti tutte piene di luci che segnavano diagrammi multicolori, manometri e ticchettio di battiti cardiaci. Nel mio animo s’affacciarono lucide ed insinuanti le parole “Se queste fossero le mie ultime ore” e mai, come in quei momenti, sono stato cosciente delle parole belle non dette, dei sentimenti non espressi, degli incontri perduti, della bellezza, della verità e dell’amore non realizzato. Mi è sembrato che una fila interminabile di persone care attendessero il turno perché io dicessi loro quelle parole care che, per superficialità ed insipienza, non avevo detto loro.

Un libro che mi è stato utile

Pensando di dover rimanere per parecchi giorni in ospedale, ho portato con me due volumi.

Il primo profondamente mistico: “L’ineffabile fraternità” il carteggio (1925-1959) tra don Mazzolari, ed un piccolissimo eremo francescano di Campello sul Clitunno.

Tempo fa ho pubblicato due o tre editoriali su “L’incontro” tra questa piccola ed umile comunità monastica e Gandhi, in cui scrivevo che all’apice la spiritualità cristiana e quella dell’induista Gandhi, si incontravano e si compenetravano con assoluta facilità.

Il secondo volume porta sulla copertina l’etichetta “Novità” dal titolo: “Vita, morte miracoli” di Stefano Lorenzetto e prefazione di Giuliano Ferrara. Probabilmente qualcuno mi ha regalato il volume in occasione del Natale. Il libro porta come sottotitolo: “Dialoghi sui temi ultimi”.

La prefazione di Giuliano Ferrara, il direttore de “Il foglio”, è come sempre brillante, tagliente, esagerata, il contenuto mi pare però molto più modesto di quanto Ferrara dica del suo giornalista.

Sinceramente non è un libro da consigliare ad uno che entra in ospedale per un intervento notevole perché tratta di personaggi del nostro tempo che per un motivo o per l’altro hanno avuto a che fare con il dolore, la malattia e la morte; 269 pagine di disgrazie di sofferenze di ogni tipo. Nel volume ci sono pure sprazzi di luce, di speranza, però in definitiva si tratta di una numerosa galleria di persone colpite dal destino che hanno raggiunto la fine attraverso le strade più impervie ed amare.

Tutto sommato non mi ha fatto male anche se tutti quelli che sono venuti a trovarmi pensarono di cattivo gusto questa scelta.

Il pensiero che tanta gente ha sofferto più di me, è stata più sfortunata, mi sta aiutando a non voler essere un privilegiato e ad accettare tutto quello che il buon Dio pensa bene di mandare.

Capire il tempo nel quale la Bibbia è stata scritta per comprenderne appieno il messaggio

Quando al liceo abbiamo affrontato il problema della creazione del mondo e dell’uomo, l’insegnante di biblica, che non era certamente un esperto e che molto probabilmente insegnava questa materia solamente perché i superiori glielo avevano imposto, si arrabattava come meglio poteva, talvolta parlandoci di cinema, materia in cui era più preparato, e talvolta ponendoci i problemi che la Bibbia pone senza però tanta convinzione e soprattutto senza la capacità di risposte veramente convincenti.

Quando trattò il libro della Genesi pose sul tavolo le due soluzioni possibili: L’evoluzionismo e il fissismo.

Io studiai questi argomenti sessant’anni fa e la chiesa a quel tempo propendeva al fissismo, magari un po’ corretto, ossia la creazione avvenne com’è descritta nella Bibbia cioè nei sette giorni. I miei amici di classe, specie i più devoti, accettavano questa soluzione. L’altra soluzione consisteva nell’evoluzionismo cattolico, cioè la creazione viene da Dio, ma si realizza nel tempo secondo leggi che Dio aveva inserito nella materia.

Io propendevo per questa soluzione, che secondo me non confligge assolutamente col principio di Dio creatore.

Questo discorso implicava una ricerca ed una lettura della Bibbia intelligente. La Bibbia è certamente un testo sublime e saggio, però è nato in un determinato ambiente e in una cultura lontana anni luce dal nostro tempo.

Per una lettura possibile e feconda c’è assoluta necessità di decodificare i testi, di interpretarli e di liberarli dalle scorie di una cultura primitiva.

Il Dio degli ebrei, se preso com’è presentato dalla Bibbia, è un povero Dio geloso, vendicativo, in costante lite con gli altri dei, preoccupato di aver seguaci. Un tempo questo mi metteva in crisi, mentre oggi mi pare di comprendere che è normale che ci sia questo cammino di purificazione e di crescita intelligente, il Dio d’oggi non avrebbe mai e poi mai potuto essere compreso dagli ebrei della Bibbia e l’evoluzione è il solo metodo di lettura che ti permette di accettare Dio. Froid ha certamente un posto in paradiso.

Quando la semente trova il terreno buono…

Da tanto tempo raccolgo, tra le letture che vado facendo, passi, preghiere e riflessioni che contengono pensieri molto pregnanti e scritti in maniera incisiva tanto da creare un impatto di pensiero e di emozioni a chi gli capita di leggerli.

Dieci anni fa ho pubblicato un volume in occasione dell’anno santo “Il duemila con Dio”. Nel testo ho riportato per ogni giorno uno di questi pezzi di pensiero espressi con parole ricche di poesia e di impatto.

Ora da un paio di anni raccolgo questi messaggi forti per l’opuscolo mensile che andiamo pubblicando con l’editrice de “L’incontro” grazie ad un gruppetto di meravigliosi collaboratori.

Mi spiace che per carenza di mezzi e di una rete distributiva riusciamo a pubblicare un numero limitato di copie, ma spero che già la ricerca e la pubblicazione possano essere una semente che trova un terreno buono e renda il trenta, sessanta e magari il novanta per cento.

A questo proposito ricordo un pezzo che aveva come titolo “La preghiera del pagliaccio”. Questo povero diavolo, che non avendo cultura e formazione religiosa, diceva: “Signore, io non ti so pregare, sono umile e povero so solamente giocare con le palline, un gioco di destrezza!” Così alla sera pregava il buon Dio facendo rimbalzare le palline colorate verso il cielo e le raccoglieva con abilità. Qualche settimana fa il mio pensiero è ritornato alla preghiera del giocoliere, avendomi donato un marmista la pila dell’acqua santa e il bellissimo tabernacolo.

Più di trent’anni fa sposai una coppia di ragazzi, a quanto mi ricordo non mi sono sembrati molto devoti e troppo propensi a fare il corso per fidanzati. Poi come sempre li persi di vista. Essi sono riemersi dalle nebbie di un lontano passato, in occasione della nuova chiesa del cimitero per regalarmi la pila dell’acqua santa e il tabernacolo. Lui fa il marmista, lei la segretaria dell’azienda. Hanno però fatto il tutto con tale entusiasmo e tale tenerezza che credo che neppure un Te Deum da pontificale possa eguagliare la consistenza dell’opera che hanno regalato per la chiesa e il cuore con cui l’hanno fatto!

Dio è padre di tutti e parla a tutti, non solo agli intellettuali!

Qualche giorno fa ho letto una volta ancora la risposta di Gesù al dottore della legge, che chiedeva quali fossero le verità portanti del pensiero biblico e quindi di Cristo. La risposta è stato chiara, anzi lapidaria: “Il primo precetto è: ama Dio con tutta la tua intelligenza, il tuo cuore e la tua volontà” e il secondo è complementare al primo: “ama il prossimo tuo come te stesso, su questo poggiano tutta la legge e i profeti!” Ho letto mille e mille volte questo passo evangelico però ogni volta che mi capita di ritrovarlo ne provo gioia, anzi ebbrezza.

Queste parole di Cristo mi riconfermano ogni volta nella convinzione che Cristo ha predicato un messaggio, per tutti, e quando ha seminato i germi del cristianesimo ha inteso di fondare una chiesa di popolo e non un piccolo ghetto per bigotti. Sono letteralmente infastidito per i corsi, gli aggiornamenti, le scuole teologiche, bibliche, patristiche nelle quali tutto diventa complicato, macchinoso e astruso. Credo che se riusciamo a far passare con forza queste due verità predicate da Gesù come essenziali ed assolute, ci libereremo finalmente da una congerie di ragionamenti astrusi, difficili e inconcludenti.

Non mi pare però di trovare troppi consensi tra i miei confratelli ed anche tra molti cristiani impegnati!

Il difficile, il complicato e le alchimie teologiche mi pare che oggi vadano per la maggiore ed abbiano un fascino irresistibile tra gli azzeccagarbugli della chiesa! Mi conforta però un fioretto della vita del papa contadino Giovanni XXIII che ho letto da qualche parte. Dicono che appena eletto Papa Giovanni un sacco di personaggi di chiesa, prelati e teologi, si sono presentati a lui per far conoscere i loro meriti nella chiesa. Questo non mi scandalizza perché siamo tutti poveri uomini.

Comunque un quasi famoso teologo di cui ricordo il nome, ma non lo cito per carità cristiana ed anche perché l’episodio potrebbe essere non vero, regalò al Papa una pila di volumi; tutta la sua produzione teologica. Si dice che il Papa semplice, buono e saggio avrebbe osservato: “E dire che tutti questi volumi sono contenuti nel Padre nostro!”

Dio è padre di tutti e credo voglia parlare a tutti e non solo ad un piccolo numero di intellettuali.

Quel dialogo inatteso mi ha ricordato l’importanza di ammettere gli errori

Anche un intervento chirurgico è regolato da una liturgia particolare, di preparazione, di attese tecniche e poi di esecuzione.

Mentre attendevo l’inizio dell’intervento, ho avuto modo di chiacchierare con uno dei tecnici che si occupava del computer e delle registrazioni. L’inizio di questo colloquio, in questo ambiente particolare, è stato del tutto occasionale.

Questo operatore mi chiese il nome, io risposi alla domanda, poi quasi per istinto o per abitudine, aggiunsi “Don Armando Trevisiol” e lui prontamente in tono tra il bonario e il faceto: “Non penserà d’avere un trattamento particolare dato che è prete?”

In sincerità non m’era neanche passata per la mente una simile considerazione, mi ha sempre infastidito il comportamento mieloso nei riguardi dei preti, semmai in quel momento m’aspettavo un po’ più considerazione per la mia veneranda età.

Con questa battuta di avvio cominciò una conversazione di una ventina di minuti che prestissimo divenne cordiale, perché mai ho avuto l’intenzione né la volontà di difendere l’indifendibile sui comportamenti della chiesa. Anche la chiesa è fatta di poveri uomini!

Quel tecnico era certamente un ragazzo colto e documentato, pur non essendo aspro nei miei riguardi odorava però una cultura radicale!

Cominciò col citare lo Stocchiero, un vecchio libro di settanta, ottanta anni fa circa il comportamento pastorale dei sacerdoti. Estrapolando sentenze, norme e tradizioni di un prete vecchio e per di più padovano, era facile chiosare in maniera sorniona e canzonatoria i comportamenti suggeriti! Mi era difficile ribattere anche perché in una posizione scomoda e con la bocca impastata dall’anestesia.

Però quel ragazzo non aveva tutti i torti quando diceva che ci scandalizziamo del comportamento dei musulmani con le loro donne; quando settant’anni fa era così anche per le nostre donne!!

Infine ho preso atto che non aveva tutti i torti, difendere sempre e comunque la chiesa è uno dei peggiori mali che le si possa fare, si diventa integralisti e clericali, è meglio confessare sempre debolezze e peccati!

Quell’augurio prima di partire per la “battaglia”

Nota della redazione: don Armando questa battaglia l’ha affrontata., qui leggiamo i suoi scritti dei giorni dell’intervento. Raccomandiamo a lettori e amici di continuare a sostenerlo con la preghiera!

Mi ritrovo in ospedale con prospettive non eccessivamente rosee.

“La bestia” che per sette anni i medici dell’Angelo hanno combattuto sul terreno della vescica, s’è rifugiato in una posizione per lui più favorevole, in un rene. I medici padovani hanno studiato un attacco diretto per demolire in maniera radicale il rifugio, nella speranza che lo scontro frontale risulti positivo e non vi siano sortite alla talebana su altre zone.

Sono soletto nella clinica urologica vicino a Sant’Antonio in quel di Padova. I miei crucci nascono sì dal fatto che l’impresa non sarà troppo facile, ma soprattutto nell’avvertire che finisco di disturbare tanta gente, perché, pur non essendo Padova ai confini del mondo, è sempre un viaggio raggiungere mediante l’intrico caotico di strade, l’istituto della clinica padovana.

Io poi che non amo il telefonino, sia per trasmettere che per ricevere, provo maggiori difficoltà di altri. Nella mia camera ho modo, invece, di constatare con quale disinvoltura e continuità gli altri tre inquilini mantengono i contatti con parenti ed amici.

Per quanto riguarda l’aspetto di fondo, specie quando sono stato posto tra i marchingegni della piastra operatoria mantenendo la padronanza solamente di una parte di me a causa dell’anestesia, un paio di volte mi è capitato di pensare: “Sono giunto all’inizio della fine!”

Sono però molto sereno, temo solamente le notti interminabili e l’immobilità fisica. Molte volte ho ripetuto dentro al mio cuore “nella tue mani, Signore, metto la mia vita” e “Sia fatta la tua volontà!”
Sarebbe sciocco sperare un domani diverso da tutti.

Prima che il chirurgo cominciasse il suo lavoro, mi han chiesto la data di nascita: così che i miei 81 anni li ho festeggiati immobilizzato sul tavolo operatorio con l’augurio del chirurgo, dei tecnici e degli assistenti.

Però è stato pur bello sentire l’augurio di tutti!

Ho riscoperto il cuore del Padre nelle parole di don Mazzolari!

Don Mazzolari ebbe dei grossi guai dalla gerarchia ecclesiastica per il suo volume di commento sulla parabola del prodigo.

Da quei tempi, nei quali era rimasto ancora nella gerarchia qualche piccolo residuo della lontana “sacra inquisizione”, che poi di sacra non aveva proprio nulla, n’è passata dell’acqua sotto quei ponti, motivo per cui se affermo che mi trovavo e mi trovo d’accordo con don Mazzolari non credo di passare alcun pericolo, poiché ora don Mazzolari è una delle bandiere più fulgide delle testimonianze delle quali la chiesa ormai si vanta quanto mai!

La lettura che don Mazzolari fa della parabola inquadra sì l’amara avventura del minore, la meschinità e l’egoismo del più grande, ma soprattutto mette a fuoco l’amore del Padre che dimostra un amore che a pensarci bene quasi ti provoca le vertigini.

Confesso che da quando ho letto il commento della parabola fatto dal prete della bassa padana, quasi mi sento in colpa perché mi pare d’aver presentato un Dio piccolo, intrigante, preoccupato fin troppo delle beghe delle sue creature, angusto nei giudizi, preoccupato di non essere sminuito ed infangato dalla miseria degli uomini.

La scoperta del cuore del Padre è stata per me quasi una folgorazione sulla via di Damasco.

Ora so che posso tuffarmi sereno e sicuro nell’amore del Padre come in un oceano accogliente d’amore che mi satura di luce, di bellezza e di bontà.

Anche oggi ci sono le potenzialità per costruire un mondo nuovo!

Io sono sempre stato un gran sognatore, mi sono sempre prodigato con tutte le mie risorse perché convinto che sia possibile un mondo diverso e migliore.

Ricordo quasi con un’ebbrezza interiore d’aver partecipato in Piazza San Marco, appena terminata la guerra, ad un discorso di Padre Lombardi, il gesuita che predicò quasi una crociata che aveva come obiettivo “un mondo migliore”.

A quel tempo ero poco più che adolescente e il discorso di questo grande oratore mi entusiasmo al punto che mi pareva che ormai fossimo giunti all’alba di questo sognato “mondo migliore”.

Continuai sempre a sognare nuovi orizzonti per la chiesa, per la società, per la scuola, per i giovani, per le parrocchie per tutte quelle realtà con le quali via via sono venuto a contatto.

Ora mi sono appoggiato su certi uomini di chiesa ora sulle proposte ideali di certi politici ora sulle piccole comunità che ho incontrato e che ho visto crescere come per miracolo, ma sempre ho trovato materiale per accendere il sogno.

Sempre mi è parso che le realtà umane che incontravo scout, azione cattolica, maestri cattolici, gruppi spontanei del ’68, parrocchie ecc. avessero al loro interno delle potenzialità che bastava fossero riattizzate, curate con amore perché fiorissero!

Credo ancora che sia sempre così; gli uomini hanno bisogno di fiducia, di entusiasmo, di amore di incoraggiamento! Non penso più che le riforme fatte a tavolino con norme, leggi, possano cambiare il mondo.

Ho l’impressione invece che pure oggi anche le istituzioni più vecchie, più sorpassate nel tempo possano rinascere come arabe fenici se incontrano uomini di buona volontà, seri, corretti, entusiasti ed un po’ folli che le sollecitino e facciano sprizzare la scintilla che hanno dentro di sé, ma sempre ci vuole la buona volontà, il coraggio e la scelta di spendersi tutti per un ideale positivo.

Un funerale povero a Mestre, città sempre più disumana…

Cristiano, il capoufficio della Veritas della direzione del cimitero, mi ha chiesto di accompagnare alla sepoltura la salma di uno sconosciuto che dopo essere stato parcheggiato per lungo tempo nei frigoriferi delle celle mortuarie, si congedava dalla città in cui è vissuto con un “funerale di povertà”

Ho chiesto se ci fosse stato qualche parente o qualche amico. La risposta è stata pronta e malinconica; “Nessuno! ha dei parenti, ma non ne hanno voluto sapere perché temevano di dover pagare qualcosa”.

La mattina era gelida il vento del nord sferzava i cipressi, le lapidi e i nostri volti nel cimitero quasi deserto.

Ci avviammo con la bara dei poveri trasportata su un carrello di ferro spinta da quattro necrofori in tuta da lavoro e gli scarponi infangati dal terreno melmoso del campo. Io davanti con la stola viola, dietro la bara Cristiano, il dirigente che non manca mai di accompagnare i poveri al sepolcro.

La terra era franata motivo per cui l’escavatore dovete rifare la fossa, poi la preghiera e la sepoltura.

Fui edificato dal contegno particolarmente dignitoso dei seppellitori, alla mia benedizione, cosa insolita, tutti si segnarono devotamente e poi presero le vanghe per coprire di terra benedetta la bara del fratello che si accomiatava tanto poveramente.

Sembrava che il mistero della morte di una persona sola in una città spesso anonima ed indifferente ai drammi dell’individuo, colpisse particolarmente la coscienza e il cuore di queste persone umili ma sane che percepivano la tristezza dell’indifferenza di un mondo disposto a beneficiare dell’apporto di tutti, ma che rimane sordo di fronte al dramma della persona. Ritornai in chiesa a chiedere al Signore che accogliesse benevolmente il figlio che ritornava a casa solitario, e lo ringraziai per la calda e semplice testimonianza di umanità che avevo colto in Cristiano e nei suoi quattro dipendenti, umani e fraterni in una città che di giorno in giorno diventa sempre più disumana.

Ebrezza e paura nel proporre il messaggio di Dio

Qualche settimana fa illustravo ai fedeli che gremivano la mia chiesa tra i cipressi che gli ebrei chiamavano le loro assemblee religiose: “Sacra convocazione”

Facevo questa premessa alla riflessione domenicale per ribadire che quando il Signore convoca il suo popolo lo fa sempre perché ha qualcosa di importante da suggerire ai suoi figli, qualcosa che Egli sa che essi ne hanno bisogno per vivere una vita più bella e più degna.

Continuavo poi la premessa, dicevo che sempre il buon Dio ha anche qualcosa di buono da donare loro per aiutarli a trascorrere una settimana più serena.

Il Signore di solito convoca nella mia nuova chiesa un’assemblea molto numerosa, tanto che già qualcuno deve seguire la messa fuori delle “mura” del nuovo edificio.

Ogni domenica avverto quindi nel mio animo l’enorme responsabilità di mettere a disposizione di Dio la mia povera voce, ma soprattutto il mio spirito come strumento che Dio sceglie per comunicare con il suo popolo.

Non so quanto tremasse la parola di Mosè quando faceva la stessa funzione che oggi è chiesta a me e ad ogni sacerdote. So però che Mosè come Geremia, quasi protestavano con Dio, il primo perché non aveva una parola calda e scorrevole, perché balbuziente, il secondo perché si sentiva troppo giovane per avere pensieri capaci di trasmettere la sapienza e l’amore di Dio.

Il compito che Dio mi affida settimanalmente l’avverto come un compito che da un lato mi da un’ebbrezza infinita per le proposte splendide di Dio, dall’altro lato una preoccupazione ed un’angoscia profonda per la mia inadeguatezza ad un compito così sublime.

Durante la settimana mi dedico a scoprire in anticipo il dono che il Signore mi pare voglia fare ai suoi figli e lo sento sempre e lo scopro immensamente importante per la gente che amo e che vorrei aiutare in tutti i modi perché è tanto cara con me e mi edifica ogni domenica con la sua compostezza, la sua fede e la carità verso questo povero vecchio prete!